ALVISE

Wlliam BLAKE - L'esame di Giobbe. Satana riversa le piaghe su Giobbe.

Wlliam BLAKE – L’esame di Giobbe. Satana riversa le piaghe su Giobbe.

Alvise, la sua croce, se la portava tutta conficcata nelle carni.
Non chiodi, lacci, legami, spine.
Ma dolore.
Sordo, ormai, come quei dolori a cui il corpo ha fatto l’abitudine.
E, sebbene non abbiano niente di accettabile nè di igienico e sopportabile, sembrano farsi muti, come la gola che non ha più forza per gridare.
Così, con quel muto dolore, la piaga in cui era infilato l’asse della croce continuava a sanguinare e macerarsi.
Allo stesso modo, la vita di Alvise continuava a sanguinare e macerarsi.

Via dei Ponti, numero 7.
Sulla carta d’identità la fotografia s’era consumata, poco a poco, sbiadendo come gli anni.
Ma l’indirizzo si leggeva ancora bene.
Abitava lì da sempre, perciò non poteva andare nemmeno via dai documenti.
C’era nato, lui, in quella casa.
Le mura, a interrogarle, ricordavano, e raccontavano ancora il respiro rotto e affannato, le urla, lo strazio nelle viscere di Anna, quando mise al mondo la piccola innocente creatura a cui Parodi diede il nome del nonno.
Alvise.
Il nonno, era morto senza farsi conoscere.
Alvise, pianse piano Anna, sopraffatta, ancora ansimante.
Lo sibilò in un soffio, mentre il primo respiro di neonato incominciava a bere l’aria malata della stanza.
Poi, il sibilo si spense.

La notte è lunga da passare.
Di notte la croce fa più male.
“Non so perchè – pensò Alvise – cosa accade nel buio”.
“Forse di notte, nel buio, senza farsi vedere, i morsi del dolore hanno più fame e mordono più a fondo. Al mattino, con la luce, si vergognano un poco”.
La croce di legno pesante, duro, nero, nell’oscurità della stanza non si vedeva nemmeno.
Pareva, la vita, allora, poter ritornare normale.
Ed era proprio quando quell’illusione si faceva più forte che il dolore tornava a frasi lancinante.
Non s’era mai capito com’era potuto accadere, come fosse stato possibile, o quale colpa l’avesse potuto richiedere. Come può essere che una pena così crudele sia inflitta ad un uomo?
Portare piantata nelle carni, altrimenti molli e rosee, una croce di legno così alta e appuntita?

In cima alla croce crescevano ancora, in primavera, anemiche foglie d’un verde sbiadito.
La croce era nodosa, tratta da un tronco d’albero antico, a cui erano rimasti attaccati due rami, uno a destra e uno a sinistra, che s’aprivano come i bracci della Croce.
La testa del tronco, sul punto più alto, era stata colpita da un fulmine, tanto tempo prima, si vedevano ancora le bruciature del legno, piaghe nella corteccia liscia del legno.
Sui rami restavano le cicatrici di larghi tagli, amputazioni delle dita che volevano, chissà, indicare un cielo pietoso, o una via di fuga verso la terra umida e fertile.
Una mano cattiva, ma precisa e altrettanto decisa, aveva tolto ogni punto al discorso, via le dita, via le deviazioni del legno che ricordano le vie infinite della vita, le divagazioni dello spirito, le scorciatoie dell’anima.
La croce era stata levigata, i nodi dei rami tagliati s’erano fatti lisci e lucidi, le radici, alla base, affondavano nella carne e bevevano insaziabili alla fonte della vita di Alvise.

Anna era stata una donna vivace, vitale.
Non aveva lasciato nulla di intentato per trovare una soluzione a quel terribile problema.
L’aveva preso come una prova della vita, una circostanza avversa, una malattia, una deformità, un handicap.
Avrebbe potuto nascergli una creatura con altri difetti.
Sarebbe potuta essere un’esistenza nel ridicolo, sotto l’indice impietoso della gente, sempre pronta a ridere delle avversità degli altri.
Invece, il vivido dolore che quella piaga procurava al bimbo, prima bimbo, poi ragazzo, infine uomo maturo, aveva cupamente irradiato intorno a sè una cappa di sofferenza irredimibile.
Che, con tutta naturalezza, metteva compassione in quelli che s’avvicinavano anche solo per un attimo alla povera creatura sofferente.
Forse era la puzza della ferita che pareva marcire, forse il flusso incontenibile del sangue, forse gli occhi cavi e mesti di Alvise, forse le rassegnate cure con cui Anna cercava di lenire lo sfinito dolore.
Nessuno, comunque, aveva mai osato ridere.
Forse temevano che il male potesse contagiarli.

Parodi era stato fatto prigioniero dalle guardie del paese.
Un giudice aveva ordinato alla pattuglia di polizia giudiziaria di andare a prendere quella bestia crudele che, chissà come, aveva inflitto al suo figlio naturale il più grande dei dolori conosciuti su questa terra.
Non aveva perso tempo ad istruire un processo, il buon giudice e, di primo mattino, sotto l’attenta sorveglianza del mercante di anime in tonaca nera, reverendo Borghi, aveva fatto impiccare il Parodi ad un albero fuori paese.
Qualcuno dice che fosse un albero gemello della croce che cresceva dentro al piccolo Alvise.
A quella forca che assomigliava pure ad una croce, comunque, fu appeso il Parodi, che così smise presto di soffrire e non ebbe modo più di seguire gli eventi.
Il giudice, anche grazie a quella esecuzione, fece presto carriera e dopo pochi mesi fu nominato Alto Procuratore in qualche corte di giustizia dove veniva ristabilita indissolubilmente la Verità.
Il prelato, esperto in commercio delle anime, ebbe una vita più difficile, in quanto conobbe i piaceri delle carni e i dolori dell’anima, finquando, pietosamente, un’epidemia, forse di peste, se lo prese per sempre.
Il paese comunque non restò senza guide, perchè in molti si son sempre affannati a mettersi alla testa dei doveri altrui.

Via dei Ponti.
Al numero 7 c’è la casa, un poco isolata dalle altre, circondata da una sottile lingua di terra, più che un giardino, una striscia rasposa, nera o marrone durante i lunghi periodi piovosi o freddi e giallastra di stoppie d’estate.
Tutti pensavano che quello stretto passaggio fosse solo un modo per tenersi lontani dalla casa dove abitava un dolore così provocatorio.
Anche la via, a poco a poco, venne evitata da tutti.
Con il tempo, i Ponti, a cui faceva riferimento senza alcun riferimento reale il nome della via scelto dagli uffici comunali, erano stati alzati, perchè evindentemente si trattava di ponti levatoi, dato che fiumi nei circondari non ce n’erano mai stati. Per tenere ben lontana quella piaga infetta dalla gente perbene.
Per evitare ogni contatto.
Per nascondere.
E poi dimenticare.

Le urla, che Alvise lanciava contro il cielo e il crudele destino, tenevano sveglia, di notte, la poca gente che abitava nella via.
Parevano lunghi ululati.
A volte scosse che spezzavano il petto.
Anche le bestie s’impaurivano, in casa.
I gatti s’acquattavano in un angolo, i cani guaivano, gli uccelli, nelle gabbiette, starnazzavano, e le galline e le oche, indaffarate sull’aia, si rincuoravano a vicenda col loro spaventato vociare chioccante.
Solo a tratti, scendeva, poi, una calma irreale, pesante come la cappa notturna.
La luna non si faceva vedere spesso, in quella strada, solo per sbaglio, e, comunque, sempre accompagnata da una pattuglia di sentinelle scure e nuvolose.
Le maledizioni tenevano lontano anche Dio da quella strada.

Man mano, gli anni comunque erano passati e, come ad ogni cosa, ci si era abituati anche al proprio destino.
E questa è la fortuna umana.
Sapersi abituare, per quanto dure e dolorose siano le condizioni di vita che il Signore ha voluto infliggere alle sue creature, quelle, le creature, sconsolate o disperate, pure, in ogni caso, s’abituano.
E l’abitudine, anche questo si sa, è il miglior antidolorifico che sia stato inventato.
Anche Alvise, un poco per volta, smise di urlare.
Questo accadde dopo che Anna ebbe trovata la pace eterna tra le braccia di Dio.
Se, mai, nell’aldilà, tra le braccia di Dio, avrà potuto trovare mai un momento di pace.
Oppure, se ancora memore di tanta sofferenza, non avrà passato la sua dose di eternità a chieder conto d’un perchè che fosse almeno plausibile.
Comunque, restato solo, il povero Alvise capì ch’era inutile sprecare le sue preziose energie lanciando strepiti e grida.
Il dolore restava quello che era.
E la solitudine non si scrostava nemmeno.

(… continua… forse)

4 thoughts on “ALVISE

  1. In questi tuoi racconti, non precisi mai quali sia il dolore della creatura che racconti, almeno mai in modo chiaro. Forse perchè sapere quale sia, non è in fondo così importante. Il dolore è dolore e questo basta. E al dolore ci si abitua tu dici. Non so…forse è vero, forse dipende dalla forza che che l’anima dell’individuo possiede, o forse dipende dal mondo che ti circonda. Se riesce o meno a lenire in qualche modo quel dolore e a farlo sopportare. C’è chi non si abitua al dolore e preferisce non sentirlo più e c’è chi invece è capace di sopportare il peggio del peggio.E c’è anche chi sopporta per una vita e pensi che l’abbia superato o che almeno abbia imparato a conviverci e poi così…improvvisamente s’arrende. Com’è diverso l’animo umano…
    Chissà cosa farà Alvise…
    Un abbraccione🙂

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  2. Il dolore… è un pò l’altra faccia della vita, il negativo da cui nascono le luci della gioia, le ombre che danno spessore alle forme…
    Forse sono una persona triste, o forse è un pò malinconico questo periodo, oppure, crescendo, ho imparato a guardare più in profondità nelle pieghe dei giorni…
    Sai che mi piace la luce, che mi piacciono i colori, e la musica, e il sogno e la fantasia… ma tutto ciò non potrebbe esistere se non ci fosse il dolore, da qualche parte, a mettere in risalto il lato bello della vita.
    Il dolore.
    Parola difficile, perchè pensare alla sofferenza, soprattutto a quella fisica, come in questo racconto, mi mette paura, mi spaventa, mi fa desiderare la fuga…
    E infatti non so se continuerò la storia di Alvise.
    Ma scrivere è anche, anzi, soprattutto, un lavoro di scavo dentro di sè – dentro di me.
    Alvise mi attrae e mi sfugge…
    Non so cosa accadrà.

    Per quanto si riferisce alle cose che hai detto, hai ragione, ognuno reagisce a modo suo.
    Al dolore ci si può abituare?
    Non lo posso dire per esperienza diretta, fortunatamente.
    E già questo basterebbe per dire: ma allora che scrivi a fare di cose che non conosci!
    Ma poi rifletto, e mi accorgo che in mezzo al dolore ci si vive tutti i giorni.
    Dolore fisico, un pò meno, ma dolore in senso più generale senz’altro ce n’è molto intorno a noi, anche se spesso non ci si fa caso.
    Io ho scritto del dolore di Alvise come di una cosa fisica, che è conficcata nelle carni di un uomo.
    Ma forse è una metafora.
    Il dolore è quello che è, anche per Alvise.
    Chissà se conosceremo mai la sua storia per intero.
    Ma di racconti ne ho sentiti fin da bambino, i racconti che mi faceva mia madre di quando era bambina anche lei, della guerra, dell’emigrazione dei suoi, la vita di mio padre che ha lasciato la sua terra, i racconti dei dieci, cento, mille lavoratori che ho visto feriti in ufficio, quelli dei poveri cristi che hanno stampati sui loro volti dolori e sofferenze, e tanti e tanti altri, che sono quelli che conosci anche tu.
    Ecco, il dolore è fisico o spirituale, è la malattia o la menomazione, come la povertà, la solitudine o l’emarginazione…
    Le storie dei miei personaggi, molto spesso, stanno dentro questa sofferenza.
    Alle volte vorrei liberarli dalla loro catena.
    O meglio, vorrei che fossero loro a ribellarsi, a lottare…
    Ma la catena del dolore è avvinta alla vita inestricabilmente.

    (Non avrò sparato un sacco di cavolate, amica mia?)

    Un abbraccio,
    Piero

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