ANGELI E DEMONI


Michelangelo Merisi da CARAVAGGIO – DAVIDE E GOLIA

Fermo sui piedi, se ne stette a lungo, a rimirare l’opera compiuta.

Il volto abbronzato, aveva i capelli neri, e sporchi, l’odore acre del sudore che la polvere del deserto calcina con gli anni.

Erano ancora pochi, quegli anni.

Era un ragazzo,  ma già righe profonde come ferite segnavano il contorno della bocca stanca e sempre affamata.

E’ la fame dei poveri, che porta rassegnazione e disperazione e sconforto e poi, allegria, e alla fine, la rabbia.

E’ la rabbia dei poveri.

Una rabbia che non conosce ragioni, che non sazia nessuno e rende tutti affamati.

Porta ferite.

Ferite che sanguinano dentro il cuore e che lasciano segni, come cicatrici sul volto, che s’induriscono presto, come se una polvere di marmo si facesse viva materia e salisse da qualche inferno lontano a coprire con una maschera occhi, naso, labbra, pietosa polvere che come cipria acida e calcinosa s’attacca e corrode, consuma, mangia e scava…

Fermo sui piedi, eretto, sporco, feroce.

Il sorriso inconsapevole della vittoria stampato agli angoli degli occhi, un altro segno, un altro sintomo della malattia, un altro sogno, un altro rantolo, un respiro affaticato, un singhiozzo…

Gli occhi puntati lontano, dove non arriva più neanche la linea dell’orizzonte, laggiù, dietro le colline ancora rosa, dietro al mare che, chissà da dove, sgorga per abbracciare la terra che il sole vuole consumare con i suoi raggi puntuti e infuocati.

Un abbraccio di sale, una stretta mortale.

Da quel mare erano giunti le navi e i soldati.

Da quelle colline, sciamando tra le gole che si arrossavano di sangue, erano scesi i soldati filistei.

Il gigantesco campione che li seguiva, pesante, si era rivolto contro la città con i suoi possenti muscoli, cieco di furore, come una valanga che vuole travolgere ogni cosa gli si pari davanti.

Nera, l’armatura, l’elmo di cuoio, grosse mani pesanti come martelli, denti affilati come lame, la lancia, tozza, attaccata a quel braccio massiccio.

Urlava, la bestia.

La forza bruta rombava dentro le viscere.

Tuonava la voce, urlando più del vento e del clamore della battaglia.

Nella bassa pianura il ragazzo, esile, era sfuggito alle mani delle donne che volevano trattenerlo, si era piantato prepotente e incosciente davanti alla porta della città, in mezzo alla spianata che stava per essere raggiunta dall’esercito delle locuste armate che divoravano tutto al loro passaggio.

Le mani ancora innocenti stringevano un laccio, anch’esso di cuoio, leggero.

Il braccio, fragile come un arbusto non ancora maturo, si tese disperato.

Il gesto incosciente si fece volontà di un attimo.

Roteò la fionda in aria ed il fruscìo, per qualche lungo secondo si sovrappose al frastuono della battaglia, alle urla di spavento di chi cercava di fuggire cercando scampo o riparo.

Anche il vento tacque per un lungo momento, smise di raccontare le sue storie annoiate, e si fermò a guardare.

Per quel lungo momento, fu il vento a restare in ascolto.

Il sasso, secco e duro, come un grumo di tempo rappreso, come il pugno miserabile d’uomo che s’alza contro l’eterna miseria, si fece strada nell’aria, nella sequenza d’istanti che formano, a volte, la storia.

Ad una velocità così sorprendente che nessuno davvero si avvide di quel che stava per accadere, il colpo raggiunse la tempia del gigante, in quel punto in cui la corazza di cuoio dell’elmo era stata aperta per lasciar passare il soffio fresco dell’aria, in quella sera rossa di sangue ch’era ancora infuocata dai dardi avvampati del sole.

S’infilò sotto la calotta e, poi, dentro, squarciando la dura pelle del soldato e le bianche ossa che scricchiolarono come un guscio infranto di noce.

Per un istante la massa del gigante s’immobilizzò, mentre lo specchio degli occhi si offuscava dietro al velo di nebbia che si stava portando via l’uomo e il sodlato.

Restò fermo, per un attimo, l’uomo alto due metri, la massa di muscoli tesi come forgiati nel bronzo, il calore dei battiti del cuore che ancora scaldava il gigantesco corpo morente.

Immobile, come la collina dietro le sue spalle che il vento, con i suoi sforzi testardi, ancora non era riuscita a spingere via.

Stette come un tronco d’albero infitto nella terra.

Fermo, immobile, stette.

Per un attimo solo, senza fine, eterno.

In quell’attimo, il sasso, superata la rotta barriera delle ossa del cranio, continuò la sua corsa nelle tenere carni che cominciavano, ormai, ad arrossarsi degli umori corporei che prendevano a spargersi sul collo dell’uomo che stava morendo.

Spinto dal peso insostenibile dell’innocenza perduta del bimbo, l’innocente frammento di terra del paese che gli dei avevano smesso di amare, si fece proiettile e, invece, di raccontare la storia del mondo, storia di vita, cominciò a raccontare un’orribile storia di morte.

Non era il primo sasso a farsi messaggero del regno dei morti e, così, nessuno, fra i soldati, si stupì del destino del gigante che, ancora trascinato dall’inerzia della folle corsa disperata contro il destino che, sotto forma di pietra appuntita, gli era penetrato sotto l’elmo di cuoio, fragorosamente, rotolò nella polvere, in silenzio, muto come un morto che non sa più quel’è la sua voce quaggiù.

Il ragazzo fu scosso, come se il sasso l’avesse raggiunto nel profondo del cuore.

Stette a lungo a guardare laggiù, dove il sole stentava a tramontare, incredulo, incerto.

Qualcosa, dentro, gli urlava come un dolore di sasso che spinge per uscire.

Ma la bocca, restata testardamente serrata, non riusciva ad emettere suono.

Le donne, prèfiche di sventura, cominciarono a piangere.

Si strappavano i capelli, urlando e gemendo come se a morire non fosse stato un soldato nemico, un gigante crudele, il campione dell’esercito avverso.

Il pianto dilagò nella bassa pianura davanti alla porta della città.

Una profezia di sventura si leggeva in quello sguardo di ragazzo perduto.

Eroe.

L’eroe vittorioso che per vincere uccide.

La Morte, vera trionfatrice di quella battaglia davanti alle mura della città, si fece avanti e prese per mano il ragazzo che ancora, incredulo, stringeva la fionda assassina.

Il trionfo portò il ragazzo per le strade della città.

La Morte, dai seni ricolmi d’acido latte di madri piangenti, lo accompagnava sul carro, mostrandosi, procace, alla folla impazzita.

Il suo odore inebriava l’intera città.

Le sue braccia cingevano il minuto ragazzo, mostrando a tutti il prossimo, nuovo, trofeo.

Il ragazzo sorrideva, almeno così, tutti, credevano.

La sua smorfia, ancora d’incredulo stupore, stentava a darsi una forma compiuta.

La sera, intanto, ormai, piano, era morta.

La notte, col suo funebre manto di tenebra aveva oscurato la volta del cielo.

Il disco d’argento della luna, spaventato, era corso a ripararsi dietro una nuvola nera.

Le stelle, consce del rito che si stava per compiere, tennero stretti, serrati, gli occhi brillanti.

La Morte sollevò la sua lama affilata.

Nessun dio arrivò, pietoso, a fermare quella mano assassina.

Un soffio uscì dalle narici del ragazzo, insieme alla vita, e scorse via, perdendosi nella fresca aria che il vento riprese a muovere piano.

4 pensieri riguardo “ANGELI E DEMONI

  1. Purtroppo qui nessuno vince, è un’equazione semplice: l’odio genera odio. Qui nessuno vince, nè il guerriero invasore, nè il ragazzo eroe per un istante. Nemmeno quei bambini vincono, probabilmente usati, anche loro….
    L’odio come frutto dell’odio colpisce anche l’innocenza, e una volta diventata adulta continuerà a perpretare ciò che ha imparato e che le ha tolto ormai anche il nome.
    La rabbia è comprensibile in chi subisce abusi da sempre, l’odio è alimentato per altri scopi o è forse il frutto della rabbia? Ma allora, mi chiedo: è sana la rabbia verso i soprusi o è solo il prezzo che si deve pagare per liberarsene? Se ci pensi, è la storia dell’uomo…
    Un abbraccio
    Patrizia.

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    1. Difficile rispondere, cara Patrizia.
      Non lo so.
      La rabbia dei popoli è diversa da quella degli uomini.
      Probabilmente.
      E forse sta lì un elemento di questa risposta.

      Ma questo racconto di Davide e Golia … è nato dai capelli della bimba che urlava.
      Ordinati in una bella treccia bionda, pulita e vaporosa.
      Sembrava un angelo sceso dal cielo.
      E la spada infuocata era la sua voce tagliente e fiammeggiante.
      Il soldato rideva, come un gigante che tratta con troppa sufficienza i suoi nemici.
      Poi ho visto la bambina di alcuni mesi fa, con una chioma riccia, sporca, selvatica, era figlia della natura polverosa che regna da quelle aprti sfortunate del mondo.
      L’hanno usata come un’arma, per farla diventare un colpo di fionda televisivo contro il Golia israeliano.
      Trovo molto triste tutta questa storia.
      Lì nessuno vuole raggiungere una pace e non so neanche se qualcuno abbia poi ragione o torto nelle sue intransigenze.

      Io ce l’ho contro la guerra.
      Le armi servono per uccidere.
      E così ce l’ho anche contro quella bambina armata come una bomba comunicativa.
      Ce l’ho contro coloro che preparano le armi, le costruiscono e le mettono in funzione.
      Così, allora, ce l’ho contro tanti, tutti coloro che lì preparano bombe umane e colpi di fionda biondi.
      Ce l’ho contro coloro che usano le armi.
      Perchè le armi servono per uccidere.
      Non per altro.
      E quindi ce l’ho contro quella mano che ha usato la telecamera per riprendere la bomba mediatica con i capelli biondi.

      E’ facile parlare contro i carri armati, i fucili, i soldati in uniforme.
      Quelli che fanno la guerra a me non piacciono.
      In questa storia non c’è lieto fine.
      Finchè non ci sarà la pace.

      Un abbraccio,
      Piero

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  2. Allora…credo d’aver compreso il tuo racconto nella giusta prospettiva. Credo…perchè è un senso di angoscia e di tristezza quello che ho sentito, guardando quella bimba bionda e quel soldato che rideva…

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    1. Si, Patrizia mia.
      Tristezza, dolore.
      Cosa altro, se no?

      Ho visto il video sul TG 3; ma credo che nia questo stesso video.
      Lì, in una scena c’era la ragazzina prima… della preparazione a fini televisivi.
      Era ispida, sporca, un demonio uscito dalla polvere.
      Non l’angelo dai capelli biondi di queste immagini.
      Lì, per un attimo, ho visto come si fabbrica un’arma.
      Il prima e il dopo.
      Si, lo so, non entro, in questo modo, nel merito delle ragioni, non dico chi è l’oppressore e chi l’oppresso, non distinguo, non colgo le sfumature…
      Lo so.
      Ma ormai sono stufo.
      Un’arma è un’arma, sempre e comunque.
      Una volta le cause giuste dei popoli, chiamiamole così, venivano condotte in altro modo.
      Se c’era da fare un attentato – bada, io resto un uomo pacifico che aborre la violenza, un gandhiano, diciamo, anche qui, così – si decideva di far fuori un re, oppure un principe ereditario.
      Quello che trovo immorale è, invece, lo sfruttamento a fini di lucro privato, delle istanze che oggi si fa.
      Le bombe umane, i kamikaze, servono a richiamare l’audience, non a far fuori un colpevole.
      E così si ammazza gente innocente, incolpevole, inconsapevole.
      Magari anche amici… correligonari…
      Ecco, poi, quando le guerre diventano guerre di religione… allora la sconfitta per l’uomo è assicurata!

      Un bacio, Pat.
      Piero

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