IL MOMENTO

E’ giunto il momento di chiarire le cose.

La repubblica indipendente è diventata qualcosa di diverso, completamente diverso, da quello che … era al momento in cui è venuta al mondo.

Erano giorni, quelli, di disperazione civile, di solitudine politica, di sdegno morale.

Erano i giorni in cui il popolo italiano si genufletteva davanti al padrone di turno, la nazione si trasformava in un grande mercato elettorale, il parlamento in una dependance delle ville padronali, il colle del Campidoglio veniva occupato dalle orde fasciste.

Era in quei giorni che sentivo fortissimo il desiderio di dimettermi da cittadino italiano.

Erano i giorni in cui desideravo soltanto riprendermi la mia dignità offesa e per farlo non vedevo altra strada che costruirmi intorno uno spazio,  un territorio, pulito, libero, non inquinato…

Avevo pensato, in un moto di ribellione interiore mal repressa, di costituirmi in repubblica autonoma, un nuovo Stato indipendente il cui territorio corrispondesse con le mie poche cose, casa mia, il mio balcone, la mia persona, il mio spirito libero.

Spazi immensi, a ben pensarci.

E così, in questo delirio politico-esistenziale, decisi di provare questo esperimento.

Costituire una repubblica indipendente vera, ma virtuale.

Uno spazio mio, libero, indipendente, nell’immensa galassia della rete.

Vero, anche se virtuale, immateriale, utopico, forse…

Era il 4 aprile 2008.

Da allora sono passati quasi quattro anni e mezzo.

La mia idea, il mio bisogno erano chiari, dentro di me, come lo sono ancora adesso, così sono restati fino ad oggi.

Ma qualcosa lentamente è cambiato.

Fuori di me.

E sicuramente dentro di me.

Certo, anche sul territorio della repubblica sono cambiate, nel frattempo, le cose.

Cosa, allora, è cambiato?

E’ successo che oggi non mi vergogno più di essere italiano.

Oggi non sento più il bisogno di dimettermi da cittadino di questa povera Nazione.

Questo non è un ragionamento, una ricostruzione razionale di qualcosa, una congettura, o chessò, un discorso politico.

Questa è solo la descrizione di quello che sento dentro.

Direi, quasi, che è ciò che sento mio malgrado.

Perchè, allora, io non sono più io ?

Oppure, allora, è perchè è cambiato qualcosa, si è messo a posto quello che di storto andava male nella nazioe, si è rimarginata la ferita morale che si era infettata e fatta purulenta e mortale?

No.

No.

Direi, guardandomi in giro, che l’indignazione è più forte che mai.

Notizie di scandali, offese ai cittadini, casta e malapolitica… non riescono neppure più a restare sulle prime pagine dei giornali, o tra i titoli di primo piano dei telegiornali…

Siamo parte lesa ed offesa, questo è chiaro, resta vero ancora oggi, anzi, forse, oggi ancora più che mai.

Ma c’è qualcosa che è cambiato in Italia, intorno a me, intorno a noi.

Oggi il popolo degli italiani non è più complice di quanto accade.

Ormai, lo sento tutt’attorno, lo respiro, lo vedo sulle facce di quelli che incontro in città, per strada, sui treni della metropolitana…

E’ cambiata la coscienza collettiva.

Si respira qualcosa di diverso.

La sbornia nutrita di illusioni, menzogne, vigliaccherie, furberie ha lasciato il gran senso di nausea della crisi più grave dell’ultimo secolo (facile, no, solo 12 anni!) che stiamo attraversando.

Ma… proprio non posso fare a meno di usare il plurale per dire: la crisi che stiamo attraversando…

E’ solo il plurale che spiega il senso e la profondità di questa crisi, di questi mesi, di questi anni.

Certo, la colpa di questo che stiamo attraversando deve ricadere su chi non l’ha impedita (la crisi), su chi ne ha negato l’esistenza, su chi si è arricchito ed ha speculato sulla nostra pelle…

Deve sentirsi colpevole quello, e dobbiamo far sentire colpevole coloro, che si è o si sono ubriacati pensando di poter reggere la droga del populismo, del qualunquismo, della demagogia che ha strumentalizzato tutto e tutti, uomini, principi e valori.

Ma tutto ciò, la condanna, la vendetta, quasi direi, non ci portano fuori dalla palude, non ci aiutano a sopravvivere.

E soprattutto non basta a giustificare il sentimento di “solidarietà” che oggi, di nuovo, mi sento scorre nelle vene.

Quel sentimento che mi porta a declinare necessariamente al plurale le ferite della crisi.

Perchè, certo, è certo, la crisi ferisce, colpisce, ruba, rapisce… ma è una cosa che riguarda tanti, una realtà che è assolutamente di genere plurale, un accadimento che non si può che vivere insieme a quelli che sono intorno a noi.

E questi altri, altro non sono che quelli, coloro con i quali condividiamo una “fratellanza” tale, così forte, da farci sentire il dolore delle ferite altrui come fossero le nostre, così come accade quando un guaio colpisce uno della nostra famiglia e lo sentiamo come un guaio direttamente nostro, non mediato dal corpo altrui, non il racconto di un dolore, non il film di una sofferenza, ma una cosa in cui siamo coinvolti in prima persona, senza potercene tirare fuori in nessun modo…

E così, nella crisi mi trovo a condividere questa fratellanza, questa solidarietà, questa comunione con gli italiani.

Con altri non saprei.

Da solo non potrei.

Allora, oggi, questa repubblica indipendente, che senso ha?

E’ questa la domanda che da lungo tempo mi cova dentro.

Il blog è morto.

No, il blog è vivo.

No, è morto.

Almeno quell’idea di blog è morta.

Devo dichiararlo, devo dire la verità, essere sincero.

Ormai è così.

E quindi, allora, cos’è che rimane?

I miei racconti?

Ma hanno più senso?

Ne hanno ancora?

Certo non nel senso che volevo, non in quell’originario modo di sentirmi cittadino del mondo, un senza patria, un apolide, uno stateless.

Allora, cosa devo fare?

Devo chiudere la repubblica.

Si credo proprio che devo scioglierla.

Ma resta il fatto che a me piace raccontare, raccontare le storie che sento dentro, storie del mondo, storie senza frontiere, storie degli spazi infiniti che si nascondono fra gli interstizi del nostro essere, storie e racconti che raccontano  i molti esseri che si nascondono dentro ognuno di noi …

Perciò devo decidere anche un’altra cosa.

Devo anche creare un nuovo spazio in cui dare vita a queste creature, a queste storie, a questi personaggi esili, effimeri, leggeri.

Ma veri e reali.

Perchè esili, effimeri, leggeri, siamo noi stessi, noi stessi fatti di carne, ossa, sentimenti, dolori e gioie.

E se noi stessi siamo così poca cosa, allora c’è spazio anche per altri  nostri consimili, altrettanto leggeri, esili, effimeri…

Ma questo spazio devo ancora cercarlo da qualche parte, sul web, nella rete.

Quindi, da stasera la repubblica indipendente è sciolta.

Ma prima o poi ritorno io.

Costruisco il nuovo spazio, il mio, questa volta, o il nostro, se vi farà piacere esserci ancora, quel “Giardino delle fate” dove si vedono cose e si odono racconti straordinari, fantastici, magici…

Un pò di lavoro da fare non manca.

Ma tornerò.

Ormai non posso farne a meno.

Un abbraccio a tutti.

Il Primo Cittadino

pierperrone

4 thoughts on “IL MOMENTO

  1. Mi hai fatto prendere un colpo….scherzo, dai…però mica poi tanto. Ho pensato che avessi deciso di non scrivere più, che sciocca eh? Uno come te che smette di scrivere, figuriamoci! :-))
    Confido in un tuo rapido ritorno, mi mancheresti troppo se non potessi più leggerti. Non fare che cambi idea, eh! Torna presto
    Un grande abbraccio

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    • Un bacio, Pat!

      Torno, torno. Ma devo modificare il contesto. Diciamo che il modello dell’abito deve cambiare (ma non solo questione di moda).

      E, poi, comunque, mica sono sparito. Come compagno dei blog amici resto, no?

      Piero

      Mi piace

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