ANGELO ALFANO

Thanks to Ellis Island Foundation
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First Name: Angelo
Last Name: Alfano
Ethnicity: Italy, Italian South
Last Place of Residence: Racalmuto
Date of Arrival: Mar 29, 1906
Age at Arrival:  23y    Gender:  M    Marital Status:  S  
Ship of Travel: Citta di Milano
Port of Departure: Napoli
Manifest Line Number: 0003

Angelo Alfano.
Angelo.
Da Recalmuto.
Agrigento.
Maschio.
Celibe.
Di anni 23.
Data di arrivo, 29 marzo 1906.
Città di arrivo, New York, Ellis Island.
Città di partenza, Napoli

Angelo, oggi, porta lo stesso nome del nonno.
Angelino, viene vezzosamente chiamato dai cari e dagli amici.
Uno sguardo traverso.
Un sorriso sul viso che taglia come una lama.
Un volto ovale, bonario, gli occhi un pò mossi, pochi capelli.
L’inflessione isolana, ingualcibile, generosa.
Abiti eleganti, ben portati.
Profumato.
Alto.
Non bello, ma interessante.
buona posizione.

Angelo è partito di casa perchè lo interessava il mondo.
Voleva vivere.
Non gli bastava morire.
Ammazzato dalla terra, dalla fatica e dal sudore.
La misera mette fame.
Mette le ali ai piedi.
Pochi colpi, e con quelle ali è volato oltre la linea dell’orizzonte.
Oltre l’oceano.
Oltre l’infinito.
Oltre il destino.

Angelo è andato via di casa per studiare.
Voleva imparare una lingua.
Quella della campagna non è una lingua per la città.
La miseria parla una lingua incomprensibile per quelli che vivono ammassati laggiù, in quei grandi casermoni affollati in mezzo al fumo.
Le mani di Angelo parlavano una lingua che gli uomini di città non conoscono.
Gli occhi di Angelo conoscevano segreti che quelli delle città ignorano completamente.
Parlava con le spensierate ninfe delle sorgenti, candide e argentine, mentre quelli in giacca grigia e camicia stropicciata dovevano pagare l’amore per le strade solitarie, soli e malinconici.

Quando è arrivato, lo hanno rinchiuso.
In quarantena, dicevano.
Ma era per paura.
Trai compagni delle campagne, nelle celle che sembravano dei lager, i picciotti si facevano compagnia in silenzio, stringendosi con le mani la faccia ispida.
Gli occhi non volevano sapere.
Angelo era già grande.
A ventitrè anni, un uomo è già un uomo.
Se non è già un morto vivente.

Angelo ha studiato in città.
Ha imparato le lingue che parlavano i suoi antenati.
Conosce le pagine di storia.
Ma ignora la storia, la storia di lacrime e sangue di mille Angeli come suo nonno.
Angeli che avevano le ali ai piedi.
Angeli sfuggiti all’inferno dove un dio tiranno li aveva relegati.
Non avevano protestato la propria innocenza.
Non sapevano di essere candide creature, pure, immacolate.

Angelo ogni tanto si guardava le mani.
Nella cella, sull’isola, in quarantena, ancora vedeva i segni della campagna.
Segni neri.
Segni che disegnavano la forma delle unghie rosicchiate.
I topi di campagna, gli ricordavano quei segni.
Segni che si dovevano lavare.
Lavarsi le mani era il modo per cancellare il destino della miseria che ancora gli restava depositato sotto le unghie.
Rosicchiate.
Dai topi della grande isola.
Sotto lo sguardo indifferente della gigantesca statua del destino con la fiaccola tra le mani.

Le mani di Angelo sono pulite.
Parla le lingue e porta la cravatta.
E’ passato molte volte sotto quella grande statua, che qualcuno chiama della Libertà.
Ma mai ha pensato che quella libertà gronda sangue di vite innocenti.
Non gli è mai venuto in mente che quella statua puzza di sudore.
Nessuno gli ha mai raccontato che sotto quella statua gli Angeli planavano cercando riposo.
Per prendere fiato dagli sforzi di una vita d’inferno.
Le mani di angelo sanno accarezzare le parole come la lingua.
Ma non sanno leggere quel che è scritto in fondo a un nome.
Il nome degli Angeli non sta scritto nelle pagine dei libri.
Le parole degli Angeli le devi cercare in fondo al cuore.

Gli occhi di Angelo erano azzurri.
Azzurri, dello stesso colore del cielo.
E in mezzo a quel cielo infinito che unisce le terre che il mare separa, quegli occhi, alla fine, hanno scelto, ed hanno preso lo stesso colore del cielo.
Perchè quel cielo è un cielo che unisce.
E invece il mare separa.
Ma il mare è un grande lago d’olio che di notte luccica sotto la luna.
E quando Angelo cantava le sue canzoni d’amore alla dea d’argento che si spogliava per,lui, lenta, nel cielo, allora il mare scompariva e restava solo una grande scia che unica il cielo e la terra, il buio e la luce.

Gli occhi di Angelo sono azzurri.
E’ l’antica eredità del nonno lontano.
Così, gli diceva la nonna vestita di nero.
Suora di casa senza il suo Cristo, più, da accudire, fedele.
Lo stesso azzurro del cielo di allora.
Ma Angelo, oggi, questo non può saperlo, perchè nei libri il colore del cielo di allora non c’è.
Questo gli diceva la nonna, con gli occhi pieni di lacrime clandestine nascoste mentre, distratti, quegli occhi fuggiaschi guardano il mare.
Il mare che ancora divide.
Un mare che ormai divide per sempre.

Angelo scriveva cartoline che andavano perse nel tempo.
Poche parole senza grammatica, ma molto sentimento a intingere il pesante pennino.
Parole dure e aguzze.
Pietre che tenevano in piedi la cattedrale d’un uomo perduto, laggiù, fra i numeri di un lager che chiamavano casa.
Casa di prima accoglienza.
Prigione per innocenti Angeli stanchi, ormai, di volare.
Angeli con un biglietto unto appiccicato sul cuore.
E un visto d’ingresso di contrabbando.

Angelo non ha nostalgia.
Non gli manca la terra di casa.
La vita, in città, uccide anche chi ancora non muore davvero.
Non scrive lettere ad un mondo lontano.
Non racconta la storia.
Non costruisce il futuro.
Angelo ha un lavoro sicuro.
Una posizione.
Una buona famiglia da mantenere.

Angelo piangeva, di nascosto, la notte, quando sprofondava nel buio.
Piangeva in silenzio.
Nei singhiozzi, gli mancava la vita.
Era l’aria che, in gola, soffocava, di schianto.
E anche lui annegava, con quell’aria asfissiata, annegava nell’oceano di nera paura che sommergeva piano la cella, affollata, di notte.
La vita accadeva di giorno.
La vita era la terra, nera e assassina, che il sole rendeva gialla di grano e limoni.
La cella, invece, era un nero girone d’inferno, che un dio terribile teneva segregata in un abisso di tenebra scura.

Angelo vive in una città dove la notte non scende mai a rapire la luce del sole.
La notte regna sovrana anche quando il giorno ruba la vita dentro alle fabbriche nere di fumo.
Angelo è un lavoratore modello.
Non usa il martello e non sa neppure che c’era una falce tra le mani di suo nonno, quando aveva deciso di partire, un tempo, per andarsene via.
Lontano di là.
Angelo usa la penna, la lingua, le dita.
E non vede angeli sporchi là, al centro del mare, in cerca di un’isola su cui atterrare.
Non sente la voce degli angeli cantare le stesse canzoni che Angelo cantava nel buio, là, lontano, di notte, mentre piangeva in silenzio, nascosto nel buio.
Angelo non vede il colore del cielo, nascosto dietro gli alti palazzi della città.
Quel cielo che ha lo stesso colore del mare.
Quel mare che sbatte.
E separa.
E uccide.

Angelo è morto, infine.
Non si sa se sia riuscito ad essere mai stato felice.
Almeno una volta, nella vita.
Ma almeno Angelo, lui, ha cercato di costruirsi la Vita.
Anche Angelo è morto, fin dall’inizio.
Non si sa se sia riuscito ad esser mai stato vivo.
Almeno una volta, nella vita.

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