MARIA (Una storia p. 4)

Edvard MUNCH - LA PUBERTA'
Edvard MUNCH – LA PUBERTA’

Il demonio può avere molti volti e sa nascondersi sotto tante vesti diverse.
E’ una maschera, forse, un trasformista, un attore di varietà.
Ma se lo chiamiamo demonio, una ragione ci sarà.
Nel caso di Maria e del suo mondo di periferia il senso che il demonio porta dentro la nostra storia è, senz’altro, l’inferno.
Le due cose, il demonio e l’inferno, non possono essere separati.
L’uno dà significato all’altro.
L’uno, senza l’altro, non potrebbero esistere.
E, quindi, per Maria, demonio e inferno stanno dentro la stessa scena, sullo stesso palco, nella stessa vita.

Certo, pensare alla giovane ninfetta in abitini, camiciole, minigonne che si alzano sopra gambe secche, stecchi di legno verde, può far pensare a cose d’altro genere.
Desiderio, voluttà, peccato.
Cose da vecchi uomini d’altri tempi.
Niente a che vedere con le muscolari nudità dei giovanotti d’oggidì.
Ma, pensandoci bene, desiderio, voluttà, peccato… non sono l’atto d’accusa che l’Alto Tribunale, un giorno lontano, utilizzerà come prove contro di noi, nel giorno, o nella notte eterna, del Giudizio Universale?
In quel momento suoneranno a perdifiato le trombe di tutti gli angeli del cielo.
E saranno chiamati a raccolta tutti i morti sepolti in tutti i camposanti della terra.
I defunti da tutti i tempi dei tempi
In quel momento, il Giudice, col suo dito infallibile teso e proteso, ci chiederà con voce tonante:
“Tu, ti dichiari colpevole o innocente?”
E noi, timorosi, terrorizzati, frastornati dal lungo sonno interrotto, incerti, stanchi, ansiosi, gli risponderemo arrendendoci:
“Ci appelliamo alla clemenza della corte, Vostro Onore!”
E lui, ancora col dito inquisitore rivolto contro di noi, ci leggerà la sentenza inappellabile:
“Noi, Tribunale Estremo, Giudice inflessibile e giusto al massimo grado, Noi t’infliggiamo giustizia.
Noi emendiamo la tua colpa e mondiamo il tuo peccato.
Tu, tu, lurido verme che strisci nelle tenebre dove si nascondono le impure creature, tu hai volto contro il cielo l’immondo desiderio, tu hai peccato sentendo prurito dove non giunge la luce del cielo, tu hai peccato contro il volere di Dio, contro la Giustizia, contro la Legge.
Tu, il tuo corpo e la tua anima saranno in eterno preda del demonio che abita l’abisso dell’Inferno!”.
E quel Giudice infallibile, si leverà, mostrandosi in tutta la sua Altezza.
Con la spada di fuoco infilata di traverso nella cintura, il libro del Destino aperto in una mano larga, il libro della Legge stretto nell’altra, il cuore duro come una pietra, lo sguardo acuminato come l’anatema definitivo lanciato contro di noi, alla fine dell’Udienza, quel Giudice d’Ultima istanza ci affiderà alle grinfie del demonio che ci custodirà all’Inferno per l’eterna espiazione della colpa.
Nel nostro certificato d’esistenza, la fedina penale reciterà un assoluto:
“Fine pena mai!”.

Non giunge l’eco di questi eventi, là, sulla terra.
Sono, questi, eventi che devono ancora accadere, eventi che forse nessuno mai riuscirà neanche a vedere.
Non sappiamo se gli occhi dei morti sapranno aprirsi alla Luce che brillerà in altro, lassù, con fiamme tanto roventi.
E non sappiamo, a dire il vero, neppure se quegli occhi sapranno vedere il rosso bagliore delle fiamme dell’inferno che ardono dall’inizio dei tempi per temprare l’acciaio durissimo nel quale è intinta la punta della penna con la quale il Giudice sta ancora cesellando i versi della nostra definitiva condanna.
Li leggerà domani.
Un domani di là, ancora, da venire, ma certo, e per questa certezza, certamente, già così vicini da metterci i brividi.
Non giunge l’eco sulla terra.
Ma, quaggiù, sulla terra, sono già stati assegnati i ruoli per quella rappresentazione che domani si reciterà sul tribunale più alto del mondo.
Si stanno già facendo le prove.
E non occorre neanche compare il biglietto, o prenotarsi, per assistere a quella recita che domani accadrà.
Siamo invitati.
Invitati d’onore.
E non potremo esimerci dal rappresentare il ruolo centrale del protagonista principale.
Ma, questo, domani, accadrà.

Oggi, invece, ci sono le prove.
E Maria, col suo angelo biondo, sta sudando.
E’ la stanca attrice dilettante chiamata a recitare una parte.
Suda e strilla.
Stringe forte le mani.
Due piccoli pugni.
Secche pigne su cui, pallide, spiccano le nocche strette che maledicono chi ha creato la vita che nasce nel dolore.
Il respiro spezzato.
L’affannarsi di qualche aiutante pietoso.
Panni sporchi di sangue.
Un mucchio di peli neri arruffati, ciuffo d’erba selvatica cresciuta sul monte della felicità.
Un fiume rosso che scorre fino al mare infinito della vita.
Una rete nella quale resta impigliata una strana cieca creatura delle acque.
Un belato, un muggito, un bramito.
Agnelli, vitelli, cerbiatti.
Innocenti creature.
Gole pronte ad offrirsi alla lama del pio sacerdote sull’altare del sacrificio più estremo.
Venire al mondo, in questo mondo di Marie ed angeli biondi, è il sacrificio.
E le bestie innocenti ridendo offrono il collo.
Noi, bestie innocenti, ridiamo, quando la lama, dentro, ci affonda nel cuore.

Ma non le sa queste cose, la giovane vita che viene al mondo, mentre grida, Maria, e implora al suo cielo la preghiera d’un futuro fortunato per quella giovane vita.
Il fato, il destino, la fortuna, stanno scritte su una pagina di quel libro che l’angelo stringe nella mano impietosa.
La punta durissima della penna che il dio intinge nel sangue degli uomini infetto di dolore e di morte non incontra resistenza mentre scrive quelle parole, sul foglio, senza provare, per quella nuova vita che vagisce, implume e inesperta, alcuna pietà.
La vita è un fiume nel quale si bagna Maria.
E l’angelo biondo, spensierato e incosciente, nuota felice in quelle acque immote e profonde, mosse da una corrente che non ha direzione e non conosce la meta finale se non la dura sponda che la doma e la piega.
E ora, in quel flusso è entrata anche un’altra giovane vita.
A cui un nome è stato dato senza volere.
Senza sapere, l’han chiamato Salvatore.
Come se da lui dipendesse il destino del mondo.
Senza sapere.

Il destino dell’uomo è scritto in quel libro.
La legge è scritta nell’altro.
La colpa è la ragione che tiene acceso il fuoco che arde sulla spada dell’angelo sterminatore.
Il peccato è all’origine della vita ed il fine ultimo della creazione.
Il peccato d’esser venuti al mondo per un semplice atto d’amore.
Il desiderio, che preme, prude, incanta, scoppia.
E sboccia, il fiore, dal seme.
Mentre il fertile grembo materno si fa gravido di frutti.
E l’albero della vita nutre la terra, il cielo e tutto il creato.
Anche la mano del Giudice estremo si protende per prendere un frutto, di tanto in tanto, e nutrire il suo appetito insaziabile.
E prende i frutti più belli.
Recide i fiori dai colori più brillanti ed il profumo più intenso.
E nel cielo si perdono le grida di dolore di quei frutti.
E anche quei fiori piangono forte quando la mano li strappa alla terra da cui erano nati e nutriti.
Ogni giorno si compie la tragedia della vita che si muta, ancora, ogni giorno, in miracolo, ogni volta che, dalla morte, nasce un nuovo fiore in quel campo bagnato.
Anche Maria ha dato Salvatore all’angelo biondo.
E poi l’angelo è volato in Paradiso a portare la sua felice notizia.
E non è più disceso ad abbracciare la piccola, dolce, Maria, e dargli il conforto d’un onorato marito.
S’è scordato, il padre amorevole di Salvatore di dare l’ultimo bacio alla sua creatura.
Il Giudice, quando l’ha chiamato andava di fretta.
E lui è corso.
Inconsapevole, incontro al destino.

Non racconto cosa accadde, un giorno.
Forse una rissa.
Forse una folle corsa in auto incontro a quel fato crudele.
Dico solo che Maria non è donna – si è donna, ormai, e anche madre d’una smorfiosetta creatura – ma non è donna che si perde d’animo in questo nero mare terreno.
S’è data presto da fare.
Non gli è mancato il coraggio.
L’esperienza l’aveva acquisita sul ciglio d’una strada di periferia.
Il corpo s’era fatto anche più tondo.
E agli uomini piace, vigliacchi, stringer fra le braccia una bimba che donna s’è fatta, e madre, che conosce l’amore e odia la vita.
Chissà.
E’ la fretta di dare ragione al Giudice estremo.
Il desiderio è impuro, la pruderia è peccato, ogni colpa dev’esser punita.
Il Tribunale esiste solo per questo.
Ma Maria non è donna che si pone queste questioni.
Lei ama.
Le sue mani son dolci.
Come la bocca.
I seni sono sodi pomi che odoran di fiori.
Il ventre è la più dolce delle caverne.
Le porte che la suggellano s’aprono all’ordine del demonio che parla dell’inferno che brucia là fuori.

Il demonio si chiama Giuseppe.
E’ un impiegato di quart’ordine all’ufficio delle tasse della città.
Non ha mai conosciuto una donna, prima di pagarsi l’amor di Maria.
Solo solitari piaceri in un cinema buio o desideri sparsi in un vaso del cesso di casa.
Qualche appostamento dietro una siepe.
Tante volte ha pensato di pagarsi una puttana tutta per lui
Poi l’ha scelta.
Guardandosi intorno, prudente.
Una giovane bimba.
Chiamata da tutti Maria.
E ha avuto piacere di sapere che Salvatore era la sua dolce creatura.
Poteva pagarsi una puttana.
E comparsi anche una madre, un figlio, ed il titolo onorato di padre.
Ora stanno in una casa poco lontano dal centro della città.
Lui va ogni mattina al lavoro con la metropolitana e due autobus, sul raccordo anulare.
In un palazzone altro trenta piani, occupa un ufficietto di tre metri per due.
Più largo di quello che avrà, domani, quando si dovrà presentare al suo Giudice-boia.
Un inferno, la vita in città.
Un inferno, la vita.
Maria, lei anche lo sa.
Ma è più tranquilla, adesso, che Salvatore ha anche la tessera della sanità.

5 pensieri riguardo “MARIA (Una storia p. 4)

  1. Hai risposto alla domanda che ti feci l’altra volta. E lo hai fatto nel modo che mi aspettavo.
    Storie inventate sì, ma vere purtroppo, più spesso di quel che si pensa. e anzi…forse tu sei stato anche magnanimo…
    Mi vien da dire: quale colpa sarà mai da giudicare in tutto questo? Quale dannatissima colpa sarà mai da giudicare in tutto questo…?
    Ti sei superato, come sempre…
    Ciao :-))

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  2. La colpa che sarà da giudicare?
    Non lo so, forse lo voglio capire anch’io andando avanti leggendo dentro di me.
    Colpa.
    Bella parola.
    Difficile da riempire di contenuti.
    E’ un sentimento o una cosa, un dato di fatto?
    Tu che sei maestra della sostanza delle cose, potresti rispondermi.
    Sei concreta: la colpa è un fatto?
    Uccidere è una colpa?
    Oppure la colpa è il sentimento che si lega a qualcosa d’altro?
    Se io uccido mi prendo la colpa di ciò che ho fatto?
    Ma se è così, allora quella colpa che mi prendo cos’è?

    E se è facile definire l’assassinio come un delitto a cui si connette la colpa (ma uccidere non vuol dire automaticamente assassinare), quando il delitto diventa di altro genere – per esempio assassinare per fame, per malattia, per guerra, oppure altro ancora – allora, la colpa può anche diventare qualcosa di invisibile, di impalpabile…
    E scomparire…
    E così ci troviamo di fronte a delitti e non vediamo la colpa che vi è connessa e possiamo anche pensare liberamente che quel comportamento forse non sia delittuoso, oppure che per quel delitto non sia prevista la colpa…

    Ecco, sto cercando di scandagliare questo, la vita, il quotidiano, il delitto di vivere, se è delitto, e forse per alcuni lo è…
    Non so, vado su un terreno che ancora non ho esplorato…
    Ma se è così, allora scrivere ha un valore, significa scoprire, esplorare…

    Beh, amica mia, stasera ho molto sonno, sono piuttosto acciaccato, sono rincoglionito e mi vengono domande che mi piacciono pure…
    Beh, che dire?
    Se non ti affascina questo mondo, stasera, puoi ritenerti giustificata, ma se viaggi con me… fai attenzione!
    Ti voglio bene assai, lo sai, quindi sei avvisata.
    Potrei andare avanti col racconto.

    Una bacione,
    Piero

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