STORMIRE DI FRONDE (Una storia, p. 1)

Friedrich, Caspar David: Man and Woman Contemplating the Moon

Friedrich, Caspar David: Man and Woman Contemplating the Moon

 

Lo stormire delle fronde, nell’ombra serale, stasera è un ansioso ansimo.
Il tempo si scrolla di dosso colpe e peccati.
La fuliggine novembrina attutisce i tremiti delle tardive foglie ancora aggrappate a un ramo degli alti alberi arrugginiti d’autunno.
Malferme, stanno, frementi, in attesa di chissà chè.
Infine, con un ultimo fremito d’agonia, si lasciano andare.
Stanche, consumate, sfinite.
Così, s’avviano all’ultimo viaggio.
All’ultima meta.
Dove sono attese da un giudice inflessibile e crudele che commina la condanna, ineluttabile, per un’esistenza spesa invano.

La panchina, sotto la fioca luce gialla, sta, solitaria e ferma.
Silenziosamente, medita, distratta, sullo scorrere delle stagioni.
Attende.
Da tempo immemore.
Indifferente e smemorata.
Aspetta ch’Essa giunga.
Sa ch’Essa si presenterà, in qualche momento, d’improvviso.
Forse quando il mondo si sarà voltato, distratto, da un’altra parte.
Giungerà sul gran carro di fuoco.
Tirata da una quadriga fumante di purosangue neri.
Demònii a servizio dell’inferno.
Altera, dura, arcigna, giungerà.
Giudice del bene e del male.
E, con Essa, giungerà anche la fine.
Lo sa bene, lei, vuoto sedile, stanga sbilenca su cui grava, in un parco di periferia, la solitaria essenza della vita.

Il vuoto.
E davvero la tensione del tempo sembra giunta al culmine.
Vibrano, tesi, gli alti fusti.
Sfibrati dallo sforzo di tenersi aggrappati alla nera terra.
Le radici si stringono, disperate, con le ramificate dita, ad ogni aggrappo.
Ogni possibile appiglio.
Non voglion essere risucchiate dal vortice ch’ha scoperchiato la volta celeste.
Son sparite in quel gorgo le stelle tutte.
Inghiottita la luna.
Nell’aria, svagate particelle di vapore si tengon strette.
Si son rinchiuse in una nebbiosa gabbia d’uggia per non esser preda del vorace vuoto.
Il risucchio, in quel vorticar tremendo, confonde e cielo e terra.
Ingozzar si vuol con l’immondo pasto del creato.
Un ponte s’affaccia dal còr di quel precipizio che si inabissa al centro della tremenda notte.
E, da quel ponte, rotola allo spaurito, che sta là, alle spalle della panchina vuota, un rombo di zoccoli che sopraggiunge, alfine, dalla fine d’ogni viaggio.

D’improvviso si placa la tempesta tumultuosa.
Sulla panchina s’è assisa una vecchia signora stanca.
Dura e severa.
Le braccia un pò di lato tese.
Le palme aperte, a mò di piatto volto al cielo perso nell’oscura tenebra.
La bilancia della Giustizia ha finalmente spalancato le sue tremende fauci sul mondo intero!
La candida testa dell’anziana donna è ferma.
La mascella puntuta e diritta.
Sottili labbra esangui e smorte.
Una rete fitta di rughe sottili piaga le guance pallide.
La fronte nascosta sotto un inutile cappello, trafitto dalla punta d’un lungo spillone.
Sulla bocca è appuntata una paurosa smorfia.
Crudele maschera d’atavico rancore.
E’ la fame eterna!
Giustizia divoratrice.
Brama d’innocenti creature venute al mondo.

Ogni tanto i quattro cavalli, nervosi, alzano striduli nitriti al sordo cielo.
Batton gli zoccoli sulla dura pietra che, pur, rimbomba, stordita, d’una stanca eco impaurita.
Pesante fiato vomitavano, nubi d’asfissiante fumo denso.
Musi allungati ruminano la marcia erba del tempo
Scalpitano i demònii, presaghi e furibondi.
Mordon la pastoia per fuggir lontano!
La notte, intanto, intorno è precipitata.
S’è nascosta la terra, dietro un manto d’umida nera oscurità.
Un sudario copre l’intera periferia del mondo.
La megera, nel buio, bilancia, agile, i sui suoi rattrappiti sleali bracci.
Le mani, piatti di bilancia squilibrata, soppesano i peccati dello sperduto angolo di città.
Pendon sempre da una parte.
Ma non so, qual’è la parte giusta.

Un profumo leggero s’insinua piano.
Un innocente fiore innocente, piano, stentatamente, penetra, di soppiatto, nella fradicia atmosfera dell’inferno.
Un miscuglio di giglio, rosa, gardenia e gelsomino.
Una minuscola stella dalla lucente chioma s’intravvede.
Piegata, giunge di lontano.
Chissà da dove.
Una dea, forse.
Una giovane ninfa.
Una graziosa beltà lunare.
Una fata dai lunghi setosi capelli neri.
Seni acerbi.
Saltellante passo di bimba allegra.
Di scatto, volge la vecchia il capo.
I cavalli, dolcemente, intanto, si son fatti fatti cheti

Intorno, la notte scura.
Curiose, l’infere creature osservan di spiego il buio.
Spiano dietro le lunghe criniere che sfrangian sui grandi neri occhi tondi.
S’alza, di stanchezza antica, la vecchia donna.
Punta il dito come punta di mortale dardo.
Ha di mira la creatura dolce, ch’incede dondolando il passo, a saltarelli bambineschi.
“Io sono Dio!” urla la voce al ciel fuggita.
Son affilate lame le sottili labbra di giustizia che s’è incarnata in creatur divina .
Tremano, stormendo, gli stecchi rami degli alberi prigioni della nuda terra.
Brividi percorrono le scure superfici della notte.
“E tu, dimonio, osi presentarti a me!”, urla la furia di giustizia al suo imputato.
Il demonio, stasera ha preso le fattezze d’una notturna creature del viale smorto.
Piccole labbra coperte d’un rosso ciliegia da mangiare.
Occhi bistrati d’amaranto, come mature amarene da baciare.
Nude gambe avvolte in fasce conducono alle porte dell’amore.
Rauchi soffi nel mozzicone d’una sigaretta, amara e fredda.
curve accarezzate dai fumi dei copertoni neri.
Mani aspre come il nerofumo dei copertoni ch’ardon nella notte sulla solitaria via.
Carezze tossiche di fumo.
Baci e amori, morti, avvelenati.
Il dimonio profuma di gelsomino.

Dinanzi a dio di giustizia è come lucente stella della notte, guida lunare sui tetri mari umani.
La ninfa, candida e pura d’innocenza non conosce peccato.
Lentamente, s’asside al fianco della vecchia che ora s’è levata, minacciosa, e lenta com’è la vecchiaia.
Piano comincia a togliersi di dosso gli abiti , uno ad uno, con noncurante indifferenza.
Stanca, alle prime luci del mattino.
Non bada alla giustizia urlante che s’abbatte su di lei.
Il suo corpo freme, al buio, vibrante e spaurito, scosso dallo stormir ventoso delle secche foglie sui pesanti rami.
Nudo, è un invito tossico al dolce amor malato del peccato.
E’ la colpa.

Gli zoccoli, di legno, ai piedi, son la sulfurea prova ch’il demonio ha terrena appartenenza.
Una musica s’avanza piano, nella notte.
Intavola una danza lunga e struggente con lo stupìto silenzio solitario.
A passi cadenzati,  ritmo e melodia s’impadroniscono del buio.
Dolcemente s’aman sotto lo sguardo cieco della povera sgomenta vecchia.
Lungo, l’amplesso mette un fremito al piede del dio indemoniato.
Rossi gli occhi si fan di rabbia.
La bilancia della giustizia ondeggia battendo il tempo…
Ora di qua, ora, a tempo indiavolato, si sporge un pò di là.
Il demonio, sapiente d’amore, s’offre allo sguardo degli increduli stalloni che friniscono.
Son legati al palo della condanna d’essere bestie.

La luce fioca del lampione, ad un punto cede il posto al buio della notte…
Nella periferia resta solo lo stormire profondo delle stanche fronde dell’autunno.
La vecchia svanisce nella notte.
E la quiete si beve la vita intera.
Rimane solo la panchina.
Al mattino.
E quattro stracci  colorati di bambina.
Una maglietta macchiata di peccato.
Un jeans scolorito dalla colpa.
Innocenti mutandine, strappato il filo, imputate di giustizia.

5 thoughts on “STORMIRE DI FRONDE (Una storia, p. 1)

  1. Leggendo mi sembrava di ascoltare “L’apprendista stregone” di Dukas, con i suoi alti e bassi, il crescendo e il finale con il suo strappo deciso…. bella poesia, musicale|

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  2. Grazie, cara Fausta. Grazie davvero.
    La musica – che ho rivisto un pò, nel testo, poco fa – è anche parte di questo racconto, o poesia, come la chiami tu. Una specie di fiaba…
    La musica prende il sopravvento, alla fine, e conduce tutto da qualche parte, dove vuole lei…
    Ecco, forse è un racconto sulla musica…

    Un abbraccio,
    Piero

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  3. Definisci sempre i tuoi racconti come fiabe, visioni, come qualcosa che forse non vuole dare un senso definito a chi legge. Forse è così e per questo cerco di leggere i tuoi racconti in modo asettico. Tuttavia, per quanto mi sforzi, questo tentativo non mi riesce. In queste immagini a volte lievi, più spesso potenti e quasi violente, intravedo il mondo reale o meglio, il subbuglio dell’animo umano. Ecco…forse questo sento in questo tuo ultimo scritto: la turbinante inquietudine dell’uomo di fronte alla vita, alla morte, ai desideri e ai sogni e a tutto quello che, nonostante la convinzione d’essere liberi da certi condizionamenti, tarpa le ali.
    Un grande abbraccio.
    P.S. Sei tornato alla vecchia casa?🙂

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  4. Cara Patrizia,
    se c’è una consapevolezza, ormai, che ci deve appartenere, è la “finitezza” delle cose, e, anche, come cosa, della vita stessa.
    Tu, con il tuo linguaggio concreto, li chiami condizionamenti, quello che tarpa le ali.
    Io, nelle mie visioni, nei sogni, nelle fiabe, cerco di farli camminare, di stargli dietro per vedere chi sono, come sono, cosa sono, cosa fanno, cosa vogliono… sono – e non sono – come fantasmi, creature d’un mondo “altro”, ma vivono un’esistenza reale, concreta, come le tue parole. Hanno storie vere, anche se io posso coglierne solo pochi attimi, istanti, come quelli fra i due battiti di ciglia… sono mondi, sentimenti, turbamenti, si, sono ciò che tu chiami il subbuglio dell’animo umano… ma che non so se sia possibile seguire e descrivere in altra forma che con questi “confronti” diretti, in questi “duelli” violenti e crudeli…si è vero, sono storie piene di violenza, crudeltà, cattiveria, ferocia, a volte, bestialità dell’istinto… si, è vero, ma siamo fatti anche di questo, no?
    Scusa, a te non posso attribuire nulla di negativo, ti voglio troppo bene per darti anche solo l’ombra d’un pò di male.
    Ma nell’uomo, ecco, diciamo così, c’è questo!
    Oggi, per esempio, poco fa, mentre mangiavo, a pranzo, cose che mi piacciono moltissimo (una fritturina di calamari venuta tanto bene!)… in tivvù, passavano immagini tremende di morte, distruzione, dolore.. ed ho continuato a mangiare…
    Non c’è qualcosa insieme di tremendamente feroce in questo e, al tempo stesso, di terribilmente fiabesco?
    Ecco, la fiaba è il mondo dove le streghe divorano i bambini, qualcosa di peggio delle storie che le tivvù ci portano nel piatto… ma, dietro il paravento della fiaba, ci si può denudare l’anima, metterla in mostra, crudele com’è, a volte… almeno facciamo un pò di “coscienza di noi”.
    Ma è vero quello che dici, mi conosci come un libro aperto, è la vita, quel subbuglio, la vita d’ogni uomo, la vita d’ognuno di noi. E’ vera e reale come la panchina di questo racconto, che so perfettamente qual’è, dove sta, qua, dietro l’angolo di casa, dietro al muraglione della metropolitana, sotto al lampione e ai piedi degli alti platani… di fronte ai grandi palazzoni da cui scappava babbo natale, in un altro racconto… E’ tutto vero e fisico, materiale e concreto…

    Allora, perchè le mie parole non sono così concentrate, distillate come le tue, che amo tanto?

    Un bacio, amica mia.
    Piero

    PS. Si, sono tornato alla vecchia casa. Anche se ha conservato tutti i difetti che mi… avevano fatto traslocare: di là la grafica è più bella, posso incorporare le foto in modo più brillante, ecc.
    Ma di qua ci sono due cose insostituibili: il luogo, lo spazio, il mondo di una repubblica indipendente, la mia, la nostra, cara amica mia.
    E anche i concittadini, che, ho visto, nei mesi in cui … abitavo dall’altra parte, hanno continuato a iscriversi alla repubblica. Non sono molti. Ma sono tanti, per me.

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