DESTINI DI FABBRICHE

 

Andrea MANTEGNA – EFESTO (particolare del PARNASO)

Sono tristi storie, le storie delle fabbriche, in questi giorni tristi.

Ieri le fabbriche erano meravigliosi templi nei quali aveva deciso di vivere il dio Efesto.

Dio zoppo e imperfetto, ma dotato della potenza divina di dare vita agli elementi inanimati.

Tra le sue mani, sotto i suoi muscoli, nelle vampe dei suoi fuochi, la grezza pietra diventava il metallo lucente di cui erano fatti automi, meccanismi e artifici capaci di prendere in trappola gli dei stessi.

Ma piano piano, come dei in trappola, zoppi come Efesto, gli stessi uomini hanno ceduto alla lusinga di trasformare le fabbriche-templi in silenziosi cimiteri archeologici.

Strutture e impianti lentamente sono morti, hanno cessato di battere in loro i pulsanti cuori elettrici, si sono gelate le vene che davano calore e vita ai complicati apparati meccanici, avidi di grasso sangue nero o di veneficivapori ribollenti.

Solo tristi storie raccontano le fabbriche in questo triste tempo lento.

Si è ribellato il fuoco al suo nuovo padrone umano, nutrendosi delle sue carni arse come in un bestiale banchetto sacrificale.

Tyssenkrup evoca bagliori di fiamme  affamate su cui si stendono corpi di vittime sacrificali.

Vapore e fuoco non più come sintomo di potenza umana, ma come artiglio che strappa e brucia carni e vite, speranze e futuro.

Eternit è un mostro eterno che divora la pianura, vomita veleno, strangola e soffoca come una belva a cui non bsta mozzare la testa per porre fine all’orrore.

La  natura si è ribellata fra le mani dell’uomo, nella fabbrica di Casale, si è rivoltata a noi e con una coda velenosa e acuminata inietta veleno nell’aria che respiriamo.

Ilva si è fatto demonio e si è impadronita delle anime della città. E Taranto, ai suoi piedi, si è accasciata esanime, condannata all’epidemia di peste che porterà alla morte i suoi indifesi cittadini.

Non resta che un lazzaretto e poche svogliate anime buone a vegliare sui ultimi supestiti, sulla cui testa incombe il terribile destino della piaga della fame.

Alcoa è diventata terra rossa del deserto, il mare si è ritirato, davanti a lei, i pesci sono morti, la vita si è contratta in uno violnto spasmo doloroso.

I vividi colori di una terra baciata dal mare si sono mutati in ombre scure, ed ora incutono terrore, gli uomini stanno costruendo zattere per sfuggire al canto di sirene traditrici.

Cosa resta della potenza che trasformava l’uomo nel meso di dio sulla terra?

Cosa resta dell’uomo che non ha più la forza di scavare il solco del suo destino?

Debiti da saldare, in questo mondo ed in quell’altro, speranze sopite e inutili sacrifici buttati al vento dell’inutile domani.

Ma la storia delle fabbriche non è la sotria degli uomini.

Orde di scimmie si sono incamminate lungo i sentieri che univano i tubi contorti di quei mostri afamati di fuoco e vapori.

Bestie inconsapevoli hanno lasciato i loro rifugi comodi tra le fronde degli alberi per trovare uno spazio angusto in invisibili gabbie in cui le catene sono fatte di invisibile materia incorrompibile.

Orme di piedi e braccia e mani, corpi interi che la fatica ha consumato giorno dopo giorno, restano impresse sulla nera terra dura a testimoniare che un giorno l’animale si è fatto uomo.

Sono stati arginati i corsi volubili dei fiumi, sono state scavate gallerie ininite nelle viscere delle montagne, sono stati domati iventi, esseri senza ali hanno solacato i cieli…

Cosa faranno domani i mesti operai che troveranno chiuso il cimitero delle loro fabbriche?

Cosa diranno alle mogli, come daranno l’esempio ai figli?

Come guarderanno negli occhi i padri?

Per i più fortunati, forse, una carezza materna lenirà il dolore.

Ma non si fermeranno.

Non potranno restare immobili ad attendere che i giorni li consumino come il vento fa con le cime dei monti.

La loro marea si muoverà, mischiando le loro lacrime amare all’acre sudore e alla fatica di un lungo cammino.

Vagheranno sotto un cielo di mirabili stelle e guarderanno sogere albe ed aurore col cuore colmo di malinconici sogni.

Si ameranno nei corpi e nell’anima e faranno di notte altri cuccioli che prenderanno presto il loro posto nella marcia dei giorni.

E la storia replicherà se stessa ininite ed infinite volte ancora.

Nessuno la può fermare.

Anche se nessuno lo sa, è questo l’inconfutabile destino umano che raccontano le tristi storie di fabbriche.

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