DIES IRAE (Una storia, p. 7. Fine)

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BRONZINO – TRIONFO DI VENERE (particolare)

Naturalmente, la storia dovrebbe avere una fine.
Trattandosi di una specie di evangelo, le sorti dei personaggi dovrebbero essere predefinite.
Salvatore, 13 anni dopo il suo ventesimo compleanno trova la sua croce che lo aspetta.
L’ha cercata a lungo, per ogni dove.
Sempre inconsapevolmente.
Chissà quale crudele scrivano ha messo la parola fine sotto alla sua storia in una modalità tanto dolorosa.
Salvatore ha predicato e fatto i miracoli.
Ha predicato agli uomini con il suo esempio, piuttosto che con le sue parole.
Lui, Salvatore, di parole non ne ha mai avute molte, in bocca.
Poca scuola, si, l’ho detto, poca voglia di chiacchierare, lui era un timido introverso, pochi amici e soprattutto poco fiato in gola.
Meglio uno sguardo al cielo che una preghiera.
Meglio uno sputo in terra che un’imprecazione.
Risulterà difficile inquadrare questo personaggio tra i Cristi la cui iconografia vulgata è fatta di parabole, beatitudini, predicazioni alle folle.
Roba da politicanti.
In televisione ne passano ogni giorno.
Speech-writer affermatissimi ed iperspecializzati guidano la carriere di presidenti predicatori e capi di Stato pieni di medaglie e microfoni.
Intanto, tra i beati siedono solo coloro che riescono a fare lauti business con le ultime versioni di armamenti.
Sono pastori di greggi osannanti che sotto al balcone di turno dal quale un Pilato qualunque chiede “Chi volete che io liberi, Barabba o Salvatore?” loro, tutte le volte, rispondono, per chissà per quale orrenda ragione: “Liberaci Barabba e uccidi Salvatore!”
Ci sono intere catene di colli, che percorrono l’intero perimetro della terra, piene di croci insanguinate.
Su una di quelle sale oggi Salvatore.
Anche se lui ancora non lo sa.

Anche Maria dovrebbe avere già bell’e fatto, già scritto, il suo copione.
Maria oggi è una dolce signora.
Ha quell’età in cui la femminilità diventa complice del mistero del tempo.
La luce che illumina il suo volto non ha più la proterva impudenza di una fiamma che rischiara le tenebre per imporre la sua presenza guizzante ed acerba.
Oggi il bagliore che irradia d’intorno è la sfumata complicità della notte.
Seduce l’oscurità sfiorandola solo col lieve tocco d’un candido fiocco di neve.
Trasforma le carezze del rosso ruggente piacere nel viviscente piacere d’una opalina carezza.
Quel volto di donna s’è fatto uno specchio, oggi.
In quello specchio si riflette il mondo intero.
E non v’è più paura che quello possa scappare!
Non v’è più il timore che il tempo fugga, o le sfugga di mano, ne perda il controllo…
Ormai v’è solo quella consapevolezza di donna che sa.
Sa che il mondo l’è debitore.
Sa che quello non pagherà mai il suo debito, impenitente spergiuro.
Sa che la vita deve giungere, un giorno a riposare ai suoi piedi, dopo le mille fatiche e le notti, bruciate come vecchi copertoni consunti.
Sa che si adagerà docile, come un fedele cagnolino da salotto.
La guarderà fissamente negli occhi.
E, infine, le rinnoverà il suo spergiuro d’infedeltà eterna.
Proprio in quel momento, in lontananza, s’odranno battere gli zoccoli pesanti dei giorni che fuggono spauriti.
Ma Maria, quei giorni li va vissuti davvero.
Bruciati con l’intensa energia della vita sconquassata dalla fatica di mescere boccali di vuoto piacere agli uomini assetati d’amplesso.
Maria non teme l’irruenza di quel nero ratataplàn che precipita giù dal vuoto cielo buio di notte assordante.
Lei ha sempre saputo tener testa al buio dei giorni.
Che può mai temere di più?

Anche Giuseppe ha una parte scritta a posta per lui, da qualche parte.
Ma Giuseppe non è mai stato un attore protagonista.
Ha provato, una volta, quando s’è presa Maria, solitaria bambina prena che neanche conosceva, ancora, bene la vita e se l’è portata in casa, per dare un nome alla creatura che si cullava nel grembo di lei.
Voleva solo prendersi, solitario, una calda notte d’amore.
Era una notte quasi d’inverno.
Una notte immacolata.
Gelida neve ghiacciata sul cuore.
Ma a quella notte, i giorni che fecero seguito, ormai trentatrè anni fa, furono giorni di fredda indifferenza.
Una notte d’amore, si sa, non si può pagare con tutta una vita.
Specialmente se il fiore che si vuol catturare è una primula che vuole restar libera per tutta la vita.
Così, Giuseppe, dato il suo nome a Salvatore dinanzi all’amico-collega impiegato dell’anagrafe comunale, dopo poco se n’è andato senza neanche pagare l’affitto.
E’ stato facile.
Maria ha dovuto aprire la porta all’esattore che veniva a bussare.
E poi al messo notificatore.
Infine al giudice e a tutta la corte d’avvocati che chiedevano d’esser pagati sempre dell’unica stessa moneta sonante ch’ella vendeva di notte.
La sua banca centrale sfornava monete nuove di conio ogni volta che la vita richiedeva il suo prezzo salato.
E cos’altro volete che faccia una banca centrale?
Giuseppe adesso è pensionato e ogni tanto cerca ancora Maria.
Ricorda quell’unica volta che se l’è stretta al suo petto ansimante.
Ricorda gli occhi profondi di lei.
Ricorda il suo dolce sapore di miele.
Ricorda il sale del suo pianto in silenzio.
Ricorda il marmocchio che urlava disperato la sua voglia disperata di vivere al mondo.
Ricorda, Giuseppe.
Ma non ricorda più tanto bene.

L’angelo biondo il suo ruolo l’ha avuto, una mattina, e poi è sparito.
L’annunciazione del concepimento è stata il suo momento di gloria, là sul palco del gran teatro del mondo.
A lui è toccata la parte più facile.
Un evanescente Rodolfo Valentino.
Un rubacuori disceso dal cielo.
Un sogno rimasto velato.
Un dio-demonio, in questa storia abitata da anche da dei-donne e scalpitanti demoni imbizzarriti.
Ma lui è stato un capriccio.
Il desiderio che un corpo di bimba ha voluto assaggiare.
Il tedoforo della vita che porta la sua eterna fiaccola in giro per il mondo infinito.
senza di lui non ci sarebbero chiese in cui celebrare i misteri della purezza, dell’innocenza e della casta devozione ai valori della famiglia.
E’ dal peccato che nasce il senso della colpa da acquietare col sacrificio delle creature innocenti.
In un mondo senza colpe, non si aprirebbero i templi e non s’innalzerebbero altari così alti per raggiungere il cielo.
Al massimo, si mangerebbe in abbondanza di quel frutto proibito.
E, con la saggezza che quella sapienza saprebbe infonder nel cuore satollo, si amerebbe il prossimo nostro d’un casto amore eterno, vero, sincero.
Ma, anche qui, si sa, la trama è già stata scritta da qualche parte in quel gran libro chiamato destino.

Chi manca all’elenco?
La dea-madre è tornata lassù, a rimirarsene i frutti della giustizia ch’è stata profusa a piene mani dal dio-maschio che siede nell’alto dei cieli.
Adesso, vede, quaggiù, stanno montando la forca per l’esecuzione finale del buon Salvatore.
Ha la forma di croce.
Due tubi innocenti scrostati, inchiodati di traverso con la macchina elettrosaldante.
E’ alta, quella croce, che sembra voler allontanare dalla terra la meschina notizia.
Chi ha processato il povero cristo?
Un sinedrio di predicatori senza pietà.
Sepolcri imbiancati che l’hanno accusato d’un delitto senza infamia nè lode.
Una rapina finita male, una notte.
Forse lo spaccio d’una partita di droga.
Quando l’han preso, i caramba, l’anno riempito di botte.
In cella i compagni l’hanno sfiatato coi calci, senza pietà.
Neppure un filo di voce.
Un filo di sangue.
Un’emorragia interna gli ha strozzato il respiro, ma quelli, in infermeria l’hanno acciuffato per tempo.
Voleva evadere senza scontare la pena.
Sfuggire al meritato castigo.
Evitare la punizione che spetta ai colpevoli senza attenuanti.
Così, il tribunale s’è tosto riunito per decidere il rito abbreviato.
Un giudice in toga.
Un codice in mano.
La bibbia nell’altra.
Un giuramento.
Poi, giù, la condanna.
A morte, ovviamente.
Il delitto non conta per niente.

Si può peccare contro la vita.
E si può peccare contro la morte.
Si può peccare ed essere empi.
Si può peccare per accrescere il proprio potere.
E si può peccare per ingordigia, cupidigia e lubrica voluttà.
Si può peccare per molte ragioni.
I ricchi peccano perchè il mercato è simmetrico e l’arricchimento non comporta peccato.
I potenti peccano perchè i poveri non sanno niente dei loro diritti e non hanno avvocati che gli consigliano la porzione migliore del cielo da edificare con opere buone che lavano l’anima e la coscienza.
Gli stranieri peccano perchè non conoscono le leggi della nostra città.
E noi facciamo giustizia, impiccando quei forestieri fuori le mura della nostra città.
Non è peccato conquistare nuovi continenti alla gloria di dio.
Non è peccato depredare i templi degli infedeli pieni di idoli senza pietà.
E non è peccato bruciare quegli idoli, i sacerdoti e le milizie che li difendono senza viltà.
Non è peccato, non è peccato, non è peccato!
Non è peccato niente di ciò che facciamo.
Abbiamo iddio che ci protegge e ci sostiene nel fianco.
La nostra croce è più alta di quella infedele che gli altri hanno piantato lassù.
L’importante è avere un peccatore da mettere al rogo, impalarlo e infine inchiodarlo, bello comodo, là, sulla croce, in alto, lassù.
E Salvatore è un peccatore.
Di cosa s’è macchiato ancora non è stato scritto sulla fedina penale.
Era soltanto un povero cristo che cercava giustizia.
Voleva mettere a posto le cose del mondo.
E così, le cose del mondo han messo a posto lui, invece, per sempre.
Ha avuto finalmente giustizia.
Lui che tanto cercava, finalmente oggi l’ha avuta.
Ora è lavato il peccato dal mondo.
Ecco, qual’è il mesto finale ch’è stato scritto nel grande libro dei giusti rinchiuso lassù.
Ma io vorrei usare la mia penna per scriverne uno migliore.
Uno che dia ragione a Salvatore e porti consolazione al dolore d’una madre a morte ferita.

Salvatore oggi ha capito.
Ha guardato fisso nel cielo ed ha visto piangere l’angelo biondo.
E’ caduta una pioggia pesante, oggi, sul mondo.
Lacrime grosse così.
Il dolore d’un padre, seppure svagato, fa nascere fiori dalla terra che abbraccia il cuore d’un figlio distratto.
E Salvatore s’è ritrovato in un grande prato fiorito, baciato da migliaia di morbidi petali pietosi.
Ma la morte d’un giglio non dura in eterno.
Il bulbo sotterra fiorisce ogni estate.
Adesso, ch’è inverno, riposa.
D’inverno riposa, innocente, tutta la terra.
Poi, pian piano, sboccerà dalla terra un fiore immacolato più forte e più bello.
Il giallo pistillo ricorderà il colore del biondo ciuffo che inseminò la fertile terra prima di fuggirsene in cielo.
E il candore dei petali sarà la purezza del corpo di Maria venduto a poco per strada.
Lo stelo, forte e protervo, urlerà contro il cielo la sua smania di verità.
Il pianto del padre lo bagnerà, ogni tanto, per irrigare la zolla dove, la prossima estate, spunterà ancora quel puro, candido, fiore.
Purtroppo, il cuore d’un padre non si consola quando un nuovo giglio spunta dalla zolla bagnata.
Per Maria invece è diverso.
Non perchè il cuore di madre non conosca il rogo del pianto.
Ma Maria è una madre speciale ed ha piantato il suo cuore, là, sotto la zolla.
S’è scavata una piccola fossa e l’ha riposto, così, senza dolersene.
E quel cuore dona il calore alla zolla e la nutre il seme del giglio.
La gemma, affamata, succhia ancora a quel seno, anche se ha la forma cipollosa d’un bulbo.
E il cuore di mamma innocente dà un sapore speciale a quel latte che linfa si fa.

Ormai sulla panchina non resta altro che un soffio di vento.
Mi porta la voce dei fiori che spuntano, là, nel prato lontano.
I platani alti s’inchinano ad ascoltare quel canto.
Piangono, a volte, li vedo, un poco affannati.
Anche la notte, non ha più la stessa indifferenza di sempre.
Sembra più vuota, sconsolata, malinconica e triste.
Ma forse è un’impressione soltanto.
E’ il tempo.
Un fantasma che passa a levarsi il cappello e salutare con rispetto le tenebrose figure che abitano il buio.
Con incedere morbido un cuor di bambina ha preso le forme di verde ninfa amorosa.
Un pò più distante lampeggia l’azzurro d’una sirena impazzita.
Un’ambulanza sta portando via il corpo d’una vecchia barbona che diceva a tutti d’essere un dio.
Forse è solo ubriaca, o forse domani la seppelliranno.
Nessuno lo sa.
Il cielo, lassù, lontano, guarda bieco in silenzio.
Gli angeli hanno la faccia sporca dei clandestini che non hanno una casa, stasera.
Biondo, qualcuno, atletico, alto.
Un gran desiderio d’amore da chiedere alla ninfa che fa girar la borsetta sul viale.
Un copertone brucia la sua acida fiamma giallastra.
L’acre fumo di gomma si fonde nei polmoni con quello aspirato dei mozziconi bruciati.
Un sigaro e quattro denti fuggon via da un sorriso sbilenco.
Uno stridore di gomme.
“Quant’è, signorina, la tariffa stasera?”
“Per il servizio completo son cinquanta euro, solo per te, mio angelo biondo.
Per tutta la notte sono soltanto duecento.
Per tutta la vita ti pago io, se vuoi.
Portami in cielo, mio dolce angelo biondo!”

3 pensieri riguardo “DIES IRAE (Una storia, p. 7. Fine)

  1. E’ così mesto questo racconto…tanto mesto quanto impietoso il suo realismo. Ogni vita ha la sua storia ed ogni storia la conosce solo chi l’ha vissuta. La conosce veramente e la può giudicare… Ma la società non va così e ogni comportamento viene giudicato da chi di dovere. E tutti pensano di essere nel giusto, di giudicare secondo valori giusti. ma siamo davvero sicuri che sia davvero così? I valori su cui si fonda una società, non tengono conto di tutto. Non tengono conto della profondità dell’esistenza, delle scelte dettate dall’anima, dei rivoli di vita che tracimano dai binari definiti.
    Non so perchè mi sono venuti questo pensieri, leggendo il tuo racconto, ma lo trovo un po’ triste, dolce della dolcezza di chi sa leggere dentro questi miseri uomini che siamo, lucido e disarmante.
    Un abbraccio

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  2. Mesto, Patrizia mia.
    Si, forse.
    Triste, anche malinconico.
    Autunno e inverno, ci sono in questa storia.
    Fiori e alberi che tremano e che solo danno sollievo ad un dolore che sta dentro…
    Sta dentro la vita, qual dolore.
    Non so, non voglio commentare, non sono titolato… in fondo io me le sento vivere dentro, le storie, i personaggi, vengono fuori, vengono al mondo e vivono di un destino tutto loro.
    Io non decido nulla.

    Ma sono storie che anche se inventate sono vere.
    Io questi personaggi li conosco davvero.
    Non fisicamente, Maria, Salvatore, Jordi, Venus, Giunco Flessuoso…
    Patrizia mia, sono vivi, sono veri.
    Almeno per me.
    Se un pò di quella vita passa anche attraverso la mia scrittura, allora vuol dire che sono riuscito a metterli al mondo.
    Se suonano come una lettera morta, una campana stonata, un vetro fesso, allora non ho saputo farli vivere.
    Ed è farli vivere almeno un poco che io scrivo le loro storie!

    La vita, poi, chi siamo noi, per giudicarla?
    Quando andiamo in giro e guardiamo le facce delle persone, non ci rimangono impresse negli occhi le loro storie? Non parlano quei visi, quelle figure, quelle persone?
    Anche se siamo sordi, o muti, o indifferentemente ci voltiamo dall’altra parte… non ci restano pur sempre dentro quelle vite?
    Ma chi siamo noi per giudicarle?
    Dolore, gioia, povertà, miseria, desolazione, ricchezza, meschineria… questo è la vita.
    Io voglio solo dare a queste persone la possibilità di raccontarle, le loro storie.
    E se pure non posso intervistarle, o, come mi piacerebbe, fotografare i loro volti, i loro occhi, la loro anima (e,credimi, mi piacerebbe molto davvero) almeno posso “sentire” – come in un flusso telepatico, un’assonanza – le loro storie.
    E posso raccontarle.
    Non è già qualcosa?
    Almeno, hanno una voce.
    Qui.
    Altrimenti restano muti per sempre (ma elimina il per sempre, perchè suona troppo presuntuoso in bocca a me. Ma, credimi, lo scopo è questo, dargli una voce, a quei poveri cristi muti).

    Un carissimo abbraccio,
    Piero

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