LA MADONNA DEL PARTO (Una storia, p. 3)

Piero della FRANCESCA – MADONNA DEL PARTO

L’angelo di Maria si chiama Gabriele.
E’ un ragazzo dolce e gli piace suonare la chitarra, la sera, quando il buio scende silenziosamente sul suo pezzettino di mondo.
Chiuso, timido, scontroso.
Il profilo innocente d’una creatura del cielo.
E’ sceso sulla terra per volere d’un padre prepotente e fugace che, una notte, pieno di desiderio e di fumi, inebriato più dall’alcol che dagli incensi odorosi, prese una donna che non conosceva quell’amore spontaneo che nasce dal cuore e fiorisce in mezzo alle gambe.
Il padre, come un antico cavaliere errante, aveva lasciato la povera casa prima che l’angelo vi mettesse piede.
Era partito per compiere nuove gesta che nessuno più ha mai raccontato ma aveva trovato compagni cattivi sulla sua strada.
La madre, antica creatura femminina del mito, s’era vista riempire il ventre dal seme dall’amore d’un eroe che conosceva la sconfitta soltanto.
L’odio s’era vestito di ghiaccio.
La solitudine aveva suonato la sua triste melodia.

L’angelo Gabriele era cresciuto ai piedi di dio.
La madre di un angelo ha molto da fare per dar da mangiare alla sua creatura.
E un angelo non sa curarsi delle meschine fatiche profane d’ogni giorno.
Lo studio, il lavoro, la casa…
Cosa ne sa mai un angelo di queste cose?
E’ dura la vita?
Cose che non riguardano quello.
A scuola dicevano che era assente, svagato, distratto, imbelle, indisciplinato, solitario, insofferente…
Ma come credete si possa sentire un angelo su questa terra?
In cella.
In galera.
In prigione.
Come suo padre, accusato di violenza sessuale, furto, rapina, spaccio…
Senza fissa dimora, guida in stato di ebrezza, violenza privata…
Reati da poveracci.
Il padre di un angelo è un morto di fame.

L’animo sensibile di un angelo soffre.
Soffre perchè è sensibile.
E dato che la sensibilità di un angelo non è una sensibilità comune, quella di un comune mortale, è evidente che un angelo soffre di più.
Il silenzio gli fa da scudo.
Ma il silenzio non attutisce il dolore.
Solo, lo rende muto.
I giorni dell’angelo trascorrono ai piedi di un dio che sta in cielo.
E nessun altro può vederlo, al di fuori di lui.
Un dio che chiamano solitudine.
Solo perchè nessuno può vederlo.
Non ci sono altari, templi, statue che possono dire “ecco, il dio è qui, questo è il suo volto”.
Il volto del dio che sta nel cielo vuoto dell’angelo Gabriele è pallido, sfigurato, a volte piange le stesse lacrime del suo devoto fedele.
Più spesso, però, se ne sta lì, indifferente, distratto, lontano…
Come il gran gelo del cosmo.
Così, Gabriele, s’immagina il cuore di dio.
E così è il cuore dell’angelo.

Il fuoco arde e per tenere accesa la fiamma c’è bisogno di carburante.
Così il cuore di Gabriele, per restare acceso, ha bruciato tutta la materia che la vita normalmente fornisce ad una sua creatura.
Quel carburante, che gli abitanti d’un altro mondo chiamano amore, è bruciato in fretta.
E’ finito prima ancora di cominciare.
Sere solitarie e silenziose.
Notti insonni e pesanti.
Giornate infinite lunghe come una interminabile catena.
Occhi spenti.
Bocca secca.
Cuore immobile.
Anima irrequieta.
E rabbia.
Una rabbia misteriosa e profonda.
Una rabbia che viene dagli abissi d’un tenebroso inconscio inesplorato…

Ma un angelo, per essere un angelo che davvero si rispetti deve avere qualcosa di veramente speciale.
Lo dipingono con ali, solitamente.
E con lunghi capelli dorati.
Batuffoli di leggerezza che lo sostengono nei giochi più innocenti e spensierati…
Chissà, qualcuno ha mai immaginato la vita d’un angelo prima che finisca per essere impressa in un’immaginetta di quelle che han fatto la fortune di quel genere di creature ineffabili?
Se si scrivesse la storia di quegli stuoli, forse si conoscerebbe il perchè del dolore, della sofferenza, del sacrificio su cui si fonda ogni religione.
Parlano dell’amore, le religioni, tutte.
Ma, poi, sono centrate sul paradiso per pochi, sulle rinunce per entrarvi, sul sacrificio degli infedeli…
Gabriele è dolce.
La sua dolcezza non sanno vederla, qui, gli uomini, su questa terra.
Lo definiscono un introverso.
Ma ha due occhi che chiedono d’amare.
E ha un cuore grande come una casa.
Ma nessuno guarda dietro al petto e quindi nessuno sa dell’esistenza di quel cuore così grande.

Gabriele passava, come tutte le mattine, davanti al cancello di Maria.
Gli occhi bassi, a terra.
La testa lontano.
I pensieri all’inferno, al suo inferno.
Maria usciva sempre, la mattina, per andare a consumare il suo giorno sul bordo di una strada di campagna.
Soprattutto le cicale erano diventate sue amiche.
Col caldo, un ombrellino rosso in mano, le uniche canzoni d’amore che il mondo cantava dinanzi alla sua bellezza in fiore erano quelle delle cicale che frinivano fino a sfinirsi nel tramonto.
Era una madonna innocente.
Ma faceva il mestiere di tante madonne di strada.
Un mestiere che lascia l’innocenza più pura nel cuore.
Ma strazia l’anima e consuma il corpo.
Giorno dopo giorno.
Poco a poco.
E ruba il tempo.
Fino a non lasciare più niente alla vita d’ogni giorno.

Ma i miracoli esistono.
Esistono perchè la natura sa compierli.
E quando accade che si compia, il miracolo, è sempre un giorno speciale.
E miracoli, piccoli e invisibili, accadono ogni giorno.
Solo che nessuno lo sa.
Ci accorgiamo solo di quei pochi, due o tre al massimo, che ci cambiano la vita.
Ma, a pensarci bene, non sono poi davvero un’enormità, quei due o tre miracoli che ci stravolgono l’esistenza da un momento all’altro?
Un miracolo, perciò è accaduto quella mattina, quando si sono incrociati, Gabriele e Maria.
Ma loro non potevano saperlo.
Perchè il nome che hanno dato a quel miracolo è stato un altro.
Un nome molto più comune.
Il nome del peccato.
Scritto su un muro scalcinato al bordo di una strada.
Il nome che avrebbero dovuto dargli, a quel miracolo, era Amore.
Ma loro hanno voluto chiamarlo peccato.
Chissà per quale motivo.

Quando Maria si è ripulita, dopo il miracoloso peccato compiuto con Gabriele, non sapeva ancora che qualcosa era accaduto nella sua vita, proprio in quel preciso istante.
Un piccolo seme, su un ramo secondario della vita, era stato impollinato.
Nessuno sa come.
Nessuno sa nemmeno perchè accadano i miracoli.
Forse è perchè noi vogliamo che sia così.
Li desideriamo tanto, li invochiamo, alziamo preghiere al cielo, che violenti le leggi di natura, per soddisfare qualche nostro desiderio…
E poi?
Quando accade neanche ce ne accorgiamo.
Gabriele, quella mattina sentiva una voglia strana, dentro.
Maria anche.
Così, per volere del dio della vita, le loro voglie si sono fatte di carne.
E la carne, si sa, non si può fermare.
E’ vita, è energia, è desiderio, è contagiosa!
E il miracolo fa crescere pian piano la pancia Maria…

7 thoughts on “LA MADONNA DEL PARTO (Una storia, p. 3)

  1. Sai cosa ti dico? Questo racconto mi piace in modo particolare e ti dico anche la sensazione che provo quando leggo i tuoi racconti. Il più delle volte (e con questo in particolare) ho come l’impressione di vedere una girandola di parole che fan sberleffi. Nel senso che girano e volano come farfalle e sembrano portarti in una direzione e poi invece ti ritrovi in un’altra. I tuoi racconti partono quasi sempre in un modo che fa pensare a qualcosa di astratto, confinato nelle sfere della religiosità e poi invece il tutto ridiscende alla vita, alla realtà misera e difficile degli uomini. E questo mi piace, sì…decisamente mi piace molto.
    Trovo questo racconto molto “leggero” nel tono,nel senso che hai affrontato un argomento importante riuscendo a mantenere una leggerezza di parola che io in genere preferisco. La trovo molto più efficace. Come sempre, ma ormai lo sai
    ;.)) prendi queste parole per quello che sono: semplici pareri personali.
    Una domanda mi è sorta alla fine del racconto: che ne sarà di Maria? Quella vita sarà solo sua? E che ne sarà di quella nuova vita? Un altro angelo, un qualcosa d’indefinito ed invisibile, una vita e basta… ?
    Mi ripeto: davvero bello!
    Un abbraccio

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  2. Eh, cara Patrizia mia, e che dirti? Come faccio a dirti grazie?
    Con un gran bacio, forte e scrocchiante!
    Ecco, mò te l’ho detto!

    Che dire invece della storia di Maria?
    Ecco, mi piacerebbe scrivere un vangelo intero. Non solo la storia di una madonna o di un angelo.
    Non so se ci riuscirò mai.
    Ma posso sempre provarci.
    Ce l’ho in testa già.
    Chissà se ne sarò mai capace?
    Certo, il vangelo II P. (secondo P) è così, mi piace come hai detto tu… sfarfallante…
    Ma la materia di cui è impastato è quella umana.
    Croce e delizia della nostra esistenza, gabbia e prigione del vivere, festa e gaudio della vita.

    Chissà?

    Un bacio, Pat! (Un altro, in verità, stasera ne approfitto)
    Piero

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    • Cara Lucia, mi fa grande piacere la tua visita. E anche il tuo commento.
      Io proprio questo penso, che una storia come questa, così, è più facile da comprendere.
      Un abbraccio,
      Piero

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