SONDERCOMMANDO

La malattia della morte  colpisce la memoria.

Come un ladro, entra piano e ci ruba il mondo.

Come la nebbia, lentamente cancella tutto.

E’ un’amnesia che il medico non può guarire.

La malattia della morte a volte arriva presto.

Come un’onda, rabbiosa, travolge le care cose.

Come la tempesta, in un attimo tutto spazza.

E’ un’assassina, che uccide a tradimento.

La malattia della morte a volte si fa aspettare.

Come un fantasma, ci sfiora la mano appena.

Come un desiderio, empio, invade il cuore invano.

E’ una fonte, secca, che non disseta mai.

La malattia della morte a volte non ha potere.

Come una bimba, assorta, gioca coi ricordi.

Come il vento, lontano porta le nostre storie.

La morte. Una lanterna accesa c’illumina la via.

6 pensieri riguardo “SONDERCOMMANDO

  1. La malattia della morte…che strana espressione…eppure porta dentro di sè una verità incontestabile. Nasciamo e l’abbiamo già dentro di noi e lo sappiamo. Ma l’istinto di sopravvivenza, la vita, ci fa stendere un velo d’oblio su questa certezza. Forse l’unica che abbiamo.
    Ma questa è la morte naturale, che si accetta quasi con naturalezza perchè sappiamo che fa parte del nostro esistere, del nostro destino. Sappiamo che lì non possiamo combattere se non battaglie temporanee.
    Altra cosa è la morte senza senso. inflitta dalla cattiveria dell’animo umano.
    Queste testimonianza, sebbene siano passati tanti anni, sebbene abbiamo visto e letto moltissimo su quell’orrore, lasciano sempre dentro un profondo sgomento.
    Sgomento che deve esserci, che ci fa bene, perchè molto più tragica è la morte della memoria. E questo sgomento ci tiene vivi. ed è giusto che lo conserviamo dentro di noi gelosamente. Noi abbiamo lo sgomento prodotto dal sapere ciò che è successo, che ci induce a trasmetterlo a chi più giovane di noi non abbia a ripetere questi orrori. Ma è un peso lieve al confronto di coloro che hanno dentro il segno indelebile della morte subita rimanendo vivi.
    I sopravvissuti questo credo abbiano dentro ed è terribile….terribile…La loro sofferta testimonianza. è per noi salvezza forse, per loro un modo per cercare di non sentire più quel segno indelebile che è diventata la loro malattia.
    E mi viene da allargare il pensiero: ogni violenza subita semina nella vittima quel senso di morte che non l’abbandonerà più. Forse questa è la cosa più terribile….
    Grazie Piero per questa intensa ed accorata poesia.
    Un abbraccio
    Patrizia.

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  2. Cara Patrizia,
    la malattia della morte è quel lento processo che ci cancella, ogni giorno, piano piano. E anche se abbiamo alcuni vaccini, ed antidoti, contro quel lento veleno che conduce alla morte, resta il fatto che il lento progredire di ogni giorno ci avvicina alla vittoria trionfale della malattia.
    Non c’è scampo, perchè questa è l’unica certezze che ogni uomo ha. Quella di dover, un giorno, … lasciare la scena.
    Shlomo Venezia, alla fine, ne è rimasto vittima.

    Ma a volte, quella malattia è altro.
    E’ metafora.
    E’ la malattia che ci cancella la memoria, come una specie di Alzheimer che non colpisce solo i vecchi.
    E’ quel lento ed inesorabile processo del tempo che scorre e che sovrappone la storia dei vincitori a quella dei vinti, finquando non resta più alcuna storia da raccontare.
    E’ il caso questo di una certa politica di oggi, di destra e di sinistra, è lo stesso, basta modificare i dettagli.
    A furia di cancellare dettagli, la malattia della morte – come metafora dell’oblìo – ha sbiancato l’intera mappa dei valori. Sbiancato: potevo dire ha velato di oscure tenebre, era lo stesso. Resta che la memoria viene resettata.
    Anche questa è una forma della malattia della morte.
    Che certo Venezia ha provato a combattere, offrendosi come medicamento.

    Alle volte la malattia morte è l’essere ladra, l’agire da assassina, il mietere vittime in modo crudele.
    Ciò accade, in particolare, quando la morte agisce contronatura. Allora, in quel caso, posso dire che la morte si porta addoso anche il peso di una patologia, di una malattia, di una perversione.
    Uso il termine “contronatura” per indicare quelle circostanze che vanno, non solo contro l’umana comprensione – il che potrebbe accadere molto più spesso di quanto si dica, o forse, addirittura sempre, perchè sfido a trovare un uomo che accetti la morte come natuurale – ma addirittura qando cozza contro ogni possibile idea di divina pietà.
    Non faccio esempi personali, e certo, ognuno di noi ne conoscerebbe qualcuno, se pure non lo ha vissuto direttamente sulla propria pelle.
    Ma le esperienze che Shlomo Venezia ha tenuto a raccontare, ma che prima ha vissuto, ferendosi mortalmente l’anima, sono certo esempio di questa morte ladra, che ha rubato la vita, e prima ancora la dignità, a migliaia di innocenti, milioni, addirittura.
    E servono i racconti di Shlomo non come ammonimento, che forse la malattia della morte come metafora dell’oblìo ha già disinnescato di ogni forza inibitoria/educativa, ma come esempio, come testimonianza, come verità sperimentale della malattia che c’è nell’animo umano.

    Ma la malattia della morte certe volte, non si sa perchè, fallisce la sua mira, elude il bersaglio, fa cilecca.
    Shlomo è un esempio di questa debolezza della morte.
    Ognuno di noi è un esempio vivente di questa situazione.
    Ma come metafora, la malattia che affligge la morte, che la indebolisce, la rende temporaneamente innocua, è quel potere che la memoria ha di funzionare come deterrente, o forse solo come un’appendice dell’istinto di sopravvivenza, la faccia presentabile dell’istinto bestiale che ancora alberga negli uomini.
    E allora, la memoria, che altro non è che la forma del vento che va in giro portando lontano le nostre storie, quelle di ognuno di noi in modo universale.
    Ecco, quella è la malattia della morte che preferisco.
    Shlomo Venezia sta ancora nel vento, la sua storia viaggia ancora lontano…

    Volevo aggiungere un paio di poesie di Szimborska, che mi richiamano cose che tu hai detto, ma sono troppo lunghe, ti cito solo i titoli:
    sulla morte, senza esagerare
    torture
    sicuramente le conosci, si trovano facilmente sul web, anche su questo blog le ho già postate.

    Chiudo, invece, con questa canzone:

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  3. Leggendo il tuo commento, riflettendo sulla morte naturale, non quella cruenta o casuale o accidentale, non penso alla morte come una malattia ma a una parte di noi, è ciò che ci consente di allontanarsi dalla vita pian piano. Piano piano si allontano i suoni e gli oggetti, sapori e odori mutano in intensità e la pelle raggrinzisce come per catturare l’aria che ci passa sopra come una carezza, e la memoria si spegne. No la morte naturale non è una malattia, chissà forse è una terapia che appartiene alla vita.

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    1. Naturale, si, certo, è una fine, è la sola certezza che un uomo ha davanti a sè.

      Ma forse la malattia non è per forza una cosa negativa. E’ qualcosa che muta in un sistema che invece vorrebbe andare dritto per la sua strada, è l’imprevedibile, è l’inciampo, la caduta, il salto…

      Da questo punto di vista, la vita è una malattia,è ciò che muta, che si trasforma, si evolve, devia dal precorso predefinito.

      Nello stesso senso, è malattia anche lo stesso essere sani: che è lotta, equilibrio precario, resistenza…

      Vedi, caro Popof, è che forse abbiamo un’idea della malattia troppo schematica: stare bene, essere malati, curarsi, guarire… no, vivere vuol dire infettarsi continuamente, sporcarsi, rivoltarsi nei miasmi mefitici della vita… basta guardare cosa circola nelle viscere di un uomo, nel suo stomaco, nelle sue ghiandole…

      E ammalarsi è anche morire poco a poco, un pezzettino al giorno … in senso metaforico ancora di più!

      Un salutone,
      Piero

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