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LA MANO

Quando Giorgio ha chiuso l’ultimo interruttore, il buio è calato nella capannone, è sceso come la morte sul cuore di tutta la squadra.

Erano 6, o forse erano 60, oppure 600.

Forse erano tanti, tutti insieme, che sembravano una folla, e si facevano paura, ormai, l’uno come l’ombra calpestata dai piedi dell’altro, si rubavano l’ultima razione d’aria come fosse l’ultimo cucchiaio di minestra dal piatto della mensa.

Forse non erano davvero in tanti, come sembrava, come qualcuno aveva creduto, come si era detto per tanto tempo.

Forse non erano neanche più una folla, forse erano solo una moltitudine di poveri cristi, ognuno appeso alla croce sanguinante dei suoi guai, ognuno chiuso nel suo sudario di silenzio, ognuno perso nel buio di quell’immensa caverna maledetta, piombata nel buio come per un incantesimo malefico, sprofondata nel silenzio, resa inerte dalla paralisi che aveva interrotto il flusso dell’energia che faceva pulsare il cuore delle macchine come un mantice infaticabile.

Forse non erano neanche più uomini, senza quell’energia così potente che dava da vivere ed infondeva la sicurezza del domani, come un’amorevole madre, come un padre autorevole, come un re potente e fiero, come un dio onnipotente ed eterno.

Era l’ora in cui, sotto al cielo, le stelle si scambiano di posto per formare un nuovo simbolo sul foglio del calendario.

A quell’ora suonava la sirena, da sempre, a segnare il cambio di turno.

Stasera, al posto della sirena, si è mossa la mano di Giorgio.

Come quella del boia, ha lasciato cadere la mano sulla leva dell’interruttore ed il buio è rotolato giù come la testa mozzata da un colpo di mannaia.

La nera cortina della sera, una penombra densa e soffocante, miscela di polveri antiche e fumi ormai freddi, si è stesa sul pavimento come una chiazza di sangue.

Le lampade dei corridoi si sono spente una dopo l’altra, una fila a seguire l’altra, in una successione che, in un altro momento, avrebbe richiamato le luminarie di una festa patronale.

Era sangue.

Era il sangue nero che sgorgava dall’interruttore decapitato.

Anche la mano di Giorgio cadde, insieme al buio, facendo rumore sulla coscia rigida,  battendo come un corpo morto sopra un altro corpo morto.

Gli occhi di tutta la squadra brillarono, per qualche attimo.

Prima per il languore delle lampade che si spegnevano, di corsa, ma ben definite, una appresso all’altra.

Poi, nel buio, come fossero lumini, fiammelle di candela, quegli occhi brillarono di una luce interiore che non riusciva a spegnersi del tutto, come invece sapevano ben fare, obbedienti, le file di neon nei reparti.

Lucine basse, fioche, rosse, come accade in certe fotografie scattate di notte, quando gli occhi pieni di sonno o di stanchezza, di desiderio oppure d’amore, di vino o di politica,  sembrano posseduti dalle fiamme del demonio.

Occhi pieni di ricordi.

Ricordi di una vita.

Vite che si scioglievano in lacrime.

Lacrime che speravano di confondersi nel buio.

Nude, con le mani callose, piene di ferite mal rimarginate, con cicatrici profonde fino al cuore, quelle lacrime mostravano tutto l’orgoglio della squadra di operai che, ora, Giorgio, guardava di traverso.

Aveva decapitato la leva maledetta con un colpo di ghigliottina, provando furore e pensando alla giustizia di tutti gli operai del mondo.

Aveva colpito con la furia di un animale che sa di essere ormai ferito a morte ma che non può piegarsi al suo destino perchè il suo istinto di bestia non conosce la requie della rassegnazione.

Lo stesso istinto di bestia marchia il cuore da operaio di Giorgio, lo indurisce, come il cuore di certi bambini cocciuti, testardi, eppure sempre teneri, come solo il cuore dei bambini può essere.

Era giovane, Giorgio, quando aveva visto per la prima volta il cuore che palpitante di fiamme nelle profondità della fabbrica.

Non conosceva neanche il valore del sacrificio con cui si era dato a quel potente dio di fuoco e d’acciaio.

Non conosceva, ancora, neanche Matilde, compagna di mensa e, poi, di vita, regolare e stentata.

Nè conosceva, pure, il suo destino tremendo, nè ancora dolore, nè la sconfitta e neanche la morte.

Pulsava ancora l’energia orgogliosa della verde età giovanile quando entrò, per la prima volta in quella in gabbia di ferro e si perse, nei corridoi senza uscita della famelica fabbrica.

Stasera i cancelli, per la prima volta dopo una vita, si apriranno davvero, davanti ai piedi di Giorgio.

E tutta la squadra sa che, stasera, i cancelli cadranno, per sempre, davanti ai loro piedi, e non sarà, stavolta, per una vittoriosa battaglia.

Il nero peso della sconfitta di una vita preme sugli occhi di quella squadra di povere larve.

Muore il lavoro e con esso l’intera città se ne va, sprofondando in un oblìo fatto di ceneri e nebbie oleose.

La morte, quella morte, come tutte le morti, paralizza per sempre ciò che fino ad una attimo prima mai si sarebbe piegato all’immobilità perenne della morte.

Questo è la morte, nient’altro, solo un’immobilità che scende, improvvisa, assurda e padrona per sempre di qualcosa che non sapeva di doversi fermare sempre.

E’ solo questa irrecuperabile fissità che niente più riesce a scalfire.

La fabbrica è morta, decapitata dalla mano assassina di Giorgio.

La squadra, immobile e fissa, è morta dentro la fabbrica inerte.

Le sirene, da fuori, i lampeggianti, la stampa, la ressa delle televisioni.

La ciminiera, lenta appassisce.

Muore anche lei.

Esala l’ultimo rantolo fuliginoso e l’ultima lingua di fiamma lancia al cielo il suo sberleffo umiliato.

Giorgio, piano, si scuote.

Un brivido elettrico rimette in moto, per l’ultimo sussulto finale, la sua mano che, come una lama senza più filo, ora, scivola lenta dalla coscia, dov’era caduta,  verso il nulla di un’inutile pugno ringhioso.

Qualcosa forse ha attraversato, per un attimo inconscio, la mente ormai spenta del povero automa paralizzato.

Anche la squadra, piano, a scatti, si accascia in un’inerte posizione di forzato riposo.

Gli ingranaggi, lentamente, si rilassano, man mano che la ferrea presa delle molle si attenua e si spegne.

Il buio, infine, s’impadronisce dell’intero reparto….

3 pensieri riguardo “LA MANO

  1. E’ poliedreico questo racconto… Il senso di morte che accomuna tutto, macchine e uomini. è l’apetto che più mi copisce. al di là del senso immediato delle parole. La fabbrica che fa morire lentamente pur rimanendo vivi, l’uomo che uccide la macchina in un estremo guizzo di vita, la morte che diventa possibilità di liberarsi. Perchè è giunto il culmine, perchè il destino dell’uomo è legato alla fabbrica. Se la fabbrica muore, l’uomo muore. Nulla cambia. Se si muore con la fabbrica ci si libera per sempre e forse…forse… chissà… dalla morte può rinascere qualcosa di migliore.
    E’ duro questo racconto, forse perchè scende nella profondità di un aspetto, quello del lavoro disumanizzante, accettato per necessità ma vissuto con rassegnazione. Oggi più che mai, oggi che non si trova nemmeno il modo per tentare di cambiare le cose. Oggi che serpeggia in modo anche non troppo nascosto, la volontà di tornare ai tempi più bui e tetri del lavoro.
    Ci sono passaggi in questo tuo racconto che da soli valgono oro.

    “Forse non erano neanche più uomini, senza quell’energia così potente che dava da vivere ed infondeva la sicurezza del domani, come un’amorevole madre, come un padre autorevole, come un re potente e fiero, come un dio onnipotente ed eterno

    “.Poi, nel buio, come fossero lumini, fiammelle di candela, quegli occhi brillarono di una luce interiore che non riusciva a spegnersi del tutto, come invece sapevano ben fare, obbedienti, le file di neon nei reparti.
    Lucine basse, fioche, rosse, come accade in certe fotografie scattate di notte, quando gli occhi pieni di sonno o di stanchezza, di desiderio oppure d’amore, di vino o di politica, sembrano posseduti dalle fiamme del demonio.”

    Sono solo suggestioni queste mie, lo sai,..

    tu hai messo, a corredo di questo bellissimo racconto, un video altrettanto bello. Io ti lascio la canzone che istintivamente mi è tornata alla mente leggendolo…

    Un caro abbraccio

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  2. Eh, Patrizia cara, quante volte ho ascoltato questa canzone!
    Ero ancora ragazzo del liceo, si parlava tanto di politica, a quei tempi, si pensava, di criticava, si metteva in discussione qualunque certezza, qualunque ordine, qualunque fede, qualunque potere… si marciava sotto bandiere romanticamente colorate, molte erano rosse, altre, un pò meno, erano nere, si alzavano pugni al cielo e mani tese, si lottava e si sbagliava, si sparava e si commettevano colpe gravi e peccati…
    tutto questo perchè si credeva che la ragione stesse, o potesse stare, da una parte, una sola parte, quella giusta…
    ma c’erano anche i sanguinari bombaroli e gli stragisti piduisti…
    c’erano le P38 ed i carri armati in piazza, i cortei con servizi d’ordine armati di catene e reparti celere coi manganelli, ed i brigatisti rossi uguali a quelli neri…
    alla fine vinsero loro, quelli che avevano la voce più alta degli altri, i violenti, i prepotenti, i prevaricatori…
    c’erano certezze granitiche e anche misteri nebbiosi…
    alla fine vinsero loro, quelli che avevano la voce più suadente, quelli che fecero le promesse più ingannatrici, quelli che si seppero nascondere bene.
    o forse alla fine quel mondo così meravigliosamente aperto finì perchè il mondo cambia sempre, ed il bene ed il male danzano inesorabilmente intrecciati…

    ma quella canzone oggi mi fa paura.
    forse come gli automi si questa mia fabbrica, la canzone parla del cuore che si indurisce e diventa pietra.
    la fabbrica di Giorgio riecheggia delle fabbriche che stanno tornando tristemente sulle prime pagine dei telegiornali, tutte fabbriche malate, agonizzanti, se ne parla solo perchè prima di morire gli automi che le abitano hanno un ultimo sussulto di vita.
    Giorgio decide di decapitare la sua leva, per assassinare l’ultimo lampo di energia che tiene in vita la fabbrica…
    allo stesso modo, mia cara Patrizia, il macchinista, l’eroe giovane e bello di Guccini, decide di decapitare la purezza assoluta della sua fede nella giustizia…
    l’esplosione di quella bestia di metallo, l’eruzione di cenere e lapilli getta sulla linea ferroviaria una coltre di luttuosa tenebra che non è diverso dalla tenebra di morte che copre la fabbrica ed i suoi uomini-automi…
    oggi quella canzone la amo ancora tanto, ma non la sopporto più per niente, proprio in quel finale di morte ingiusta, inutile, terribile, iniqua, disperatamente impotente…
    perchè mi sono reso conto, in maniera profonda, intima, assoluta, che ad un errore non si può riparare con un altro errore, che due errori sono peggio di uno, che la violenza è sempre cieca, che dal dolore nasce solo il dolore, dalla morte solo la morte…
    così, oggi, provo dolore profondo perchè il terrorismo uccide poveri innocenti, perchè non ha neanche più il coraggio, romanticamente eroico, di rivolgersi contro i veri colpevoli, i potenti, i ricchi, i padroni, come li chiamavamo una volta.
    oggi si può mettere una bomba in un aereo, o tirare giù grattacieli e stazioni, o si può fare strazio del proprio corpo per farlo diventare una bomba di carne solo per avere un breve, inutile, fittizio, momento di pubblicità televisiva…
    ma basta girare il canale, premere un bottoncino nero… e il film cambia, pochi millimetri più in là, accanto ai corpi dilaniati dalle bombe e dalle guerre c’è la liscia pelle rosa di una velina seminuda, consolatrice di ogni dolore, come le mille vergini di immaginari paradisi ultraterreni…

    c’è una profonda vigliaccheria nel terrorismo di oggi, che offende ancor più del dell’errore che la violenza porta in sè.

    Giorgio non è un terrorista, è solo un povero uomo, o forse un automa, è figlio del suo tempo. Meccanica che si ferma.

    Un abbraccio,
    Piero
    (E sempre grazie delle tue parole bellissime per i miei scritti!)

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  3. Anche a me ha colpito molto Il senso di morte che accomuna tutto, macchine e uomini. La fabbrica che fa morire l’uomo che l’uccide…ma soprattutto mi hai fatto capire che potrebbe esserci un’anima anche nelle cose, che ne sappiamo noi in fondo?
    Ciao.

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