PAGINE DI MILENA

milena
Milena JESENSKA
Praga, 10 agosto 1896 – Campo di concentramento di Ravensbrück, 17 marzo 1944

Ecco alcune pagine di una scrittrice polacca. Io la trovo meravigliosa. Milena JESENSKA.

La sua biografia, che deve essere conosciuta, si può leggere cliccando sulla foto oppure qui
Dal volume TUTTO E’ VITA
(link musicale per una dolce base: Neil Young – UNPLUGGED)

LA MISERIA SI FA RECLAME
Un giorno, all’angolo di una strada piena di gente, ho visto un mendicante cieco. Questa sua tremenda disgrazia, però, evidentemente non bastava, non gli rendeva a sufficienza. Infatti il pover’uomo aveva con sè un singolare strumento, una specie di arpa alla quale erano fissate in basso una campanellina e in alto una tromba. Con le dita l’uomo pizzicava le corde, mentre col piede agitava la campanellina e con la bocca soffiava nella trombetta. Questo accozzamento di suoni produceva una cacofonia spaventosa, i rumori più fantastici; e una canzone, abbaiata più che cantata, scuoteva i passanti dalla loro indifferenza. E’ evidente: questo commercio della miseria e della sventura poteva valersi di una buona insegna. Un lampo di genio, il ribaltamento, per così dire del capitalismo con i suoi vistosi manifesti pubblicitari. Lo smisurato cinismo dell’impotenza, tutta la bassezza del genere umano. Il denaro è una cosa terribile, inoltre è un simbolo. Questa chiassosa reclame del mendicante cieco potrebbe essere la sua dannazione.
Da allora osservo i mendicanti più attentamente. Prima una sorta di istinto mi spingeva a passare loro davanti senza guardarli e a fissare altrove lo sguardo. Forse non sopportavo lo spettacolo di tanta umiliazione o, forse, temevo il mio proprio pudore. Ora osservo invece la pubblicità che fanno a se stessi, quei piccoli punti esclamativi che impediscono alla gente di proseguire il suo cammino. Il giorno del giudizio universale, questa reclame condannerà forse gli uomini all’inferno, ma può anche darsi, al contrario, che essa sia la più fantastica, la più sublime forma di difesa del pudore umano, chissà.
A volte si servono di animali, a volte di bambini. Il topolino che estrae i biglietti e le profezie, il pappagallo con le letterine chiuse e la scimmietta con un campanellino sono cose banali. Eppure è proprio qui che si arrestano i nostri passi, davanti a questo strano connubio tra l’uomo e l’animale. Eccoli lì, al lavoro, uno più miserabile dell’altro. Ci ritroviamo, senza volerlo, a pensare alla topaia dove trascorrono insieme le loro notti, e rabbrividiamo. Sentiamo che a causa della mendicità l’uomo e la bestia sono stati spogliati degli attributi divini. E lanciamo loro una moneta.
Bambini tutti infagottati, spesso presi in prestito, creaturine tremanti al freddo della strada, le testoline dai capelli sporchi e arruffati: bisogna davvero avere un cuore di pietra per passare loro davanti senza dare un’elemosina. Spesso sono dei commedianti perchè non capiscono cos’è la miseria e, di fatto, hanno spesso voglia di ridere; conoscono la gratitudine tanto poco quanto la sincerità e parlano della malattia della madre e della morte del padre col tono di un commerciante che sta per concludere un buon affare. Ma se sono dei commedianti non è forse nostra la colpa? E noi, che pretendiamo da loro questi giochi di destrezza, non siamo forse, nella vita, giocolieri ben più abili i loro?
Ci sono persone che per attirare l’attenzione su di sè raggiungono il genio del grottesco. Anni fa, una mendicante al museo mi disse: “Io non sono sempre stata così, ah, non sono sempre stata così”. Non dimenticherò mai queste parole. Un’invocazione di perdono, ma anche un trucco sentimentale. Compassione e disgusto. Comunque ottenne il suo scopo: noi ci fermammo.
Prima della guerra, a Smichof, una vecchia gridava a tutti i passanti: “So parlare anche il francese!”. Effettivamente ella parlava il francese. Un francese aspro, rozzo, non musicale – fin qui niente di sorprendente. Ma lei vantava il suo francese come un venditore vanta le sue mele, due per un cinque centesimi. Nessuno aveva bisogno delle sue frasi in francese, ma tutti erano affascinati da quella realtà grottesca: una vecchia mendicante che parla il francese.
Nei piccoli caffè di Praga si vede passare un venditore di giornali che io adoro: un vecchio lacchè che porta ancora i pantaloni della livrea, un panciotto coi bottoni dorati e favoriti grigi. Vende giornali della sera. Con modi da lacchè, pieni di malinconia, un personaggio di Checov. Il suo viso sembra dire: vale veramente la pena di vivere? Una povera reliquia, una povera vittima della vecchia cultura. Strascicando i piedi attraversa la sala, va da un tavolo all’altro. Non è soltanto lui a farci pena ma anche il portale in stato di abbandono di un vecchio palazzo. Il tempo antico scivola entro il nuovo, come un’ombra in una luce implacabile. Il vecchio lacchè si gira strascicando i piedi per la repubblica democratica, e si avverte subito che c’è qualcosa che egli non ha ben capito.
Davanti al teatro dell’Opera di Vienna un invalido intraprendente esercita un’attività che attira molta gente: è lustrascarpe. Ma non un lustrascarpe qualsiasi. Accanto alla sua gamba di legno c’è uno sgabello con sopra una quantità di boccettine, scatole di creme, spazzole, pennelli e pennellini. Le sue mani hanno la mobilità del mercurio. La sua faccia aperta e serena dimostra che esistono uomini che la vita non riesce a piegare. Scarpe bianche, gialle, nere, grigie, blu, rosse, verdi – tutte ricevono le sue cure. Dispone di un prodotto speciale per ogni nuovo capriccio della moda. Servizievole e sempre di buon umore., diverte i curiosi. Quest’uomo è divenuto un eroe in città. Si dice che abbia moglie e figli. Il suo moncone di gamba non gli impedisce di essere contento.
Ieri mi è accaduta invece una cosa orribile. Ho visto in chiesa la figura di una donna, pallida come uno spettro, addossata ad un pilastro. Qui non c’era reclame. Solo un atroce dolore. Nè suppliche nè lacrime, solo un volto ammutolito per il troppo piangere. La donna aveva in braccio un bambino appena morto. Era tutto coperto di placche rosse. Ella non mi ha guardata. Non mi ha risposto. Ma, quando mi sono avvicinata, mi ha immediatamente respinta con un getto in cui c’erano disprezzo per “tutto”, tanta solitudine di un essere che “mendica” che sono fuggita via atterrita, quasi fossi io a dovermi salvare.

Pubblicato il 29 aprile 1921 su “Tribuna”

MILENA & FRANZ

PRAGA. LA MATTINA DEL 15 MARZO 1939

Come sopraggiungono i grandi avvenimenti? Inaspettati e improvvisi. Una volta verificatisi, tuttavia, constatiamo immancabilmente che “non” siamo affatto sorpresi. In noi sonnecchia come un presentimento, una prescienza dell’avvenire, soffocata però dalla ragione, dalla volontà, dal desiderio, dalla paura, dalle preoccupazioni di tutti i giorni, dal lavoro. Ma quando ci sbarazziamo di tutto e non restano che le nostre sensazioni più profonde, di colpo ci rendiamo conto: lo sapevo. Non per niente oggi si sentono tanti ripetere: “io lo immaginavo, io l’avevo detto”. Io credo loro. Tutti lo avevamo presagito e se avessimo dato ascolto alla voce del nostro cuore, quando eravamo soli a casa o al nostro stanco risveglio all’alba, se avessimo saputo tradurre in parole le nostre sensazioni – le sensazioni sono più vere dei ragionamenti spesso distorti – allora avremmo detto:noi ce lo aspettiamo. Ma la logica delle cose nasconde in sé al tempo stesso il proprio contrario. Ognuno attende durante la vita un evento eccezionale: la fortuna, la miseria, la malattia, la fame, la morte. Ma quando sopravviene egli non lo riconosce. Sa soltanto che questo evento si è impadronito completamente di lui senza lasciargli il tempo o la possibilità di agire.

Quando il telefono ha squillato, martedì, alle quattro del mattino, quando amici e conoscenti hanno telefonato e la radio ceca ha cominciato le trasmissioni, la città sotto le nostre finestre aveva il solito aspetto di tutte le notti. I lampioni in fila formavano lo stesso disegno, i crocevia la stessa croce. Solo che, a poco a poco, già dalle tre, hanno cominciato ad accendersi le luci: dai vicini, di fronte, di sotto, di sopra, infine in tutta la strada. Noi stavamo alla finestra dicendoci: anche loro l’hanno già saputo. Abbiamo svegliato altri per telefono: lo sapete già? Si, lo sapevano. Un’alba sbiadita sopra i tetti, una pallida luna dietro le nubi, volti di chi non ha dormito, una tazza di caffè caldo e gli annunci dati dalla radio a intervalli regolari. E’ così che giungono i grandi eventi: piano, in punta di piedi, senza preavviso.

I giornali tedeschi hanno pubblicato un reportage sui soldati tedeschi in marcia verso Praga: la città silenziosa avvolta in un’alba che sa già di primavera, la colonna di camion tedeschi carichi di uomini a cui batte il cuore: che cosa accadrà nella città? Come si comporteranno gli uomini in queste strade sconosciute? Giunti in periferia, fermano il primo passante che incontrano. E’ un operaio che si reca al lavoro. Capiscono a prima vista che egli sa tutto. L’uomo è calmo, in silenzio e senza scomporsi indica loro la via.

Come sempre, in occasione di grandi avvenimenti, i cechi si comportano in modo esemplare. Che la radio ceca sia ringraziata per la concisione, l’obiettività e la pazienza con cui ha ripetuto continuamente, ogni cinque minuti: l’esercito tedesco ha varcato la frontiera e si sta dirigendo verso Praga. Restate calmi. Andate al lavoro. Mandate i vostri bambini a scuola.

Come sempre, alle sette e mezzo, frotte di bambini si sono incamminati verso la scuola. Come sempre, operai e impiegati si sono recati al lavoro, come sempre, i tram erano strapieni. Solo che gli uomini erano diversi. Se ne stavano lì e tacevan. Mai avevo sentito tanti uomini tacere. Non un capannello per le strade, non gente che discuteva. Negli uffici nessuno sollevava la testa dalle proprie scartoffie. Io non so come si spieghi questa linea di condotta comune in migliaia di persone, da dove scaturisca il ritmo armonioso di tutte queste anime che pure non si conoscono: il 15 marzo 1939, alle otto e trentacinque di mattina, l’esercito tedesco è entrato in via Narodnì. Sui marciapiedi una folla di passanti, come sempre. Nessuno ha guardato, nessuno si è voltato. Solo la popolazione tedesca ha dato il benvenuto all’esercito tedesco.

Anche i soldati tedeschi si sono comportati correttamente verso di noi. E’ strano come le cose cambino quando una qualsiasi compagine di persone si scinde nei singoli elementi, quando un uomo si trova faccia a faccia con un altro uomo. In piazza Venceslao una ragazza ceca ha incontrato un gruppo di soldati tedeschi. Era già il secondo giorno dell’invasione, tutti avevamo i nervi a fior di pelle. E poiché è soltanto al secondo giorno che si riesce ad afferrare, a valutare bene ciò che è accaduto, le sono salite le lacrime agli occhi. Allora è successa una cosa curiosa: un soldato, un soldato semplice tedesco, le si è avvicinato e le ha detto: “Ma signorina, noi non possiamo farci niente…!” Come quando si vuole consolare un bambino piccolo. Egli aveva un viso tedesco, qualche lentiggine, i capelli rossicci e un’uniforme tedesca. Per il resto era del tutto simile ad uno dei nostri soldati – anch’egli un uomo semplice, attaccato al suo paese. Così i due stavano l’uno di fronte all’altro “e non potevano farci niente”. Questa frase, così semplice, così terribilmente banale, è la chiave di tutto.

Su di un tram è accaduto un altro episodio: un giovane ceco che portava una striscia al braccio faceva grandi discorsi: quel che ora potremo realizzare, a chi la faremo pagare, finalmente faremo piazza pulita, senza guardare troppo per il sottile. A parte il bracciale portava una svastica al risvolto della giacca. All’udire questi sproloqui tutti gli altri ammutoliscono, finchè nell’intera vettura cala un profondo silenzio. Un ufficiale tedesco seduto in un angolo si alza di scatto, si avvicina al tipo e gli chiede in “ceco”: “Lei è ceco?” Il giovane si rimpettisce e risponde fieramente: “Si, sono ceco”. Allora l’ufficiale tedesco gli toglie il distintivo con la croce uncinata e gli dice calmo, con fermezza: “In questo caso lei non ha il diritto di portare questo distintivo”.

Lo vedete, ci sono momenti in cui si vorrebbe andare da un ufficiale tedesco e dirgli: “La ringrazio”.

Alcuni giorni or sono ho avuto un colloquio con un tedesco, un nazionalsocialista, s’intende. Egli mi ha parlato diffusamente e in maniera molto assennata della situazione dei cechi, dei vantaggi ma anche degli svantaggi che, a suo avviso, da essa possiamo derivare. Poiché oggi tutto è ancora in forse e persino le persone non possono che esprimere semplici opinioni sull’argomento, le sue dichiarazioni non sono particolarmente interessanti. Interessante invece è ciò che quest’uomo pensa dei cechi. Egli mi ha domandato, quasi con imbarazzo: “Come spiega il fatto che tanti cechi vengano da noi salutandoci con ‘Heil Hitler’?”

“Cechi? Deve esserci un errore”.

“Non c’è alcun errore. Vengono nei nostri uffici, alzano il braccio destro e dicono: ‘Heil Hitler’. Perché? Potrei raccontarle di uno scrittore che – già da ora e con furia – muove cielo e terra perché i suoi drammi vengano rappresentati a Berlino. Potrei raccontarle di molti che, con zelo eccessivo, fanno più di quanto dovrebbero per compiacerci, si, addirittura si affannano. Sa, ogni tedesco comprende l’orgoglio nazionale, comprende il rifiuto di curvare la schiena. Mi creda, in un tedesco di oggi un comportamento servile può provocare tutt’al più un sorriso pietoso”.

In due giorni il volto della città è cambiato fino a diventare irriconoscibile. Nelle osterie siedono uomini in uniforme che noi non conoscevamo neppure attraverso le fotografie. Per le strade circolano vetture che non avevamo mai visto. Vanno di qua e di là, sanno sempre quel che devono fare – in breve hanno sempre una meta e vi puntano senza esitazione. Nelle librerie si vendono soprattutto piante della città e libri francesi e inglesi. Gruppetti di soldati passeggiano per le vie, si fermano davanti a una vetrina, guardano, discutono. Malgrado tutto, non una rotellina, non una penna, non una macchina si sono fermate.

Sull’Altstadter Ring sorge la tomba del Milite Ignoto. Oggi essa è invisibile, ricoperta da una montagna di bucaneve. Una strana forza guida misteriosamente qui i passi della gente, vi conduce schiere intere di praghesi; ognuno depone un mazzolino di bucaneve su questa modesta tomba di un grande ricordo. Lacrime scorrono sul viso di quanti vi stanno intorno. Non soltanto su quelli di donne e bambini, ma anche di uomini che a piangere non sono abituati. E anche questo è inconfondibilmente “ceco”: non si sentono lamenti, né si avvertono paura o disperazione o lo scatenarsi di sentimenti violenti. Soltanto dolore. In qualche modo deve esprimersi, centinaia di occhi versano lacrime per esso. E’ senza dubbio così che nascono le tradizioni nazionali, che si pongono le prime pietre di usanze che si tramandano per anni e anni. Ogni 15 marzo le madri ceche andranno coi loro figli a deporre un mazzolino di bucaneve alla tomba del Milite Ignoto. E questo gesto si scolpisce nella coscienza dell’uomo come un grande atto sacrificale.

Alle spalle di questa folla ho visto passare un soldato tedesco: egli si è fermato e ha salutato. Ha guardato quegli occhi rossi dal pianto, le lacrime che scorrevano sui volti, la montagna di fiori coperta di neve. Ha capito che quella gente piangeva perché “lui” era lì. E ha salutato. Non può non aver capito il motivo di quel dolore. Guardandolo ho pensato alla ‘Grande Illusione’: verrà davvero il giorno in cui potremo vivere fianco a fianco – tedeschi, cechi, francesi, russi, inglesi – senza farci del male, senza doverci odiare, senza farci torto a vicenda? Varrà davvero il giorno in cui fra gli Stati ci sarà comprensione come fra gli individui? Cadranno un giorno le frontiere tra i paesi, così come cadono quelle fra gli uomini quando essi si avvicinano?

Come sarebbe bello vedere quel giorno!

(Milena Jesenskà, “Pritomnost”, 22 marzo 1939)

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4 Replies to “PAGINE DI MILENA”

  1. Avevo letto il secondo brano che proponi e mi aveva colpito la sua capacità di cogliere e sottolineare il positivo e il negativo allo stesso modo, con la stessa intensità senza esprimere giudizi ma presentando le situazioni in modo lucido, Lucido sì, ma non freddo. Non so perchè ma si respira tra le righe (secondo me) una sorta d’indulgenza per l’uomo o forse un senso di pietà che va aldilà di tutto; del bene e del male…
    Non ho mai approfondito però la sua conoscenza. Credo che lo farò. Bellissima anche la biografia di culturagay, molto più approfondita e coinvolgente dellìaltra. Spinge a saperne di più.
    Grazie per averci offerto questa possibilità
    Abbraccione

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  2. Cara Patrizia, Milena Jesenska è una figura a me molto cara. Non si trova in giro granchè dei suoi scritti. Il libro “Tutto è vita” da cui ho preso questi due articoli me lo regalò tanto tempo fa una mia amica e credo che sia uno dei libri più belli che ho. E pensa che neppure l’ho letto proprio tutto. Ma non è necessario essere … definitivi, no?
    Poi ho trovato alcune cose in biblioteca comunale, alcune sue lettere e poi la biografia che le ha dedicato la Buber Neumann, sua compagna di lager.
    Ma soprattutto mi colpisce il suo modo di scrivere. Questi sono articoli di giornale, riviste dell’epoca.
    Ma l’anima che scrive è viva.
    Racconta ma è come se ti facesse vivere direttamente i fatti, ti apre gli occhi ma ti apre anche il cuore…
    Diciamo che sono un poco innamorato di lei.
    Poi, se penso alle sue sofferenze e alla sua capacità di reagire e, poi, infine, alla crudeltà dell’internamento mortale nel campo di lavoro…
    Beh, cara Patrizia, è vero nutrimento per l’anima.

    Ho postato il primo dei due pezzi e riproposto l’altro perchè volevo fare un regalo a voi, ma, in realtà, un regalo anche a me.
    Vedo ogni giorno i mendicanti, sul mio cammino, come li vedeva anche lei.
    E quell’immagine straziante delle donna ammutolita dal dolore mi rimbalza nella memoria ogni volta che quei mendicanti fanno la reclame usando dei bambini, come spesso, purtroppo capita.
    Quella mamma straziata col cadaverino in braccio deve essere stata per Milena come e peggio di una violenza.
    Ma quella mamma con cadaverino in braccio è la stessa che piange i suoi bimbi morti nei roghi dei campi nomadi.
    Questo capita anche oggi.
    Ancora oggi.
    Ma, certo, oggi stiamo sperimentando che è una grande panzana la favola del progresso: oggi misuriamo che si può tornare indietro nella storia, che gli errori commessi, poi, si dimenticano, che la memoria, da sola, non basta a tener vivo il ricordo del dolore e dall’oblio nasce l’indifferenza… è il percorso che ha portato all’affermazione del nazismo.
    Hitler, ho scoperto recentemente in un articolo molto bello di Barbara Spinelli (te lo linko qui http://www.repubblica.it/esteri/2013/11/15/news/processo_alla_germania-71044181/), è stato eletto, votato, ben tre volte dai tedeschi. Non è stato un errore di percorso, diciamo così, come la storia che ci hanno fatto studiare vorrebbe farci credere…
    Ecco, l’oblio è padre di tantto dolore e, peggio, più doloroso ancora, del dolore che si ripete sempre uguale a se stesso…

    Beh, mi sono allungato un pò… ma se ti leggi l’articolo della Spinelli fai bene.
    Un abbraccio,
    Piero

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  3. Mi hai veramente fatto un regalo.
    Avevo parlato di Milena Jesenska con la signora che abita accanto a me, che è polacca: mi aveva fatto conoscere questa bella figura di donna che lei ama moltissimo.
    Bellissimi questi articoli, una lettura lucida e senza pietismi ma dove si sente vibrare un cuore.
    Il primo articolo sembra scritto ora, basta guardarsi intorno con attenzione per ritrovare le figure da lei raccontate… (che doccia fredda l’immagine della donna col suo bambino… mi sono venuti i brividi, è lo sguardo che si vede negli occhi di quelle madri che hanno visto morire i propri bimbi nei bombardamenti e nelle violenze attuali)
    Nonostante fossi piccola ho tanti ricordi della guerra ma continuo ancora a sperare e ripetere la sua frase “come sarebbe bello vedere quel giorno” in cui nasceranno pace, fraternità, uguaglianza….

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    1. Cara Fausta, sono felice che anche tu conosci e apprezzi Milena. Io trovo che sia (stata) una figura di donna straordinaria.
      L’ho conosciuta… tramite Kafka, un mio amore letterario di gioventù che dura ancora oggi…
      E poi una mia amica mi ha regalato il libro da cui ho preso i due articolai.
      Che penna era Milena, e che donna e che cuore!!!!
      Ho letto le sue lettere, alcune, della sua vita provata, in un libro di cui non ricordo il titolo, preso in biblioteca, a Roma, e poi la biografia della sua amica….

      Ho pubblicato questi articoli proprio perchè volevo fare un regalo.
      A me.
      E a chi voleva leggerli.
      Quindi… con te ci ho azzeccato!
      Grazie, Faustì.
      Un abbraccio.
      Piero

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