LA COLPA E IL PECCATO (Una storia, p. 6)

Mosè BIANCHI, PAOLO E FRANCESCA 1877c.
(Acquarello e oro su carta, Galleria Civica d’Arte Moderna, Milano)

Quando è giunto il momento che una nuova vita debba venire al mondo è tutto un concentrarsi di energie nel creato.
Nel cosmo infinito e nel mondo degli uomini.
Sono queste, queste energie che si concentrano nell’attimo fatale.
Sono loro a stabilire e determinare il momento in cui una nuova esistenza può venire al mondo.
Sono due.
E’ semplice, facile, basta rifletterci un pò su.
Per comodità possiamo dargli un nome.
Energia cosmica, l’una.
Ed energia vitale, l’altra.
Sono loro che hanno nelle mani il potere e la forza di decidere dell’inizio di una nuova vita.

Energia cosmica.
Non ha niente di esoterico, misterico, gnoseologico…
E neanche ha a che fare con l’astrologia, la cosmologia, l’escatologia…
Non c’è nulla, nella vita di un nuovo essere chiamato al mondo, ad avere a che fare con energie poste al di fuori della dimensione umana, percepibile e materiale dell’esistenza.
Nondimeno, esiste un’energia che s’irradia dal cosmo, per così dire, e che influenza la venuta al mondo di una nuova creatura.
E’ l’energia della lunga, ininterrotta, indissolubile, inestricabile, catena di eventi, volontà, condizioni, progetti, sogni di ogni donna e di ogni uomo che si sono uniti per dare alla vita una nuova forma di esistenza.
E’, l’energia cosmica, l’energia che viene dal big bang della vita, ciò che modifica il mondo, che resta nel cosmo, è l’eco dei mille e mille progetti che sono stati messi infila, ab aeterno, per ogni nuovo vivente che deve giungere sulla terra.
Questa energia che proviene dal tempo e dallo spazio senza dimensione e senza misura, per ogni dove, si potrebbe dire, si concentra sui due corpi che si stringono e si uniscono per darsi alla vita.

L’energia vitale è l’altra.
E’ l’energia che sostiene la venuta al mondo di un nuovo essere.
E’ la specifica forza che promana da ognuno di quei due corpi per unire le carni in una sola.
E’ la sintesi delle energie dei due corpi amanti che si danno per farsi UNO.
Ma non ha niente a che vedere con le leggi della chimica, o della biologia, no, questa energia.
Proprio no.
Ciò che unisce due corpi che sanno di volersi fare uno soltanto per potersi, poi, diciamo così, dividere in tre, è un’energia così potente che se ne resta sbalorditi se ci si sofferma a pensare.
Nella carica sessuale che mette in moto il meccanismo riproduttivo è concentrata, in quel momento, la determinazione volitiva della creazione.
E’ quella, l’energia che mette in moto il meccanismo biologico della vita.
E’ fatta di desideri, di sogni, di speranze, di utopie…
Di amore, in una parola sola.
Amore della vita per la vita.
Amore immensamente generoso e altruista.
Non amore di un essere per un altro essere.
Amore, quest’altro, invece, egoistico e narcisista.
E’ quell’energia vitale che spinge a mettere in atto il progetto di una nuova esistenza, esistenza che deve andare a prendersi il suo posto preciso nel mondo, il posto esatto che gli è stato assegnato dalle energie concentrate, progetto, disegno, destino al quale non è concesso di disobbedire
Non si ha altra possibilità che venire al mondo.
In quel luogo.
Ed in quel momento.
Da quei generatori d’energia.
Connessi da sempre per sempre.

E’ questa energia infinita che mette al mondo i nuovi venuti.
La mattina in cui Maria ed Angelo s’incontrarono sembrava s’incontrassero per caso.
E invece era dovuto intervenire la mano, anzi la lente convessa, del Demiurgo per concentrare l’energia cosmica e quella vitale proprio per loro due.
Che neanche quasi si conoscevano.
Tutto ciò non ha niente a che vedere con l’astrologia o la magia o la religione.
No.
Cose per ciarlatani.
Io parlo di cose più alte.
Parlo di ciò che accadde quando, nove mesi prima di vent’anni fa, il cosmo, una mattina di sole, vibrò di desiderio, poi, d’improvviso, si scosse ed avviò il processo molecolare che alla fine, nove mesi più tardi, portò Maria nel lettino di una sala parto d’ospedale.
Si deve sentire tutta l’emozione di quell’amplesso che ha dato avvio al destino del figlio dell’uomo.
Dovevano sentirla tutta, la bimba dolce con le ali farfalla e l’angelo leggero con i capelli di vento.
Il vento e le ali scossero l’aria.
E quella vibrazione mise in subbuglio l’intero creato.

Ma resta da dare un senso ai termini “venire al mondo”.
Non ci occuperemmo di questa storia se essa fosse una storia qualunque, banale, insignificante.
Non tutte le creature possono dire di “essere state chiamate per venire al mondo”.
Ecco, questa espressione è già più precisa.
Perchè Salvatore, quella mattina, fu chiamato.
L’angelo era stato mandato.
Maria era stata prescelta.
C’era tutto il flusso di quelle energie concentrate dietro quella chiamata.
E Salvatore aveva obbedito.
Anche senza sapere che obbedendo si sarebbe caricato il suo destino sulle spalle e avrebbe dovuto sudare una vita intera prima di potersene liberare.
Una vita, quaggiù, può essere anche dura e pesante.
Qualcuna, anzi molte, lo sono anche più di quella di Salvatore.
Ma Salvatore aveva avuto in prestito un destino davvero speciale.
Unico.

La vecchia strega, nella notte che aveva preceduto l’incontro predestinato dagli eventi, aveva cercato di arginare gli effetti che stavano per prodursi, di fermare il destino del mondo, coinvolto, anch’esso, in questa storia particolare.
Dio-femmina, aveva invocato giustizia.
Giustizia contro la colpa.
Già, la colpa.
Ma quale colpa?
E quale giustizia?
Un dio-femmina non è uguale ad un dio-maschio.
Quest’ultimo è il dio che noi tutti conosciamo.
Duro. Inflessibile. Severo. Deciso. Determinato. Incrollabile.
Un dio che non cede di un passo neanche se deve mettere sulla croce il suo figlio di carne.
Un dio che distrugge le città e affossa le nazioni di popoli infedeli.
Un dio che ha la forza delle saette nelle sue mani.
Un dio che cavalca i cavalli di fuoco che portano in giro per la sfera celeste gli astri solari e che affonda con essi nel più torbido buio delle tenebre oscure.
Un dio che di distrugge ogni notte e che rinasce ogni giorno.
Un dio che conosce il male e non per questo adopera i suoi poteri per scansarlo dalle strade dei suoi figli.

Invece, un dio-femmina è un dio-madre.
Conosce lo strazio delle carni per mettere al mondo un figlio.
Conosce i palpiti del cuore.
Battiti ansiosi che vegliano sul destino di quel figlio messo al mondo con lo strazio delle proprie carni.
Palpiti, e battiti, incessanti, inarrestabili, irrefrenabili.
Conosce, il dio-femmina il piacere del corpo e il dolore dell’anima.
E conosce il dolore del corpo ed il piacere degli uomini.
Un dio-femmina si veste da strega, in una notte ventosa, e va in cerca del suo figlio smarrito prim’ancora di venire alla luce.
Avvisa del pericolo e cerca di proteggere la sua creatura.
La sua creatura, lei, madre e dio, femmina e dio, dio femmina e madre, l’ha nutrita.
L’ha nutrita proprio col suo corpo.
E sa che vederselo morire vorrebbe dire morire a sua volta.
E allora, essa, pazza di dolore, madre e dio, scende sulla terra per cercare di fermare il corso degli eventi fatali.
I casi, che ebbero inizio all’inizio dei tempi.
E cerca di compiere il miracolo.
Cerca di spezzare l’ineluttabile catena che essa stessa ha creato, da dio, prima di tutti i tempi.
E, con un miracolo, cerca di controvertire le inflessibili leggi della natura, ch’essa stessa ha pur creato e posto a salvaguardia del mondo.
E, cerca con quel sacrilego miracolo, di salvare, al mondo, il suo più amato bene.

Ma un dio nulla può contro le energie che si concentrano quando una nuova creatura viene chiamata ad apparire sulla scena del mondo.
Neppure se è un dio-femmina.
E sa, nella sua impietosa onniscienza, che la nuova creatura è una dolce creatura e quella creatura perirà, un giorno, sotto il fardello, ineludibile, del suo destino.
E’ da qui che nasce la colpa.
Il peccato è la disobbedienza al comando di dio.
E il peccato è frutto della colpa.
E la colpa è questa disobbedienza.
La disobbedienza del destino al desiderio del dio, del dio buono, del dio d’amore, del dio madre, del dio femmina.
Quel dio ha mangiato, senza che nessuno lo avvisasse del pericolo, il frutto della conoscenza.
E sa, da allora, cioè da sempre, essa, allora, sa che il suo figlio, che ogni figlio, ogni figlio ch’è figlio d’un suo figlio, dovrà perire, e cedere, sotto il peso del suo destino terreno.
Quel dio desidera, madre tenera e buona, che il suo figlio, il figlio più caro voluto, desidera come solo un dio sa desiderare, che quel figlio si salvi.
E il desiderio d’un dio è, pure, un ordine perentorio di dio.
E disobbedire ad un ordine è una colpa.
E la disobbedienza all’ordine d’un dio è, pure, peccato.

Ecco cosa accadde, quella sera, sulla panchina.
Ordinare giustizia era il pianto inconsolabile d’una madre che cercava di fermare la mano del destino che divora senza pietà i suoi figli.
Giustizia negata.
Impossibile.
Inaccettabile condizione di morte del cuore d’un dio madre afflitto nel buio d’una notte ventosa.
Stormivan le fronde degli alberi, quella sera.
Ed i cavalli indemoniati, ch’ogni notte conducevano il giro della vecchia impazzita di dolore, ben sapevano che quel dolore era un dolore a cui non poteva esser offerta consolazione.
Le foglie cadute dai rami erano avvisaglia di morte.
Ogni fiore muore.
Ogni foglia.
Ogni figlio, creatura di dio.

Salvatore è uscito, stamattina, senza sapere tutto ciò ch’era accaduto in quella sera fatale.
Il suo passo non conosce inciampo, se non l’esitazione dei mille pensieri che attraversan la mente del figlio d’un angelo biondo.
L’energia rubra della vita gli scorre nel sangue.
Non conosce veleno, quel sangue.
Anche se è infetto del morbo di morte.
Come ogni figlio, ha sulle spalle il proprio destino.
Mille possibilità che il mondo concentrerà sui suoi giorni davanti.
Energie potenti.
E’ il miracolo della vita.
Vedremo gli eventi che s’allineeranno lungo i giorni di Salvatore.
Un idealista, solitario, coerente con le sue idee e disposto a combatter per quelle.
Vuol cancellare l’ingiustizia dal mondo.
Mondare la colpa e il peccato.
Immagina, lui, che immane progetto s’è imposto?

3 thoughts on “LA COLPA E IL PECCATO (Una storia, p. 6)

  1. Non credo che lo immagini. Ha vent’anni e a quell’età tutto appare possibile. Delirio di onnipotenza? Forse… L’età manca di esperienza e questo è un bene. L’esperienza spezza le ali, molte volte. A volte penso che sarebbe meglio essere dotati d’un qualche marchingegno con cui buttare tutto nell’oblio. Perchè l’esperienza spesso t’insegna quel che non vorresti sentire. Ma lo senti e se non puoi dimenticarlo, non puoi mantenere la purezza, l’ingenuità, la capacità di sognare e credere. Ci provi, ma in fondo a te stesso sai che le cose non andranno come vorresti. Ci provi lo stesso, per non rinnegare quel che sei stato, quella immagine di te stesso che era l’uomo/donna perfetto, che avrebbe potuto per possibilità, ma non ha potuto per realtà.
    Un abbraccio grande…

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  2. No, lui non può saperlo, non può nemmeno immaginarlo.
    Noi, più maturi, invece si.
    Come dici tu, amica mia carissima, l’esperienza spezza le ali, molte volte.
    Hai usato esattamente queste parole.
    Ma, tu lo sai, c’è anche il paradosso del calabrone.
    L’insetto che vola a dispetto delle leggi della fisica che lo vorrebbero eternamente a terra.
    Così, anche i più maturi possono essere calabroni.
    Le tue parole sono malinconiche, stasera.
    E anche vere.
    Ma io vorrei aggiungere comunque che le due cose, nella vita di una persona si bilanciano: la forza dei vent’anni, che abbiamo avuto, quando, poi, avere vent’anni ci faceva essere al centro di un mondo pieno di fermento e di possibilità… e adesso invece, l’esperienza dei cinquanta e passa… in questo mondo ricoperto di inutile superfluo di cui non sa che farsene…

    No, amica mia, non è l’esperienza che ci pesa.
    E’ quel superfluo inutile che il nostro mondo si porta addosso come una zavorra che pesa.
    Ed io che vorrei essere leggero, invece, e provare a volare, pur con le ali spezzate, devo portarmi addosso quella inutile zavorra…
    E tu.
    E anche se tu, ed io, e molti altri come noi, vogliono ancora provare a volare, pur con le rotte dall’esperienza, quel peso ci tira giù, annega le speranze dei nostri ragazzi, brucia una generazione che al posto dell’entusiasmo dei vent’anni si ritrova un deserto pieno di vecchi cimeli.
    Cara Patrizia, più che l’età, i questo periodo mi pesa il nostro mondo.
    L’insulsa inutilità industriosa in cui siamo avviluppati.
    Fortunati, comunque, perchè portiamo a casa il pane ed il superfluo, invece che la fame e la paura.
    Ecco, mi pesa che nostri ragazzi li stiamo uccidendo poco a poco.
    Noi volevamo conquistare l’universo, Patrizia, volevamo costruire un nuovo mondo, abbiamo calpestato con i piedi la luna, abbiamo messo le mani sulle leggi della vita…
    Ma cosa ci rimane oggi di tutto questo?
    Cosa ha ucciso quegli entusiasmi?
    Me lo domando spesso.
    Sarà stato il denaro, il benessere, il superfluo.

    Voglio, però, precisare una cosa, amica mia.
    Quello che mi fa male, non è tanto di aver perso gli entusiasmi, perchè per me non è così.
    Io resto ingenuo, ancora, e puro, per quello che si può dire di un adulto.
    E’ che vedo crescere la distanza dagli altri.
    Li vedo correre sempre più follemente verso il baratro… e vorrei fermarli, ma non posso.
    Non so.
    Ecco.
    Questo mi pesa.
    L’età no, a dire il vero.
    E non credo che sia davvero lei la responsabile che ci ha spezzato le ali: non sono davvero molte le cose che non facciamo perchè l’età non ce le permette. Anzi. Forse, sono molte di più quelle che posso fare grazie all’età che ho oggi.
    No.
    Non è lei la zavorra.

    Un bacio.
    Piero

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