ALLEGORIA (Una storia, p. 8. Epilogo)

Jan BRUEGHEL II & Frans FRANKEN – I QUATTRO ELEMENTI

Era un mattino d’autunno, quando Salvatore fu seppellito.
Come era stato un mattino d’autunno quello in cui un seme d’angelo fu piantato nel corpo di Maria.
La terra fertile, inesauribile fabbrica di vita, d’autnno si spoglia lentamente, rabbrividendo, dinanzi al soffio che scompiglia le chiome frondose che arrossano.
La terra è l’elemento che genera la vita, accoglie il seme, lo nutre e lo protegge.
Il grembo di Maria è come la terra, gravido di vita.
D’autunno, piano, si gonfia.
Poi arriva l’inverno.
L’aria si raggela, guardandosi fissa e impacciata le mani rosse.
Le dita spoglie, come rami senza foglie, s’irrigidiscono nello spasimo di un’attesa sospesa.
Il silenzio di una notte lunga un’intera stagione che cammina col passo felpato del cacciatore ricopre il mondo.
Maria dorme un’intera stagione, scossa solo dalla nausea della prima gravidanza.
Il gelo del marciapiede la rattrappisce, rendendola minuscola, come un fiocco di neve, che non può perdere il suo candore finchè il vento prepotente dell’inverno lo sospinge lontano.
Nel mondo.
E il mondo intero, nel gelido inverno, viene travolto dal tempestoso assalto degli elementi che ruggiscono, belve affamate in cerca solo d’un pasto che si nasconde, e sfugge.
Povere bestie in cerca d’un pasto.
Sotto la coltre soffice del muto silenzio d’inverno, cova nella terra il germoglio che spunta dal seme.
La prima ecografia nel grigio reparto d’ospedale mostra a Maria l’embrione che spunta dal seme piantato nel suo seno.
Il suo uovo, il suo seme, il suo amore.
Si fanno diramazioni della vita.
Progetti virtuali di esistenze che vengono al mondo per compiere imprevisti cammini.
E’ come il ramo di un fiume, che si diparte dalla sorgente vitale posta al centro più profondo del monte d’Afrodite.
Il corso di quel ramo di vita attraversa le stagioni più volte.
Ma incomincia il suo percorso d’autunno.
Cheto, d’inverno, se n’è stato in ascolto del mormorio della vita che chiama, sepolta, sotto al manto di gelo che ricopre la terra grassa d’autunno.
Grassa, in autunno, la terra, in inverno si fa aria leggera, vento impetuoso, tempesta che scuote la mortale immobilità della morte.
Così, dove giunge l’estremità più distante di quel soffio impetuoso ch’è chiamato tempesta, quando l’inverno si confonde col tepore profumato dell’incipienza primaverile, lì, ricomincia il ciclo della vita che risorge dopo la morte.
E’ un punto esatto che indica un istante preciso del tempo.
Lì, in quel frangente i cui la terra si spacca e ne spunta un tenero bocciolo di gemma, allora, là, quello è il punto in cui Salvatore è stato sepolto.
Ma come tutti i frutti nati dai semi della terra, Salvatore non può avere conoscenza d’un eterno destino di morte.
Piano, al ritmo snervante che la natura sa dare alle cose, nei mesi dell’odoroso soffio di Zefiro, si forma una nuova creatura, che succhia la vita dal generoso grembo materno.
Il ventre di Maria è un generoso.
Il seme piantato un giorno lontano, dopo mesi che son lunghi come eterno che non conosce la fine, pian piano si sta facendo di nuovo verde virgulto.
L’infermiere indica che qualcosa sta nascendo, là nel giardino, fuori dalla finestra che s’apre nella sala pullulante d’aggeggi del mesto ospedale.
Esalano leggeri i vapori d’etere che dolcemente annebbiano la vista della bimba che, donna, s’è fatta ormai vecchia e consunta.
Ma è un sussulto.
E’ la vita, ancora una volta, che chiama.
La terra ormai s’è aperta.
Come un corpo di donna da cui nascono i frutti che vengono al mondo sporchi di sangue ed acqua santa di vita.
La pioggia, in primavera, ha nutrito la fertile gravidanza che ingrossava la terra dove il seme di Salvatore fu piantato da un angelo biondo.
Che importa se quel seme è stato piantato due volte?
Una volta, un mattino, fu piantato al suono del dolce flauto dell’amore degli angeli.
Ed un’altra, invece, più tardi, fu piantato come la punta d’una croce lorda di sangue.
Da quel seme, ora che la primavera s’è tinta d’estate, nasce di nuovo un saporito frutto carnoso.
Salvatore, lo vedo, candido giglio di giugno, ora ha cominciato il suo nuovo cammino.
Ha due ali d’angelo appiccicate in mezzo alle spalle.
Suona un dolce flauto che attira ninfe, sirene e ogni farfalla che si gira a guardarlo.
Emana un dolce profumo d’ambrosia.
E’ un fiore d’estate.
Destinato a vivere pochi giorni soltanto.
Quel fiore sparge generoso il fulgore del colore del fuoco.
Poi il fuoco del sole di luglio gli seccherà la terra d’intorno.
D’un tratto, il morbido prato che accarezza i suoi piedi si farà sterile deserto assetato.
Ma giungerà, di lungi, il ronzante esercito d’api operose.
E insemineranno la natura dei semi del nuovo angelo che adesso vola alto nel cielo.
E io guardo, sperso, in quel cielo.
A momenti mi par di vedere un’ombra lontana.
E’ Salvatore.
Quell’innocente angelo che prende in giro la morte.

2 pensieri riguardo “ALLEGORIA (Una storia, p. 8. Epilogo)

  1. Non so se ho ben compreso questo tuo racconto però…però..io ci sento dentro quel senso profondo di paternità che altre volte ho intuito in te. Voglio dire che questo ricorrere del tempo, visibile nelle stagioni che tu descrivi, questa vita e morte sempre affiancate, quasi amiche indivisibili, mi conducono all’idea del sopravvivere in qualche modo, nel destino del nuovo, dei figli, che andranno avanti, continueranno la vita, e in quel continuo, ci sarà anche una parte di noi
    Questa idea poi, da individuale si fa universale e quelli dopo di noi, anche se non saranno figli nostri, continueranno la vita.
    In modo diverso, certo, ma con qualcosa di noi dentro.
    Se poi riportiamo il racconto ad un livello propriamente spirituale. Beh…qui mi è più difficile e non mi addentro in riflessioni che potrebbero essere un’accozzaglia di cavolate (le mie, s’intende)
    Un abbraccione

    .

    Mi piace

  2. Si; anche se non so se sia legato ad un senso di paternità, come dici (ma mi piace, come cosa, benchè io lo senta propriamente come sentimento solo in riferimento alla mia paternità).
    Si, nel senso che ho voluto raccontare, qui, dell’eterno ciclo della vita.
    Salvatore che muore, nel racconto precedente, è il dolore, il destino, la fine.
    Ma… poi c’è davvero qualcosa oltre la morte!
    C’è la resurrezione,
    Anche se non è una cosa che fa gridare al miracolo.
    Tutta la vita, quella d’ognuno di noi, come quella che scorre in generale, è legata ai cicli eterni delle cose.
    Le stagioni, per esempio.
    Che sono le fasi dell’anno, in cui si svolge, per esempio, intera, una gravidanza (il quarto trimestre è quello in cui la vita nuova attecchisce sulla terra, dopo i trimestri … interni). Ma le stagioni sono anche una metafora delle stagioni della vita, come le stagioni che la Sfinge pose nell’indovinello ad Edipo…
    E un ciclo sono gli elementi della natura (per questo, il quadro di Bruegel).
    La terra, l’aria (il vento), l’acqua, il fuoco, sono anche l’autunno che feconda la terra, il vento che spazza l’aria e stende la coltre di gelo sulla terra nera ingravidata, e l’acqua che nutre sparsa in primavera per dissetare gli embrioni, e infine il fuoco del sole che chiude il ciclo affinchè si possa riaprire….
    E la vita è tutto questo.
    Una vita, simbolica, come quella di Salvatore, cos’altro è se non questo?
    Il farsi soggetto della vita.
    Una vita specificamente individuata.
    Che s’ingravida in un ventre, riposa, si nutre, germoglia, vagisce…
    E poi finisce…
    Ma la vita, quella vita lì, quella di Salvatore non finisce davvero del tutto.
    Rimane qualcosa nell’aria, di quella vita, d’ogni vita.
    Un ricordo, una tomba, una manciata di materia chimica, un lampo d’energia che chissà come vivifica quella inerte materia, una madre, un figlio, un’amante che piange, un fratello…
    Pensare alla morte come ad una fine di tutto è ciò che c’incute il terrore della morte, ma forse non è del tutto così che vanno le cose.
    E poi, con un pò di poesia, non si vedono davvero volare intorno a noi nel cielo, le anime di quelli che se sono andati, un giorno?
    Sono come fantasmi.
    Vengono come angeli in ricordo.
    Ma non sono meno materiali, quei ricordi, di tanti sentimenti che chiamiamo vita.

    Ecco.
    Se non hai capito bene il racconto, colpa tua certo non è.
    Forse è lui.

    Un abbraccio,
    Piero

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