NAPUL’ E’ (Photopost e considerazioni)

_DSC9364

(Foto by Pierperrone)
clicca: NAPUL’ E’
fotopost
OLTRE LA LINEA

CONSIDERAZIONI NAPOLETANE

Io amo Napoli, un pò come si può amare una città madre.
Da questo punto di vista, cioè dell’amore materno per un luogo, che solitamente è quello di nascita, so di essere un pò… figlio di n.n.
Naturalmente, la mia carta di identità reca il luogo burocraticamente esatto dove fu registrata, immagino con solerzia, la mia venuta al mondo, adempimento al quale avrà senz’altro provvisto mio padre, milite, peraltro, all’epoca, della Benemerita.
Ma se non lo menziono, qui, in particolare, come “città madre” è perchè lì, in quel paese, piccolo, di campagna, lontano, io non ci ho mai vissuto. Vi ho solo passato alcuni periodi di vacanza che, pur fonte di ricordi, anche molto dolci, certe volte, in ogni caso non sono la stessa cosa che “la terra-madre”.
Si potrebbe credere, a questo punto, che io sia cresciuto a Napoli, allora; una intelligenza già di normale portata giungerebbe facilmente a questa conclusione.
Ma, voglio subito sgombrare il campo all’errore.
Io non sono cresciuto a Napoli.
Bensì, in un’altra città, non distante, a dire il vero, di nome Benevento.
Lì sono diventato bambino, poi, ragazzo, adolescente, giovane.
Forse uomo.
Sicuramente cittadino.
Ho amato – e forse amo ancora – la sua luce, le sue pietre, la sua aria, la sua storia, le sue anime, le sue persone…
Ma, come si vede, dall’elenco manca “la terra”.
Si.
Non me ne ero ancora reso conto, ma è veramente così.
In quella città, anzi, di quella cittadina di provincia io amo forse tutto, tranne la terra.
Quella che si accumula sotto le suole, quella che si fa fango, che abbraccia e accompagna.
Amo le pietre, invece che la terra.
E l’aria.
Piuttosto che l’elemento fertile, il grembo, l’utero, la caverna, la sorgente purificatrice, Benevento è per me la casa, la costruzione, il rifugio, il riparo, il ricovero, l’alloggio.
Luogo d’ospitalità, quindi, per una estraneità che ci lega, ma non ci unisce in un unico corpo, ancora oggi. Anche se lì ho trascorso più di un terzo della mia vita (in relazione alla mia età di oggi, cinquantaquattrenne).

Napoli, invece, la sento come la terra madre.
Anche se non ci ho vissuto mai veramente, anche se vi ho solo trascorso periodi di ospitalità saltuaria, anche se non sono stato mai concittadino iscritto alle liste comunali.
Perchè questo strano sentimento?
Strano, a ben vedere, perchè non è corroborato da dati di fatto, da materiale sostegno, da concreta sostanza.
Si può amare una città e ritenerla proprio luogo di origine, pro-genitrice, madre, anche senza che quella ci abbia dato i natali veramente e senza neppure avervi trascorso lunghi felici periodi?
Certo, felici periodi, quelli che vi ho trascorso, pure lo furono.
Anche se la felicità è qualcosa, che a guardarla attentamente, non è quella zuccherosa pozione che sembrerebbe di primo acchito.
Felice?
E che vuol dire?
Felicità?
Che, forse, in qualche momento, in qualche luogo, in qualche occasione o circostanza, si può dire di aver provato qualcosa che si chiamato felicità?
E, se si, quando, dove, come, cosa?
Io non lo so.
Si può forse fermare il concetto, o affermare, con dovizia di prove e dettagli, in cosa mai consista la felicità?
No, non si può.
O io non posso.
O non so.
Ci sono parole, concetti, sentimenti, che anche gli artisti più grandi hanno provato a fermare, o affermare, nelle loro opere più alte e compiute, ma che ancora adesso, oggi, e sempre, secondo me, sfuggono e sfuggiranno alla comune materiale descrizione.
Ma non per questo sono meno reali e concreti.
Non per questo la loro percezione è meno vera, meno tangibile, a causa di questa loro vaghezza, o sfuggevolezza, o impossibilità ad essere catturati e anatomizzati.
Nessun entomologo potrà sfoggiarne un esemplare da collezione, attaccato alla punta di uno spillone, in una bacheca vetrina.
Eppure, non per questo quelle farfalle colorate smetteranno di volare nel cielo d’ogni uomo.
Anzi!
Saranno sempre libere e si libreranno oltre ogni altezza.
E non per questo spariranno mai dal nostro orizzonte.

Ma Napoli non è una farfalla.
E’ un luogo concreto e materiale.
Tempesta tragica e sublime paesaggio.
Napoli è una ferita che sbocca sangue.
Un sangue da cui sbocciano fiori colorati.
E profumi che hanno il colore dei miasmi delle strade senza aria.
Finestre cieche che danno su vichi senza luce.
Occhi ciechi a cui si appendono file di panni stesi fieri di sè come orgogliose bandiere.
E voci, suoni, canzoni che hanno l’asprezza del turpiloqui e la dolcezza della musicalità del cuore.
Cuori che da sempre sono costretti a vivere in gabbie strette come prigioni, incatenati al dolore della miseria.
Cuori come giardini in cui sono piantati roseti spinosi.
Fiori che non hanno bisogno della luce perchè si sono abituati, ormai, alla fame atavica.
Cuori da cui sboccia il sentimento della dolcezza umana che ti fa amare la carne grassa dell’uomo.
Napoli è questo.
Una storia materna.
Un ventre dolce.
Gambe da guardare mentre vanno, nel tempo verde dell’amore, con desiderio.
Forme rotonde che si muovono fascinose.
Lune, traslucenze, riflessi, sericità.
Soffi, sussurri, zefiri.
Dolci riflessi solari, romantiche carezze lunari.
Seni di madri, caldi, sodi, madidi, pieni, liquidi, densi.
Labbra a cui attaccarsi, in baci egoisti.
Napoli è femmina.
Si.
Con tutto ciò che per un uomo significa ciò.
(Ma sono certo che Napoli è anche maschio.
Un maschio potente, prepotente, geloso, possessivo, eppure presente, dolce e forte.
Perchè Napoli è amore.
E l’amore è l’amore.
E’ l’amore è anche ciò che una donna non può, dentro di sè, non sentire come carnale, maschile, muscolare.
Perchè Napoli è carne.
Carne da amare.
Desiderio, passione, voluttà.
Femmina.
E maschio).

Eppure, non è chiaro ancora il perchè del mio sentimento.
Forse, è vero, per un sentimento non c’è neppure bisogno di un vero perchè.
Ma se sento l’urgenza di svolgere queste considerazioni napoletane è proprio perchè passeggiando per le strade di Napoli, in questi giorni post-natalizi, si è riaperta l’antica sorgente della mia vita.
E da quella sorgente, come una divinità orientale, nascono vari bracci.
Un fiume di sensazioni, di ricordi, presentimenti, riferimenti, rimandi, rinvii, incroci e crocivie…
Un flusso calmo e potente, ricco, arterioso, che alimenta l’anima…
E poi, brulicante, frizzante, come sturato un tappo dal collo stretto d’un fiasco antico, sgorga anche un flusso di interrogativi che spuma, e arde, e gorgoglia… magma vesuviano, sotto la mia pelle, quasi che il mio corpo fosse dimora d’un’anima partenopea.
E già.
L’anima partenopea.
Impastata di sofferenza e gioiosa indifferenza, di miseria e abbacinante bellezza, resistenza e flessibilità, di rabbia e d’ironia, adattamento e ribellione.
E’ l’anima partenopea.
Soffusa nell’aria che si respira in quella città.
Diffusa nei colori che accarezzano l’occhio, là, per le strade ed i panorami.
Mescolata, tra le orribili ferite e le ammalianti bellezze della città.
Nell’aria tiepida e dolce o nella furia del vento e negli schiaffi del mare.
Intrecciata tra i capelli, le dita, le mani, le braccia, le vite che hanno fatto, disfatto e misfatto la città.
L’anima che crede e non crede in nessun dio e che pure non potrebbe neanche sopravvivere senza un dio a cui appellarsi, a cui volgersi e pregare, implorare, chiedere e ordinare.
Forza e debolezza.
Dolcezza e amarezza.
Zucchero e veleno.
E quando io sento la carezza leggera di quell’anima sfiorarmi la guancia non so tirarmi indietro, non so trattenermi.
Resto ammaliato.
Rapito.
Come un figlio sfiorato da una carezza materna.

8 thoughts on “NAPUL’ E’ (Photopost e considerazioni)

  1. Ho gustato questo tuo reportage di Napoli, gustato nelle immagini e nelle parole. Io ci sono stata solo una volta a Napoli, parecchi anni fa e ho visto quello che di solito si va a vedere in due giorni di permanenza. Praticamente niente, eppure ho provato ugualmente molte sensazioni particolari. Mi sono sempre ripromessa di tornarci e ora, dopo aver letto e visto quello che tu ci hai regalato, la voglia di farlo è aumentata ancora di più. Incredibile quel cimitero delle Fontanelle, non ne avevo mai sentito parlare e dopo aver letto il link che hai messo, stranamente non ho provato ribrezzo o senso di derisione, tutt’altro….E’ quella religiosità semplice, con quel fondo di magia ed illusione che spesso caratterizza la religiosità della povera gente che non ha null’altro a cui attaccarsi, null’altro in cui sperare.
    Napoli è così, c’è tutto il bello e tutto il peggio, però si ama, pur nella consapevolezza di tutto, si continua ad amare. Forse perchè dentro Napoli ci siamo noi, c’è l’uomo tutto intero…
    Non so dare una risposta alla tua domanda. Non so cosa dirti quando chiedi perchè la senti come terra madre. Un motivo ci deve essere, qualcosa di atavico che ti lega ad essa. Forse…chissà…ci sono luoghi che fanno questo effetto e non sappiamo spiegarci il perchè. Forse non c’è un perchè. E’ così e basta.
    Un abbraccio

    Mi piace

  2. Non so.
    Il testo l’ho completato un pò. torna a leggerlo per avere un’idea più precisa. Ma sappi, che precisa, in realtà non è.
    E’ come dici tu. Ci sono cose, località, persone (ma, poi, non potrebbero essere tutte piene d’anima, queste cose, località, persone, come animate tutte, vive, partecipanti, tutte, ad un’anima cosmica, unica, grande, immensa, infinita e disponibile senza limiti?)
    Non ho risposte precise.
    Forse per i sentimenti (che sono, come dice la parola, solo moti del sentire) non può esistere una definizione precisa, nè un perchè.

    Napoli: se decidi di tornarci, Patrì, dimmelo.
    Oltre alle capuzzelle ci sono molte cose da vedere.
    Tra mistero, arte, bellezza…
    Napoli è un luogo che rapisce, è un vortice, che nausea e che affascina.
    Una mano che stringe il cuore e non ti lascia più.
    Fa male e piacere al tempo stesso.
    Il piacere della sofferenza, mi verrebbe da dire, ma è solo un modo di dire al quale, peraltro, non si deve dare il senso più ovvio, che è quello della rassegnazione passiva.
    E’ una specie di sapienza antica, premoderna. Dove la modernità comincia con la civiltà organizzata dell’uomo.
    Napoli è un pò come l’India.
    La felicità sta negli uomini, nelle persone, nei cuori, nelle anime, negli occhi, nei sorrisi, ma anche nelle ferite, nella miseria, nell’abbandono, nella sofferenza, nel dolore…
    Ma la senti, quella felicità.
    Perchè per essere felici, lo capisci solo lì, basta essere uomini.
    Non serve altro.

    Un bacio, Amica mia.
    Piero

    Mi piace

  3. Mi colpisce l’ultima frase del tuo commento: “per essere felici basta solo essere uomini” Non so…mi lascia con molti interrogativi e fatico un po’ a sentirla anche mia. Dovrei rifletterci su, è una affermazione importante quella che fai tu, sicuramente nata, come dici, da questa tua visita dell”anima” a Napoli, ma non so….devo pensarci un po’ su…
    :-)) Abbraccione

    Mi piace

  4. Ci tengo a sapere cosa ne pensi.
    Avrei diversi argomenti per sostenere la bontà di quel che ho detto e che continuo a sostenere (pensiero che non è nato da questa visita a Napoli, ma forse da quando … Napoli… mi ha fatto nascere).
    Ma voglio sentire i tuoi.

    Un abbraccio
    Piero

    Mi piace

  5. Non so…questa tua frase può essere interpretata in diversi modi e sotto più angolature. Basta essere uomini…che vuoi dire esattamente? Basta essere vivi per essere felici? La vita basta a se stessa e dà felicità solo esistendo? Mhhh…dubbio, dubbione… Forse bisognerebbe ascoltare chi non ha nessuno, ma proprio nessun motivo per essere felice? Nemmeno per qualche piccolo momento? Che cosa direbbe costui? Forse che sì, forse che no…
    Qualcun altro ci rinuncia a questa condizione umana volontariamente e volontariamente quindi rinuncia alla felicità? Certo, nessuno può sapere cosa riserva il futuro. C’è una felicità potenziale che si potrebbe realizzare proprio perchè si è in vita e si è uomini…
    E ancora: la felicità è prerogativa solo degli esserei umani? Ne siamo davvero così sicuri?
    Tante domande come vedi, anzi…solo domande. Magari un po’ sciocche e strampalate, ma queste mi sono nate.
    Ciao🙂

    Mi piace

  6. Come mi piace leggervi!!!!
    Solo questo: mia madre era nata a Napoli ed ho parenti ed amici in quella città. Tutti mi hanno trasmesso un grande amore ed io la sento un po’ mia….
    Puoi immaginare quanto mi sia piaciuto leggere le tue parole!

    Mi piace

  7. Cara Patrizia,
    sgombriamo subito una delle domande tue: quella relativa alla prerogativa tutta umana della felicità.
    Lì, direi di si.
    Certo, forse anche una cane, un gatto, forse uno scimpanzè provano qualcosa che si avvicina a un sentimento, ma è questione, secondo me, solo di istinti.
    Per la felicità, almeno come la intendo io, il puro istinto non basta.
    E qui veniamo alla parte più … succosa della questione.
    Basta essere umani per essere felici.
    Cosa intendo: non intendo dire che basta essere vivi per essere felici, questo no (per quanto, volta alla forma negativa, la frase sarebbe senz’altro vera… anzi falsa, sempre. Nel senso che basta essere morti per non poter essere felici mai!).
    Parlando di Napoli – che nel commento… che stiamo commentando… ho avvicinato, per alcuni versi all’India – o meglio dei napoletani, rilevo che ci sarebbero tutte le ragioni per essere infelici.
    Certe situazioni di vita, parlo adesso di Napoli, lasciamo da parte quell’altro mondo, sono davvero… anzi sarebbero davvero da disperazioni profonda. Credo che alcune foto ne diano qualche sensazione, anche.
    Ma è innegabile che, guardando la vita che lì si svolge, per quanto brulicante, quotidiana, formicolare (!!! grammaticalmente inesatto, ma sensitivamente …. lo so anche sensitivamente non ha senso…. ma ne ha, credo che mi capisci), si vede come la felicità sia un sentimento palpabile.
    Nutrito di fatalismo, rassegnazione, certo, ma anche di ironia caustica, dissacrante, provvidenziale.
    Anche di adattamento.
    Ma anche di trasformazione della realtà – nel senso negativo, del quotidiano degradato – in profonda cultura, che consente di trasformare il male in elaborazione anche popolare.
    Insomma, non felicità intesa come stato estasi permanente, sentimento puramente ideale, immaginario, o astratto.
    Ma felicità come accettazione della vita e metabolizzazione del male e del dolore.
    Questo processo – passami il termine – di elaborazione di una condizione di vita sfortunata, rivoltante, quasi, in “arte di vivere”, in sentimento di gratitudine per l’esistenza, lo devi sentire sulla pelle, lo devi scoprire nei volti delle persone, nel brulicare della massa nelle strade.
    Io non credo che questa felicità di cui parlo sia uno stato d’animo, un sentimento esclusivo, pregnante, assorbente e totalitario.
    Io credo che nell’animo nello spirito del napoletano, il dolore, la sofferenza, la disperazione, anche, convivano con il fatalismo, con l’adattamento, il lasciar vivere, una certa indolente passività, e che accanto a questi due gradi del sentire se ne aggiunga anche un terzo, che è quello del godere dell’attimo fuggente, del raggio di sole tiepido che s’irraggia per un attimo nel vico scuro, sporco e puzzolente e porta il colore, la magia, il divino, il miracolo…un miracolo che non scaccia il male, solo lo scansa, magari per un attimo, quel tempo sufficiente a guardare il mare azzurro, il vulcano pacifico, le curve dolci della natura o della storia, e nel guardare godere a pieno di quel miracolo, tanto a pieno da potersi sentire felici veramente.
    In fondo, Patrizia mia, lo potevo sintetizzare con una scritta che ho visto campeggiare sul balcone di un negozio, all’ingresso di uno dei quartieri storicamente malfamati della città, i quartieri spagnoli. Il cartello diceva così (io non ho avuto il coraggio di fotografarlo, perchè era sera e non veniva bene in foto, ma anche perchè mi metteva soggezione…):
    “Dio, quanno facette Napule, stava a ggenio!”
    Traduco?
    No, cara mia.
    Solo che “stare a genio” vuol dire “essere in forma”, “essere di buon umore”.

    Un abbraccio.
    Piero

    Mi piace

  8. Carissima Fausta, è con gioia immensa che ti accolgo fra i napoletani putativi.
    Possiamo definirci così, no?
    Napoli la teniamo come città madre non per origini anagrafiche dirette… ma … putative, chi (io) per una ragione, come ho provato a dire, chi (tu), per un’altra ragione (ius sanguinis, anzichè ius soli).
    Un abbraccio,
    Piero

    Mi piace

I COMMENTI SONO GRADITI

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...