TENTATIVI (Alvise, p. 2)

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Edward HOPPER – I NOTTAMBULI

Alvise, Alvise.
Se almeno sapessi il bene che la vita nutre per te!
Forse un pò si lenirebbe il tuo dolore.
Non scorre forse nelle tue vene un sangue caldo come quello del più appassionato degli amanti?
E non è forse così ardente il tuo desiderio d’amore?
Non ha capelli d’oro e pelle di profumata dolcezza il corpo di Amarilda che spii ogni giorno dalla finestra socchiusa dei tuoi occhi aperti sull’anima?
Alvise, Alvise, la vita ti ha messo nei polsi la stessa natura guizzante d’un volo di rondini nel primo cielo di primavera.
Solo che tu non te ne puoi accorgere, schiacciato dall’insopportabile peso di quella croce malvagia.
E’ una maledizione in forma di croce che cresce nutrendosi della tua stessa linfa vitale.

Non si deve credere che l’autore abbia tratto dal nulla questa povera creatura solo per muovere a pietà il lettore che passa per caso di qua.
Non si deve creder nemmeno che la creatura, con la sua croce, sia solo un’invenzione senza realtà.
Ognuno può provare su se stesso la verità di tanto dolore.
Chiunque si voglia metter nei panni del povero Alvise può sentire i morsi d’una sofferenza tanto crudele.
Tutti gli uomini si portano dentro l’urlo del morso feroce ch’è pronto ad esplodere non appena ci si ritrae dalle vane distrazioni del viver quotidiano.
Nessuno potrà negare una realtà tanto diffusa quanto concreta.
Solo, è stata data al dolore una forma alquanto fantasiosa e, per qualcuno, forse, anche improbabile.
Anche il povero Alvise, sulle prime, vedendo spuntar dalle carni un’appuntita esptremità, un pò simile a un coriaceo corno legnoso, pensò che fosse uno scherzo del destino, una casuale fatalità.
Nessun medico seppe diagnosticare cosa stesse accadendo sotto le carni di quel povero corpo evidentemente ammalato.
Una nuova malattia compare, disse uno in preda ad un delirio d’onnipotenza, sulla faccia del mondo.
Gli daremo il mio nome, disse quello.
Poi, più umilmente, o forse solo scaramanticamente, pensò fosse meglio dargli il nome beneaugurante di Male di Alvise.

In effetti, a parte la forma particolare del Male, come per ogni malformazione dell’essere, numerosi furono i tentativi di rimuover la causa di tale triste spettacolo.
Appurato che dalle carni d’un corpo in tutto e per tutto sano e normale esala la crescita in forma di croce d’un materiale legnoso nel quale scorre la stessa rossa linfa vitale del restante genere umano, cominciarono, insieme ai tentativi di dare sanitari sollievi alla sofferenza più acuta, le forme di nascondimento della vergognosa escrescenza corporea.
In un primo momento si provò a segare con un attrezzo un pò rozzo e inadatto il ramo centrale che s’innalzava priapico dal corpo di Alvise.
Era rigido ed eretto come un fallo posizionato in un punto sbagliato dell’anatomia maschile.
Ma più lungo ed articolato, come sappiamo.
E poi c’era anche l’altro attrezzo normalmente piantato al centro del pube a ricordare che quel legno non aveva niente a che fare con la più agognata funzione vitale.
Naturalmente ogni tentativo finì per arrecare solo un dolore più feroce al povero corpo fremente ed offeso.
Un successo parziale si ottenne quando si pensò di usare come farmaco sperimentale una sostanza che s’usava come diserbante in certe coltivazioni nelle lontane foreste tropicali e piovose.
Era primavera e la croce per un poco rinsecchì.
I rami, come in un imprevisto anticipo d’autunno, persero le rade foglie pelose e s’afflosciarono morti.
L’asta centrale si svuotò d’un denso liquido rubro fino a ridursi ad un debole tubo marcio.
Infine, con un’attenta operazione di cauterizzazione amputativa, si procedette a rimuovere l’ultimo floscio troncone che ormai pendeva dalle carni d’un corpo stanco e provato.

Alvise, per un poco, parve ricevere un benefico effetto dall’intervento riuscito.
Decise ch’era giunto il momento di farsi vedere finalmente in paese.
Si nascose sotto un largo pastrano e corse a nascondersi dentro ad un bar nella piazza centrale.
Passò dapprima delle ore sconcertato e sorpreso di tanta libera indifferenza del pubblico dei distratti avventori.
Non badava la cupo dolore che gli correva su per le vene, fino ai ventricoli del muscolo cardiaco che batteva un poco impacciato.
Beveva quelle ore di nascosta indifferenza come una bibita dolce.
O, se si vuole, si prendeva la sbornia ingurgitando gli avidi sorsi dell’inattesa raggiunta libertà superalcolica.
Ma non durò molto.
Poco alla volta, giorno per giorno, le carni rifiorivano, rendendo sempre più evidente l’immondo spettacolo di quella escrescenza.
E man mano che i giorni passavano, prendeva sempre più piede l’inconsueta cruciforme presenza.

Alvise decise che non era più il caso di mostrarsi in pubblico con la sua spettacolare deforme parvenza.
In verità, era il dolore a generar la ripulsa e a inoculare in quel corpo una venefica dose crescente di debilitante fiacchezza.
E, si deve dire, anche, che diventava sempre più difficile muoversi con quella lunga croce legnosa che squilibrava il portamento ed obbligava il corpo e le membra a posizioni sempre più insostenibili ed innaturali.
Così, cominciò ad aggiungere al dolore del corpo anche quello, più acuto, della sensibile innocenza dell’anima.
Cominciò ad odiare il padre e la madre.
Poi, tutto il genere umano.
S’allargò, l’ostile livoroso sentimento, alla stessa natura che l’aveva irriso d’un destino tanto crudele.
E infine si convinse ch’era tutto inutile, anche Iddio stesso s’era accanito contro di lui.
Così, solo, stette, maledicente e urlante tronco umano costretto in un letto d’impietoso dolore.

Uno scrittore, a questo punto si porrebbe un serio problema.
Come può, una storia così, avere ancora un sensato proseguimento?
Una croce piantata nelle carni d’un uomo è certo un caso molto particolare.
Lo dico perchè, a pensarci, di solito accade esattamente il contrario.
E’ un uomo ad essere inchiodato sopra una croce con secchi colpi precisi.
Colpevole o innocente che sia, questo non ha avuto mai importanza.
Ma questo è anche un altro problema.
E non riguarda certo il caso di Alvise.
Alvise.
Al quale, invero, non interessa neanche poi molto sapere dei casi dei Cristi inchiodati alle loro croci piantate duramente per terra.
Per Alvise è un’altra faccenda.
Lui, il povero Alvise, deve convivere con la sua croce conficcata nelle più tenere carni.

Uno scrittore si chiederebbe, se avesse un pò a cuore la sorte del suo pubblico fedele, se può mai avere un seguito una storia così.
Ma, a ben pensarci, questo non è il racconto scritto da un vero scrittore.
Quindi, diciamoci pure la verità.
Qui si sta facendo un’indagine.
Si vuole scoprire se sia possibile vivere con un dolore così unico al mondo.
Al dolore sono ben abituati gli uomini, visto che il male è piantato in profondità nelle carni del genere umano e si nutre del suo sangue come un ramo succhia la linfa dal tronco d’un solido albero ben piantato per terra.
Ma la storia di Alvise ha un chè di paradigmatico, straordinario ed eccezionale.
Quindi, seguiamo ancora la storia di Alvise.
Vediamo cosa mai può accadere ad uomo così.
Anche ad uno di noi potrebbe accadere un caso così.

(segue … forse)

7 thoughts on “TENTATIVI (Alvise, p. 2)

  1. Istintivamente ti direi…ti prego…trova un modo per liberarlo…ma mi rendo conto che forse non è questo che intendi fare, non è il lieto fine a cui tendi. Sarebbe troppo facile, troppo scontato. Bisogna andare fino in fondo, sempre. anche se fa male… Non mi sbilancio troppo, voglio leggere il seguito. Comunque ti dico come sto interpretando io tutto questo. In Alvise io ci vedo l’uomo. e in questi racconti ci colgo il suo destino, ci colgo influssi religiosi (e non solo per la figura della croce) ci colgo la ribellione dell’uomo al suo destino e, penso, un finale ma non te lo dico. Voglio vedere se stavolta ci prendo…
    Un abbraccio

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  2. Cara Faustina,
    è così, ogni uomo si porta appresso la sua croce. E facciamo sempre finta che non sia vero.
    Croci dolorose e incurabili, come quella di Alvise, perchè siamo tutti un pò come lui.
    Un abbraccio, Piero

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  3. Cara Patrizia,
    la storia di Alvise è lo stesso Alvise a raccontarla.
    Io riporto solo i fatti.
    Non sono neanche lo scrittore.
    Mi piace il gioco che hai proposto.
    Interpretare il personaggio e immaginarsi come è la sua storia fino alla fine, anticipando gli accadimenti e la conclusione.
    M’intriga molto, come gioco.
    Ma ne parleremo più avanti.
    Io devo andare avanti – sempre che ne sia capace – per la mia strada… senza girarmi se mi fischia una bella ragazza…. non sarebbe serio, no?

    Un bacio,
    Piero

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