LA TERRIBILE STORIA DI ANTIGONE

Nikiphoros LYTRAS (1832 – 1904) – Antigone in front of the dead Polynices (1865) National Gallery of Greece-Alexandros Soutzos Museum

Sta, la giovane, dinanzi a quel triste spettacolo.
Ristà, contempla e medita muta.
Il silenzio, attorno, assoluto, premuroso, l’abbraccia.
La solitudine è un mantello, e il cielo una gabbia.
La giovane, stesa nella polvere, stringe al volto le mani.
Le mani,stretti i pugni, sono dure come sassi.
Le nocche, sbiancate, lasciano rossi nòccioli sugli zigomi alti.
Il vento solleva la polvere grigia. Secca e aspra s’insinua e incespica in gola.
Soffocando il respiro, s’incolla, la cenere del tempo,alle guance rigate di pianto.

E’ bella la fanciulla, una bambola, quasi. Altera e nobile. Principessa. Dolente.
Il corpo del vecchio resta disteso di lato, sulla destra, immobile e freddo.
E’ ciò che resta del Male. Il Male. Che ha sparso il sangue sul mondo. Il Male.
Aveva cosparso il mondo, una volta, quel Male, d’un sangue che poi s’era rappreso.
Ovunque. Sulle foglie ch’un tempo erano verdi, ora c’è una dura crosta vermiglia.
La corrente del fiume, che attraversa la città in diagonale, ha ancora una patina rossa, che intorbidisce le acque.
I muri delle case, e le pietre del tempio. Il palazzo del senato ed il circo. Il teatro. E la piazza del foro. La casa del re e quelle del popolo. Il cimitero, e la vasta pianura fuori dalla città.
Tutto è ancora incrostato di quel segno tremendo.
Il male ha steso per sempre il suo drappo funesto sul mondo.
Un sudario d’insanguinata memoria.

Il corpo del vecchio è tutto ciò che, ormai, rimane del male. La bara il suo tempio.
Le spoglie mortali distese sono il mònito che tutti richiama al dolore ed al pianto.
La sua voce, che ormai parla la lingua muta dei morti, fa udire più forte il richiamo angoscioso della tragedia.
Il corpo è uno scheletro a cui restano appese le rattrappite carni di un vecchio.
Ancora un poco e s’apre il banchetto. Avvoltoi, vermi e sciacalli saranno contenti.
Sul lato di destra della giovin fanciulla si mostra questo scenario agghiacciato.
Con l’occhio rubro di pianto lei guarda e forse, chissà si domanda.
Mute, silenziose richieste pone quel cuore di figlia alle tristi spoglie del padre che giacciono inermi, ormai, dinanzi al dileggio del popolo intero.

Dalle mura della città, dietro le porte sbarrate, inferocita, la folla lancia i suoi alti latrati.
Il male che aveva arrossato le chiome, le braccia e il fondo degli occhi, ora chiede un pronto ristoro.
E’ affamata la bestia, insaziabile. L’attesa che s’è prolungata per tutto il tempo del regno l’ha resa ancor più rabbiosa e assetata.
Or ora accorre a sfamarsi con quel povero corpo. Cinereo, giace, inerte, a consumarsi nella polvere smorta.
Lucifero, Asmodeo, Astarot. Belzebul e Belfagor. Questi nomi, e mille e mille altri.
Questi sono i compagni che vegliano quel povero corpo che si consuma sotto l’impassibile occhio di Dio, assiso lontano, lassù, solitario, nel cielo.
Il volto rigato di lacrime calde, la ragazza amaramente piange quel morto, senza conoscer ragione o motivo.
E solo calda pietà che muove quel cuore, per il corpo istecchito d’un vecchio già in preda alla morte.

Sull’altro lato della vasta piana che s’avre dinanzi allo sguardo della signorina piangente, sulla riva salata del mare ch’entra di sbieco nel porto, v’è un’immensa distesa di bare.
Corpi consumati dai flutti. Giovani corpi. Corpi di fratelli lasciati incustoditi dinanzi alla bocca dell’Inferno vorace.
Tutti fratelli. Fratelli del vecchio. Fratelli d’Antigone, povera giovane.
Carne della stessa carne rosa dal verme.
Sangue dello stesso sangue vomitato del male.
Seme dello stesso seme piantato nel fertile ventre amoroso d’una madre, una notte, d’estate.
Fiori recisi senza pietà.
Sterpi spezzati sotto un gelido sole d’inverno.
Verdi rami divelti da venti uragani.
Una mare di morti portati dal mare.
Vite prese a schiaffi dalle onde rabbiose.
Carni consumate dalle salmastre correnti saline.
Templi nei quali nei quali non abita più il dio dalla vita.

La ragazza riconosce i fratelli uno per uno.
Un numero è stato impresso su ogni bara fredda di morto legno slavato.
E ogni numero porta il nome d’un fiore che d’improvviso ha perso i suoi petali.
Un frutto staccato dal suo ramo ancora acerbo per la bocca del tempo.
Fratelli, sorelle, giovani, bimbi, lattanti…
A nessuno il destino ha lasciato speranza.
Vite in fuga, scacciate dalle città delle piene pance senza vergogna.
Vite nascoste, rubate dal vile silenzio del mondo.
Le, sentinelle, di guardia alle mure, furono leste a rinchiuder le porte.
La giovin ragazza dinanzi a sè ormai ha quel mare in tempesta di morte.

Nel suo cuore l’abisso s’agita e sbatte.
Il cuore le trema forte nel petto.
La terra spalanca le sue mille bocche immonde per ingoiare quel nudo pasto di carni consunte.
Nei larimosi occhi d’Antigone la legge non basta a seppellire quel mar di dolore.
Non basta la terra a coprire quell’immenso fetore dei corpi.
I vermi si mangiano il vecchio demònio del Male.
Avvoltoi son calati a divorare le teneri carni frollate dal mare.
La ragazza non tiene. I suoi giovani sensi cedono infranti.
La vita è spettacolo atroce. Bisogna cambiare canale.

4 thoughts on “LA TERRIBILE STORIA DI ANTIGONE

  1. oh sì! Cambiare canale, perchè solo questo siamo capaci di fare. Sai cos’è che mi tormenta di più? E’ sentire i commenti prima lacrimosi e certo…poverini…che brutta fine, non è giusto…e poi…poi però si trovano mille giustificazioni, e dalle parole emerge, subdola e velata, la realtà. I pensieri veri che si cerca di nascondere dietro un finto dispiacere. E non parlo ora dei politici, non solo. Parlo della gente comune. Parlo di noi… E provo paura…
    Un abbraccio

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  2. Carissima Patrizia, che piacere ritrovarti!
    Il tema di questi ultimi post – che è anche il tema di questi ultimi giorni, almeno nel mio animo – è molto triste.
    La morte ci gira intorno.
    Ma noi, o chi per noi ci rappresenta nelle istituzioni romane ed europee, siamo sordi e ciehi.
    Morte dolorosa perchè annunciata.
    Morte ancora più dolorosa perchè è anche la stessa sorte dei nostri nonni…(vedi? qui, in qualche modo, mi sei vicina anche come storia della vita. Sto preparando un altro post che parla, in qualche modo di queste cose)…

    Non posso far finta che non esistano queste cose.
    E anche… cambiamo canale anche noi, o almeno anche io… non posso non sentire il canto di dolore che viene dal fondo del mare…
    E come non vedere stampata la maschera di ipocrisia in faccia ai politici di turno che si fanno … come nella canzone di De Andrè… (poi la metto, a chiusura del commento…)?
    Ipocrisia che è anche veleno…

    Un abbraccio e un bacio, cara Patrizia, me li devi concedere!

    E ora…

    Un caro saluto e a presto.
    Piero

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  3. Mi è capitato sotto gli occhi questo post e l’ho subito letto perché proprio la settimana scorsa ho assistito ad uno spettacolo che parlava di vari miti tra cui quello di Antigone. Solo Creonte e Antigone sulla scena e la grande tragedia della loro vita….che in modo terribile sta diventando la tragedia di tanti, una tragedia che sembra non finire mai….

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  4. E si, cara Fausta.
    Oggi i fratelli morti diventano tanti.
    Troppi lo erano già molti anni fa, quando emigravano i nostri parenti (non so i tuoi, mai i miei si).
    Ed erano troppi già prima di loro.

    Piero

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