CRISTI MORTI

Andrea MANTEGNA - CRISTO MORTO
Andrea MANTEGNA – CRISTO MORTO

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1.
Il corpo del giovane è ben lavato.
I lunghi capelli, un pò unti, come in tutte le chiome fluenti.
Sono un pò avvizziti.
E stanchi.
Disordinatamente, ricadono ancora sulla fronte.
Scendono un pò sulle spalle.
Piccoli mazzetti spessi.
Quasi matite sottili.
Quasi.
Molli.

Il corpo del giovane ha delle bocche che cercano di parlare.
Ma sono annegate, le parole.
Il corpo del giovane è nudo.
E’ osceno nella nudità della morte.
E’ pulito.
Un’anima caritatevole l’ha accuratamente lavato.
Ma le bocche delle ferite sono rimaste spalancate.
Sulle mani, dove sono pienamente visibili, quelle bocche assomigliano a due grandi occhi.
Neri.
Sgranati.
Uno per mano.

Un colpo secco.
Poi, un altro.
Gli hanno cavato le carni.
Hanno scavato le due orbite cieche di quegli occhi ciechi.
Bocche mute.
Anche i piedi hanno due bocche simili a due occhi che non sanno la luce.
Uno per ciascuno.
Sono occhi meravigliati, stupiti di vedere che dentro le carni ormai e rimasto soltanto un buio pauroso.
Vorrebbero parlare, quelle bocche.
E invece restano mute.

Anche sul costato, stanno aprendo un occhio.
Forse serve per guardare meglio.
Fa paura la cecità del modo.
Sfibranti, le scariche di dolore avviluppano i nervi.
Accecano gli occhi sulla fronte.
La testa scende.
Si reclina.
Lo sguardo, ormai, si volge al dolore.
Anche l’occhio che stanno aprendo sul costato è cavo.
Sprofonda nel muto corpo violato.

Un altro colpo secco.
Una punta.
Gelido bronzo.
Color della morte.
Schiocca il legno vecchio.
La lancia.
La punta.
Penetra, profonda.
Guarda le costole d’un corpo inchiodato a una croce.

Il mondo è venuto a guardare.
Sulla punta di una lancia.
Senza bussare.
E’ entrato.
E’ penetrato.
A fondo.
Nell’essenza d’un corpo.
E ha scorto qualcosa.
In quel fondo.
L’esistenza della morte.

Lento, il sangue fugge da quelle bocche.
Muto.
Se ne va.
Forse un pò si vergogna.
Piano, scivola via, silenzioso.
Quasi spaventato, sorpreso.
E’ l’istinto.
La fuga.
Inizialmente.
Cominciato a scappare.
Veloce.
Zampilla.

Poi, rassicurato dal buio silenzio, si ferma.
E’ un attimo.
Esita.
Poi, sgocciola via.
Goccia per goccia.
Si mischia con la polvere.
Si fa calce marcita.
I chiodi hanno scavato quegli occhi cavati.
Quelle mute bocche profonde.

Il ferro, infine, si stanca.
Una ruggine rossa lo mangia.
La materia si consuma.
I chiodi cadono, duri aghi di pino avvizziti dal tempo.
Il legno si torce le mani.
La croce piange amare lacrime.
Il cielo stende la sua notte pietosa.

2.
Le autorità hanno deciso di dare una degna sepoltura al corpo del giovane.
Dopo ampio dibattito, il senato ha firmato la decretale.
Con la mano ferma la giustizia aveva imposto la croce.
Con l’altra, ora, tremante, la pietà cerca l’indirizzo d’un cimitero nascosto.
Il fondo del mare.
Un bosco di pini.
Un cespuglio d’alloro.
Il cancelliere, con mano sapiente, controlla la lista dei bolli.
Il banditore, con voce stentorea, annuncia al mondo i funerali di Stato.

Il corpo di guardia stacca dal legno il povero corpo.
Cinque occhi rossi di sangue indurito s’aprono, morti, sulla croce delle membra storpiate.
Nessuna fa caso agli altri due occhi che restano chiusi, per sempre, sul mondo.
Non vi sono occhi curiosi della vita che fugge.
Non ridono più, quei due occhi velati.
Non possono neanche più piangere.
Secca sorgente di luce.
Nutrimento per l’avida terra.

Il corpo sta steso su una gelida pietra.
A fatica lo portano alla riva del fiume.
Due donne, amorevoli, in muto silenzio, lo carezzano con i panni intinti nella chiara acqua che scorre vicino e poi fugge lontano.
Il corpo del giovane è ben lavato, alla fine.
Mondato dei peccati del mondo.
Purificato, ora, così.
Finalmente, può esser deposto nell’oscura bocca del nero sepolcro.

Si guardano i quattro carnefici con l’armatura di morte stretta ancor nelle mani.
Il luogo del santo sepolcro finora non è noto a nessuno.
Il povero corpo giace ancora pulito sulla riva del fiume.
E’ bello, nel colore di pallido cencio.
Le labbra, esangui, d’un morto.
Gli occhi chiusi d’un giovane che pare che dorma.
Le mani sul petto con gli occhi aperti rivolti al cielo che osserva sereno.
Gli occhi, spenti, aperti dal ferro sui piedi, guardan la dura terra del greto del fiume.
Sul costato la bocca resta muta per sempre.

Le donne pietose piangono il giovane morto.
Ci sono altri mille giovani morti perduti che aspettano un pianto di donna.
Sono caduti per una guerra che si nutre solo di corpi di eroi.
Si sono perduti in un viaggio che non conosce ritorno.
Ora, forse, son tornati bambini in un gran girotondo.
Soltanto in senato non giunge l’allegra voce che canta il ritornello felice.
La madri, intanto, han perduto la voce.
I loro occhi han perduto la luce…

Post Scriptum.
Questo post è dedicato agli ignoti migranti, morti di naufragio, recentemente, nei pressi di Lampedusa, il loro Eden terrestre, la loro Isola che non c’è.
E’ dedicato a loro, che, nonostante i vani, ipocriti, proclami d’ogni pubblica autorità, non hanno trovato nè un nome, nè un un palmo di terra, nè un dio, per dargli l’ultimo saluto.
Forse, i più fortunati sono stati quelli che hanno trovato un posto sul fondo del mare.

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