L’ISOLA DEI VIVI

Arnold Böcklin – Die Lebensinsel -1888 L’ISOLA DEI VIVI

La belva è lì.

Le fauci spalancate

Affamata. Famelica ed ingorda…

Non si contenta di un pasto.

E’ alla ricerca eterna di prede da ghermire.

E’ insaziabile.

E spaventoso, il suo aspetto.

Mutevole.

Cangiante.

Un mostro che si nasconde dietro mille travestimenti.

Calmo e pacato, ora, sembra invogliare la carezza.

Pare concedersi con l’intero suo corpo.

Chiede il bacio.

Offre l’amplesso.

Ma in un attimo è la belva.

Nata per soddisfare la sua ferocia sanguinaria.

La bava biancastra, allora, le riempie la bocca.

Profonda e smisurata.

Un tanfo salmastro di morte sale dagli abissi suoi.

Dalle sue viscere nasce l‘onda che afferra e sbatte e infine ingoia.

E’ il moto permanente che altera e sprofonda, asfissia ed annega….

Alla presa del suo artiglio non si può sfuggire.

Della sua spira che stringe e annienta non si ci si può liberare.

La belva è dappertutto, intorno a noi.

Predilige, è vero, la sconfinata larghezza del mare.

Ma abita anche il nostro infinito cuore .

Là, è a suo agio.

Negli spazi immensi.

Al largo.

Sulla linea degli orizzonti illlimitati.

Là, s’acquatta.

Invisibile e immota.

Silenziosa e attenta.

Sta là.

Mira le sue prede ignare.

In agguato, traditrice, della quiete sorda.

Sa salire nel cielo alto, per colpir di lì, come balenante dardo.

O confondersi con la cieca tenebra.

E affondar la punta acuminata del pugnale nel centro del cuore esatto.

La belva non conosce strazio.

Nè timore, orror, pudore.

La vita succhia, come voluttuosa d’amor semenza, ai più giovani arditi corpi.

Eppur sa anche esser paziente.

E attendere il tempo suo.

I lunghi, lenti, anni.

Il tempo.

I giorni.

Sembra che passi la vita intera, mentre se ne sta in agguato.

Nessun segno avvisa della presenza sua.

Vorace, incombe.

Ciechi, noi, che l’ignoriamo.

Ed ecco poi…

Improvviso…

Il suo planar.

Uno schiocco d’ali.

L’arrivo suo…

Oh, non ci facciamo speranze vane!

La belva arriva per tutti noi!

Non sa distinguer fra cattivi e buoni.

Chi ha fatto il bene massimo è ambìta preda.

La sua ferale trappola per lui è spianata.

Così!

Eppur è cibo grato anche chi s’è cibato del male atroce.

Basta sfogliar le pagine di un giornale vano.

In qualsiasi giorno inutile dell’anno.

Anche oggi.

Per esempio…

S’è preso un mostro umano.

Un cuore agitato e nero, funesto e turbinoso.

L’ha ingoiato tutto intero.

Poi…

La sua caccia ha continuato…

Finchè, laggiù, nel pieno azzurro mare, un branco d’innocenti anime, ha puntato.

Indifferente, infin, s’è presa quel che crudeltà volea.

Erano vagolanti anime nel mondo alla deriva.

Cercavan solamente un  brandello di destino.

Erano corpi in fuga da un presente ladro, baro e assassino.

Ma lei, golosamente, s’è divorata tutto.

Anche il vecchio boia, col duro cuore nero di pietra centenaria, lo sguardo bieco, cieco e indifferente, l’affilata lingua d’acciaio temperato e l’anima perennemente in fuga.

La belva non ha fatto preferenza.

La belva ha un buco in gola e inghiotte ogni vita.

Si, se questo è, a dire il vero, il discorso sulla morte, io pur la via conosco per tentare di fuggirle.

E’ una strada che passa per i territori della notte.

Per le ampie plaghe informi del sogno colorato.

Per il vasto mare largo dell’umanissima Esperanza.

E’ la rotta che giunge, al fine della notte, nella luminosa isola d’Utòpia.

Lì. E’ solo lì. Nella fantasiosa terra amèna. Solamente lì è dato di fuggire, infin, alla mostruosa belva nera.

E se una volta giunti là, altro non saremo che misere carcasse dissolte in povera polvere di cenere, almen nel lungo viaggio avrem cercato la salvezza.

Perchè li, qualsiasi forma prenda la sanguinosa belva, noi sapremo riconoscerla e scorgerne il pericolo. 

Il viaggio è lungo, questo ormai lo so. 

Le mappe, sulle carte, non segnano la rotta.

E anche Utòpia, a volte, sembra di sfuggirci.

Ma solo la fede può salvarci, la fede in quel che siamo.

Povere anime vaganti, sperdute in mezzo al buio, aaggrappate con fede irragionevole al rigido timone di questa fievole speranza.

Ma se davvero non vivessimo così, sforzandoci di raggiungere quell’isola felice, remando fino a sentirsi spezzare i muscoli e le ossa, sbattendo i remi sugli scalmi e schiaffeggiando il mare piatto della vita, se sul serio non vivessimo così, guidati da tanto forte fede, cosa mai significherebbe, allora, VIVER veramente?

 

P.S.

Dedicato a tutti i morti.

A quelli che, innocenti,

han vissuto troppo poco.

E agli altri che, colpevoli,

han vissuto troppo a lungo.

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