L’ARTE DELLA PAROLA

Picture of Sebastiao SALGADO

Per scrivere non gli mancavano le pietre.
Le metteva una sull’altra per innalzare una costruzione infinita.
Il suo discorso era fatto di alti ponti e cavalcavia spericolati che conducevano su sentieri impervi slanciati verso le più ardite vette.
Scalava la terra per innalzarsi verso i tetti più alti della letteratura assoluta!
Era un vero intellettuale, anche se purtroppo, per fare il suo vile mestiere, doveva sporcarsi gli abiti di calce e di polvere bianca.
Il suo studio era pieno di attrezzi.
Cazzuole, martelli, scalpelli, seghe, chiodi, scale, secchi, pinze e tenaglie.
E altro, e altro ancora.
Sacchi pieni di cemento, fasci di legname, cataste di ferro brunito…
Chissà cos’altro, si poteva trovare, rovistando attentamente!
A me piacevano soprattutto i lunghi tubi di plastica che servivano per far passare i cavi degli impianti elettrici che davano energia ai testi.
Li tagliavo a spezzoni di trenta, quaranta centimetri e mi ci divertivo a fare le cerbottane.
E poi ci giocavo a colpire di nascosto i lettori distratti che passavano di là.
A tradimento.
Gli lanciavo palline di parole ben masticate schiacciate forte fra il pollice e l’indice.
Diventavano dure come pietre.
Le sparavo come colpi di fucile.
Dardi intinti nel curaro.
Erano le infinite possibilità che s’aprivano quando si passava dallo studio dello scrittore.

Per scrivere non gli mancavano le pietre, prima dicevo.
Pietre acuminate, oppure affilate.
Pietre di forma regolare, angolare o lineare, sagomate, levigate o consumate.
Altre pietre ch’erano irregolari, invece, come cazzotti, colpi sotto la cintura, aggressioni a tradimento d’una vita distratta.
Oppure della sua fantasia fervida e incontrollabile.
Chissà.
Chi può mai dirlo?
Sassi pesanti come macigni, colpe che non si potevano redimere, inferni raggrumati nella materia informe degli scisti e delle lave.
Fiamme rapprese in groppi di colpa che sanguinavano peccato.
Brecce informi, mitragliate di sillabe insensate.
Gocce di pioggia del creato, cadute casualmente dalla tasca del Creatore.
Piastrelle intrecciate in frasi perfette.
Orazioni e perorazioni lisce e convincenti, rassicuranti, perentorie, definitive.
Ma le più ammirate erano le pietre che venivano usate per la lapidazione.
Venivano scagliate con forza e precisione.
Mira e crudeltà erano un tutt’uno, formavano la coppia di virtù più ambite e desiderate, nonchè le più ammirate da tutti noi in coloro che ne erano i più forniti.
Lui sapeva usarle con sapienza e sensibilità.
Era un vero intellettuale.

Si, per scrivere, non gli mancavano le pietre.
Le metteva su, una sull’altra con impareggiabile maestria.
Tirava su colonne e torri alte come interi giorni di noia.
Sorgevano dalla sua coscienza instabile, ma trovavano subito fondamento in quella dei suoi lettori.
Alcune volte costruiva romanzi vasti come intere città.
Storie complesse come quartieri affollati, abitate da mille schegge diverse, nessuna, mai, uguale ad un’altra.
Quelle torri, quelle colonne, svettavano al centro delle città come aforismi perfetti nel cuore di mirabili romanzi.
Si stagliavano contro l’orizzonte come verità inconfutabili.
Sentenze definitive dell’ invisibile tribunale della maestria letteraria.
La muratoria era per lo scrittore il modo di esprimere la sua arte fantastica.
Poesie, rime, versi…
Paragrafi, capitoli, sezioni, parti, tomi…
Erano per lui livelli progressivi d’una costruzione perfetta.
Li alzava come un ingegnere alza i piani d’un fabbricato.
Come un architetto sa immaginare le decorazioni più belle, così lui sapeva infiorare le sue spirali di pietra con le metafore più splendide e significative.
Anche la giuria del Nobel era restata ammirata dinanzi all’ultima sua opera d’ingegno.
S’era dovuta anche trasferire nel territorio dell’artista, nel cuore d’un deserto di sabbia dorata.
L’opera sua non era più trasportabile.
La perfezione artistica, indubbiamente, ormai, richiedeva un giudizio recandosi materialmente sul posto.
E, naturalmente, l’arte è stata premiata.

6 pensieri riguardo “L’ARTE DELLA PAROLA

  1. Bello questo parallelismo tra la scrittura e la costruzione. questo scrittore.muratore che innalza storie, racconti intrecci, invettive e ribellioni….e momenti poetici…C’è tutto qui dentro, tutto quello che è la scrittura. Forse, per fare un simile personaggio, si dovrebbero mettere insieme tutti gli ingegni, tutte le sfaccettature della letteratura. Trovare tutto questo in una sola persona, la vedo dura… ma tutti gli uomini possono mettere ognuno la propria parte e costruire un’ “opera meravigliosa” Ops…metafora di qualcos’altro questo tuo racconto? Significato nel significato?
    O forse solo l’elogio delle migliori capacità umane?
    Sempre enigmatico, Amico mio…sempre stuzzicante. Eppure, non so perchè, ci sento dentro, una sottile vena d’ironia. E’ solo una mia impressione o c’è davvero?
    un abbraccione

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  2. Hai ragione, Amica mia (sapessi come è bella la tua maiuscola, quando mi chiami Amico!).
    Si è come dici, una superficie apparentemente d’elogia, quasi mitologico, dell’arte dello scrivere.
    Progettare, comporre, costruire, innalzare storie come palazzi, torri, campanili, per raggiungere il cielo e scalzare dio dal suio piedistallo.
    Ma come non leggere con ironia un intento così elevato?
    Come non provare istintivo sarcasmo per un tentativo così futile?

    Tu, nel tuo commento, hai messo qualcosa che io non avevo immaginato.
    La costruzione collettiva d’una letteratura mondiale.
    Una costruzione infinita del sapere di tutti gli uomini.
    Muratoria letteraria all’infinito.
    Mi fai venire in mente due grandi autori, insieme, Borges e Saramago.
    Menti potenti, immaginifiche, inavvicinabili nei loro labirintici slanci geniali.
    Tu li hai fusi insieme.
    Puoi ritenerti soddisfatta, no?

    Un bacione,
    Piero

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  3. Sto ammirando la tua costruzione…
    Chissà perché mi sono venuti in mente dei versi di Carducci….”e scrivo, scrivo…e sassi in specie non ne tiro più”
    Sassi come parole che creano torri e castelli…. sai, mi è capitato a volte di leggere dei brani che sembravano fatti di parole messe lì a caso, una dietro l’altra, o una sopra l’altra a caso, ma che arrivavano fino al cuore più profondo…
    Anche io ne sto mettendo alcune così in fila proprio perché questo tuo post mi risuona dentro….
    Ma delle mie parole penso sorridendo che sono come i castelli di carta…basta un soffio e volano via….

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  4. Sai, cara Fausta, sento istintiva, in me, l’autoironia, la ritengo una forma necessaria di autodifesa e di sopravvivenza, quindi, scartiamo subito ogni riferimento personale allo scrittore, ogni riferimento, diciamo, autobiografico.
    Però anche il mio testo è fatto di parole, e mai come in questo brano sono parole che si costruiscono una sull’altra una dimensione quasi fisica, una casa, una torre alla quale affacciarsi.
    E penso anche che la prima frase di questo testo abbia qualcosa di serio da dire.
    Le parole sono e restano pietre.
    Io ci credo alle parole.
    Come credo ai lampi di luce, quando scatto fotografie.
    Perchè sono gli strumenti che abbiamo – insieme a pochi altri, per la verità – per esprimere le nostre emozioni.
    Qualcuno sa usare, ma non io certamente, il disegno, qualcun altro la sgorbia, altri ancora i pennelli…
    Così esprimono le proprie emozioni.
    E poi con quelle si costruiscono castelli…
    E si creano mondi che prima non c’erano…
    Mondi fatti di cose, cose materiali, verità che si possono toccare, anche se sono verità che spesso appartengono allo spirito e non alla materia…
    E cosa è questo, se non costruire?

    Un abbraccio.
    Piero

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  5. Sono cattedrali di sogno, cara Mistral.
    In quei tabernacoli ci sono strani dei, creature che danno vita ai sentimenti che abbiamo dentro.
    Senza quei sentimenti saremmo solo dei morti.
    Perciò quelle pietre sono preziose.
    Più di qualsiasi diamante.
    Un abbraccio (e grazie della visita: è questa la mia casa virtuale, la mia repubblica!)

    Piero

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