INNOCENZA (Una storia, p. 2)

Egon SCHIELE – NUDO FEMMINILE

Il corso impetuoso del tempo non si ferma.

E’ inarrestabile, come la corsa di un fiume in piena.

E neanche il corso della giustizia.

E’ impietoso e sanguinario.

I poveri resti di Maria stanno ancora lì.

Buttati.

A terra.

Stracci senza storia.

Sotto la panchina.

Nel piccolo prato sotto al muraglione della metropolitana.

I grandi alberi, con le chiome arruffate dalla tempesta notturna, stanno ancora lì, a guardare, attoniti.

Silenziosi e terrorizzati.

Ciechi e muti.

La natura sa essere omertosa, quando gli elementi la minacciano di distruzione e morte!

Se si tende l’orecchio, risuona ancora, sotto la volta del cielo pallido e le nubi piatte e basse, l’urlo rauco della vecchia strega:

“Sono dio!

Io sono la giustizia!”.

Il profumo di gigli e gelsomini, nell’aria, s’è dileguato.

Ha lasciato solo quei poveri stracci smorti, senza vita.

Oh, se potessero parlare, quegli stracci!

Panni lisi che furono poveri abiti.

Indumenti che ebbero pietà del dolore di una vita.

Confessionili che  origliarono i più reconditi e nascosti segreti d’un cuore umano!

Oh, se potessero raccontare!

Una maglietta macchiata.

Un paio di jeans scoloriti.

Delle mutandine innocenti di filo.

Cosa saprebbero raccontare!

Non si crederebbe, ma hanno un’anima anche i vecchi stracci.

Hanno occhi… orecchi e sentono, e vedono…

Ma non parlano.

Non dicono nulla se  non li si vuole ascoltare!

Si, perchè la verità è questa.

Essi a parlare, parlerebbero pure, se qualcuno li interrogasse e volesse ascoltarne la voce.

Conoscono parole che gli uomini ignorano.

Compongono poesie che nessun poeta potrebbe mai creare.

Raccontano storie che nessuno crederebbe possibili…

Gli stracci parlerebbero, se qualcuno volesse ascoltarli.

Perchè sanno parlare, gli stracci morti.

Parlano come parlano le cose che conosciamo assai bene.

Le cose che ci circondano ogni giorno, se non voltiamo gli occhi dalla loro parte, ci narrano di intere vite e sudori e dolori e gioie…

E, allora, tendiamo le orecchie.

Mettiamoci ad ascoltare.

Sintonizziamoci sulla loro frequenza.

I quattro stracci, buttati là, come il corpo d’una bestia in mezzo alla strada, quattro stracci che, per la verità, erano solo tre, stanno ancora lì, come un sacco d’immondizia, sul bordo del nulla.

Neanche la smilza zingara tzigana li ha presi in considerazione.

Lei passa ogni mattina.

Fa la sua rivista, al levar dell’alba, a tutti cassoni dell’immondizia.

Colleziona le prove del delitto compiuto, ogni giorno, dalle pancegrasse che, ogni giorno, ammazzano, senza neanche una ragione, la propria vita vuota e ne gettano i resti nei cassonetti puzzolenti.

I quattro stracci.

Che, poi, in realtà, sono solo tre.

Una maglietta.

Di cotone leggero.

Macchiata del colore della colpa.

Slabbrata.

Divorata dal morso feroce della vita.

Non porta più, addosso, le dolci forme di seni acerbi e trepidi che l’avevano accarezzata con scosse e onde che le leggi dell’elettricità non sanno controllare.

Le leggi che regolano le correnti d’un fiume non sono governabili.

E le regole che presiedono allo sviluppo d’un fiore sono inflessibili, e indomabili, come i palpiti del suo cuore.

Così, non si può tenere a bada il corpo d’una bimba che si fa donna.

Quelle sono leggi che non si possono imprigionare nella cella del peccato.

Peccati che la giustizia vuol mondare.

I pantaloni.

Tela jeans.

Sdruciti e scoloriti.

Giacciono come uno strofinaccio sporco.

Han perso la forma.

Le gambe, allora agili e scattanti, ora sembrano, ormai, solo rami spezzati.

Le tasche profonde, che, solo ieri sera, raccoglievano gli insondabili sogni d’una bimba, ora sono rivoltate, sporte in fuori.

Sembrano due goffe vesciche di grasso.

Marcite nel fango.

La cintura è un cappio stretto.

Avvinto intorno ad una vita ch’è fuggita.

Sogni strangolati.

Speranze appese a un palo.

Il colore, già pallido e consunto, ora è perso.

Fuggito.

Scappato.

E’ corso a nascondersi.

Si vergogna.

Della colpa.

Della colpa d’un corpo di bimba che s’è fatta donna.

La colpa d’un corpo.

La colpa che una giustizia vuol punire.

Le mutandine di filo stanno nascoste in disparte.

Disdegnano di mostrare in pubblico ciò che d’intimo è rimasto impresso in loro.

Indumento silenzioso e timido, le mutandine stanno sotto la seduta della panchina.

Guardano impaurite il punto esatto dove ieri sera s’era seduta la vecchia urlante.

Aveva sparato al cielo, come un colpo di cannone, la sua vana identità.

“Io sono dio!”

Erano impallidite le più intime profondità del cosmo.

Sbiancate, illividite, le sfere celsti.

Mai un urlo così tremendo e duro s’era levato al cielo.

Così lato e terribile.

Dentro, aveva tremato l’intima innocenza del fiore di ciliegio

Il ricordo dolce della puntura d’una ape terribile era tornato alla mente del fiore immacolato.

Dolce come’era dolce il volto d’angelo di cui s’era inebriato.

Terribile come la furiosa voce del dio sceso a imporre la sua giustizia.

Maria, quando la tremenda dea della giustizia aveva alzato al cielo le sue braccia, veniva dal suo primo incontro d’amore sfortunato.

Aveva incontrato un angelo, per strada.

Dinanzi all’orto di casa, appena fuori dal cancello.

Era biondo, bello, con grandi ali piumate e profumate.

L’aveva guardato appena.

E, subito, il sangue, di desiderio s’era inebriato.

La nebbia densa d’un sentimento sconosciuto era calata a confonderle la vista.

Appena appena aveva udito dell’angelo la voce, trasognata.

Un sudore le era scorso dappertutto.

Le mani, nervose, di tremore, irrefrenabile, eran scosse.

Le gote s’erano fatte rosse albicocche dolci.

Il seno, palpitava.

La vita, leggera, alzava al cielo i primi incomprensibili vagiti innamorati.

“Maria, io vengo per portarti un messaggio.

Io porto un messaggio d’amore!”

Questo.

Questo solo le aveva detto, l’angelica voce trasognata.

Una voce può penetrare un cuore come una lama.

E farne sgorgare sangue.

E’ l’effetto che la lancia dell’amore provoca in un corpo.

Così, Maria, ormai, sapeva d’esser diventata donna.

Donna fedele ed innocente.

Fuoco eterno e inestinguibile.

Donna arsa di desiderio.

Desiderio fertile e prolifico.

Nel seno di Maria, ormai, albergava il seme d’una nuova vita.

L’amore fa miracoli che nessuna ragione sa spiegare.

Saltellando, come saltella una bimba nell’età dell’innocenza, leggera e spensierata, Maria se n’andava andava incontro al suo destino.

Lei non lo sapeva ancora.

Ma ieri sera, si, è stato il destino ad assegnare ad ognuno le sue carte.

Maria, per questo destino crudele, si chiamava proprio Maria.

E doveva incontrare proprio il suo angelo, lì, sul cancello davanti casa.

E quello, infatuato e pieno d’ardore amorevole ed eterno, l’aveva resa fertile d’un seme assai fecondo.

Un seme che veniva da lontano.

Il seme che feconda l’intero grembo della terra.

Il seme aveva ingravidato anche  il grembo d’una bimba senza macchia di peccato.

La vecchia s’era fatta dio.

Lei voleva essere, per grazia di dio onnipotente, l’autore del libro inflessibile del destino.

La madre dell’angelo biondo innamorato.

Una donna che la vita aveva reso, ormai, sterile d’ogni sentimento illuminato.

Il corso del tempo non si ferma.

E’ inarrestabile, come la corsa di un fiume che corre in piena.

E neanche il corso della giustizia si può fermare

E’ impietoso e sanguinario.

Nascosto dietro la panchina, un vecchio mendicante, ieri sera, tra la veglia e il sonno ebbro, s’era fatto, involontariamente, testimone della tremenda scena del destino.

I cavalli, anch’essi, quattro candidi demònii scalpitanti, con gli occhi rossi, di  fuoco iniettati e le froge nere fumiganti, s’erano fatti, anch’essi, testimoni della storia.

Il vento, pure, curiosamente, s’era fermato dietro le fronde fruscianti, intento a guardare la scena tremolante.

Le foglie, e i rami, e i pochi frutti penzolanti, curiosi pure loro, s’erano messi di punta ad osservare.

E pure le finestre sui casermoni, dall’altro lato della via sprofondata nella notte avean attivato le loro invisibili antenne di luce palpiatante.

I lampioni, più pudìchi, ad un certo punto, s’erano spenti.

S’eran mimetizzati meglio al buio.

Per stare lì, in buona posizione, a spiare dall’alto la lotta che si compiva sotto i loro sguardi spenti.

Fra la vecchia e la giovane.

La giustizia e la colpa.

Il peccato e l’innocenza.

3 thoughts on “INNOCENZA (Una storia, p. 2)

I COMMENTI SONO GRADITI

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...