IL LIBRO

DAMIEN HIRST – DIAMOND SKULL

Il tempo non ha più il suo dominio su questo pianeta.

Il tempo è un’espressione della nostra coscienza, lo specchio in cui si riflette la nostra esistenza, il fondamento delle nostre ineffabili. certezze.

Calcoliamo, con quel metro che prende la misura basandosi sui cicli lunari, sulle rotazioni terrestri, sulle orbite delle costellazioni, la lunghezza dei nostri cicli, l’ampiezza delle nostre oscillazioni, la distanza che ci separa da uno stadio all’altro del nostro divenire.

Basiamo su quelle misure, la certezza della nostra esistenza, ma dimentichiamo che, così come abbiamo arbitrariamente deliberato l’unità di misura, così, arbitrariamente, quella ci restituisce solo certezze arbitrarie.

Ma a noi, cosa importa, poi, davvero, di avere delle certezze assolute?

Comunque, ormai, per queste riflessioni non c’è più tempo.

Esse sono diventate inutili da quando la vita si è concentrata nella sola creatura selezionata.

Il superuomo-

Ormai, ha vinto la lotta di tutti i tempi, ha sbaragliato anche l’ultimo concorrente.

In  passato, ogni specie vivente del pianeta ha avuto la sua chance.

Vincere la sua battaglia, la sola vera battaglia degna di essere vinta.

La battaglia contro la sete.

La battaglia contro la sete di sangue.

Ma si sa, la sola lotta per la sopravvivenza non avrebbe mai potuto saziare interamente quella sete insaziabile.

L’istinto irrefrenabile di uccidere.

La crudeltà,  che, millennio dopo millennio, ha fatto scorrere fiumi di sangue sulla terra.

Creature sgozzate, sbranate, divorate mentre ancora la vita palpitava dentro di esse.

Esseri viventi assassinati freddamente, intere famiglie trucidate, popoli sterminati.

Lo studio e la scienza, più che la selezione naturale, hanno saputo mettere a disposizione di creature così assetate di sangue, armi sempre più precise, sempre più sofisticate, ormai, perfette.

Fino all’arma finale.

Quale mente l’abbia concepita, non si è mai saputo.

Quale tecnica l’abbia partorita, non si sa più.

Quale sia stato, però, l’esito finale della sua efficienza ferale è davanti agli occhi di tutti.

Così ha avuto termine il ciclo della vita, sul pianeta.

Quelle carni squarciate e quei fiumi di sangue hanno nutrito la trionfante creatura, hanno selezionato l’ultimo essere perfetto, il solo che, ora, possa abitare l’intero universo.

Un mondo senza tempo è mostruoso, come la creatura che lo abita.

Sul pianoro, sul ciglio del monte, la creatura sta lì, immobile, come una roccia, una propaggine in rilievo, un grumo di vita sfacciato e prepotente.

Sotto le sue zampe, il fiume del tempo si è interrotto.

Niente, ormai, più, accade, che meriti di essere ricordato.

Niente, ormai, più, segna il corso delle mondo.

Niente lascia più, una traccia, ormai,  nella memoria del pianeta.

Niente più si muove, niente più si trasforma, niente più, ormai, muta il destino secondo il suo volere, secondo una sua volontà, secondo un arbitrio che genera il divenire…

Nessuno è in grado di leggere nei pensieri della creatura, se ha ancora dei pensieri.

Assorta, se ne sta lassù, a rimirare l’oggetto del suo trionfo.

I pianeti continuano il loro ormai inutile girotondo, inseguendosi sull’infinita giostra delle orbite siderali.

Le stelle giocano a nascondino fra di loro, annoiandosi, indifferenti al rodeo che sommuove l’intero cosmo.

Le traiettorie, che gli uomini, secoli addietro, avevano reso perfette, con i loro calcoli astronomici, con le loro osservazioni millenarie, ormai si sfilacciano in rotte sbilenche, si disperdono negli spazi bui dell’ignoto, da cui nessun’altra creatura intelligente saprà mai più, un giorno, comprendere il mistero della loro improvvisa ricomparsa.

Il tempo era il ritmo di questa danza universale.

Il tempo era il ritmo che faceva ballare gli uomini su quel palcoscenico così vasto e pieno di stelle vere.

Ora, la sola stella che avrebbe potuto, con un solo movimento, rimettere in moto quell’orologio così sofisticato, si è fermata, immobile, persa nell’insondabile vuoto di una mente che non conosce più la vita, la gioia, il dolore, la paura, la morte.

Sul ciglio del monte, sul limitare del pianoro, con l’universo squadernato dinanzi, dall’immensa pianura sconfinata all’infinita vastità dei cieli, gli occhi della creatura erano ormai sazi, non ciechi, ma sazi.

Nessuna curiosità, nessun desiderio di prendere, di conquistare, di conoscere.

Il vincitore assoluto.

Il superuomo, a cui tutto appartiene.

Nessun movimento che segnasse la necessità di modificare quel destino, ormai, così perfetto.

Di lontano, il dio, mentre piangeva, osservava costernato.

Aveva dato il via, una volta, al movimento che, di rotazione in rotazione, di orbita in orbita, di ciclo in ciclo, si era, infine, trasformato in viva vita, in caldo ruvido sangue, in carne scandalosamente preda del desiderio.

Aveva assistito divertito ai combattimenti per la vita e per la morte.

Era restato impassibile dinanzi alle invocazioni di aiuto.

Si era tappato gli occhi per non vedere le creature più primitive adorare, invece che lui, i fulmini, gli alberi, le sorgenti e le polle d’acqua e, poi, quando le creature credevano di essersi sgrossate, evolute, incivilite, le folli immagini a somiglianza degli uomini stessi, l’effigie di un giovane cristo sanguinante appeso ad una croce…

Si voltato dall’altra parte, per non ascoltare le preghiere rivolte direttamente a lui dalle povere creature mortali.

Si era turato il naso per non sentire il puzzo di grasso e carni bruciate, l’odore acre del sangue dei sacrifici umani e bestiali che venivano celebrati ogni giorno sul quel piccolo pianeta disperato.

Aveva visto scorrere il tempo, la vita, la sua stessa opera, nello sazio infinito.

Disinteressato, a lungo annoiato, non aveva il potere di intervenire in quell’accidente che aveva creato.

Un suo capriccio era bastato a mettere in moto quell’orologio perfetto.

Ma un capriccio non è l’opera di un architetto.

Se un architrave traballa, il tecnico lo può aggiustare.

Ma occorre che il tecnico segua il suo progetto, lo curi, lo accudisca, come un figlio vivo, gli stia accanto per curarne le ferite.

Il periclinante percorso dell’evoluzione dell’universo, invece, non era opera di un progetto, era solo un equilibrio di forze impegnate nella perenne lotta di sopraffarsi l’una con l’altra.

Le orbite circolari, o le ellissi ingobbite, che gli astri disegnavano svogliati per l’eternità senza fine, non erano altro che il risultato del nulla che non riesce a conquistare il tutto, e si deve trovare un accordo, una sintesi, un equilibrio.

Il vorticoso movimento delle sfere celesti, senza l’amorevole occhio degli uomini di cultura, non è più perfetto, non obbedisce più alle regolari leggi della matematica, non si muove più su un piano di geometrici incroci.

Tutto è tornato barbaro.

Il dio, vergognandosi un poco, si stringeva la faccia fra le mani.

Aveva messo in giro la voce che tutto era scritto in un libro e che il contenuto di quel libro era immutabile.

Ora, doveva ammettere, lui proprio non ci aveva mai pensato a scrivere un libro.

Si volse a guardare l’immobilità in cui era fissa la creatura.

E stette a guardarla, a lungo,sgomento,  incredulo.

Poi, un leggero sorriso gl’illuminò il volto, segnato dagli anni e da quella durissima prova in cui aveva dovuto cimentarsi.

Era stanco.

Ma un’idea, piano, si aprì la strada fino alla mente un pò arrugginita del dio.

Adesso, ormai, non occorreva più fingere.

Se aveva messo in giro la voce che tutto era stato scritto in anticipo, che tutto era stato scritto in un libro, che il contenuto di quel libro era immutabile, ormai, poteva anche ammetterlo.

Lui, a scrivere un libro, non ci aveva mai pensato!

A chi vuoi che interessi, un libro così !!!

4 pensieri riguardo “IL LIBRO

  1. Le figure che emergono da questo tuo racconto sono estremamente dure. C’è quasi il senso di un’assenza di tutto… il senso di un incolmabile vuoto. Uomo e dio sembrano combaciare in un’unica terribile immagine. Uomo e dio…dio e uomo… tutto e niente…ecco è niente, la parola che mi viene alle labbra. Forse io ho letto questo tuo racconto in un’ottica negativa, ma è davvero amaro, Amaro perchè induce a riflettere e le riflessioni a volte…pesano dentro…
    Un abbraccio

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    1. Cara Patrizia, questa la mia verit, se mai un essere umano pu conoscere una verit. La mia verit, nel senso che l’orizzonte umano circoscrive orni cosa, anche l’idea di un … emisfero divino. Se l’umo non dovesse pi essere uomo, come un p immaginavi tu l’altra volta, cosa accadrebbe? Il dio che posizione assumerebbe rispetto a ci? Ma, di pi. Se, come ci pare del tutto scientificamente certo nel nostro tempo, il ruolo del dio – per chi credente – resta comunque al di fuori della sfera evoluzionistica del creato e della vita, cosa potrebbe succedere quando l’evoluzione della specie trasformer l’uomo in qualcosa di diverso? Il dio, che fine farebbe?

      A me piaciuto porre questo problema. E dare una risposta, certo, immaginaria, ma anche … disillusa. Disillusa, nel senso che si deve avere il coraggio di guardare sotto i luoghi comuni. Provo curiosit a guardare sotto le contraddizioni del quotidiano. E’ un modo, lo stesso modo di guardare il cielo che avevo quando ero un quidnicenne, di cui ho raccontato, con pi dolcezza, nel post di qualche giorno fa. Oggi sono cresciuto, non ho pi 15 anni. E devo avere il coraggio di saper guardare con occhi sgombri da pregiudizi, almeno fintanto che sia possibile. Devo trarre le conseguenze da quello che … c’ nel nostro modo di vedere il cielo. Dobbiamo trarre le implicazioni del nostro modo di pensare materialista – scienza, medicina, economia, sono approcci alla … fisica ed alla metafisica senz’altro materialisti, direi.

      Io non faccio filosofia, e qui rispondo anche alla cara Min. Ma sono affascinato dalla filosofia. Ho letto tanto, cercando sempre di capire. Perch … io sono uno di quelli dei “perch”, proprio come i bambini. Una risposta ad un perch apre un’altra domanda: perch? Ma anche come il povero Socrate, che pi sapeva, pi sapeva di non sapere niente, o come Diogene, detto il cinico, dal cane che si portava appresso, unico compagno di viaggio, nella vita, che esplorava nudo, vestito solo di stracci e illuminado la via con una lanterna. Ecco, di fronte alle domande, ai perch, al voler conoscere, capire, soprattutto capire, alle volte vengono fuori delle “verit” – le mie verit, verit di un attimo, che poi fanno sbocciare altri interrogativi. Quelle verit (preferisco la parola al plurale, pi … democratica), Patriza, le chiami dure, amare. Io, invece, cerco di osservarle, di esplorarle. Forse fanno rumore, e possono provocare sentimenti di rigetto. Ma solo a prima vista. In fondo, basta rileggere e scoprire il filo logico che tiene insieme questi ultimi due racconti.

      Forse mi porto dietro l’angoscia della visita ad Hiroshima, della bomba atomica, o forse le notizie che la televisione ci rimanda ogni giorno, di guerre sul punto di far esplodere il mondo. E allora mi pare che l’uomo abbia il dovere etico (se mai un dovere di tal genere esiste davvero) di accettare, umilmente e responsabilmente, ma anche grandiosamente, supremamente, che tutto, tutto circoscritto nella sua sfera di reposnsabilit. Certo, qui ho parlato solo del brutto, come se tutto fosse cos, buio, tenebroso, inquietante. Poi, certo, esiste anche la luce, la bellezza, l’arte, il bene. E come non vederle queste bendizioni della vita?

      Ma tutto questo sta dentro la sfera dell’uomo, non al di fuori. E’ l’uomo che deve decidere se vuole fare il bene o il male. Dentro di lui ci sono tutti e due i poli. E la vita – e la responsabilit di vivere – deve tener conto di entrambi.

      Un bacio,

      Piero

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  2. Si, Paolè, è illeggibile o quasi.
    Chissà come mai, l’ho postato dalla mail direttamente…ed è arrivato così…non capisco proprio.
    Ma non fa niente.
    L’importante è che si capisca.
    Intanto grazie per quello che hai detto: sei una amica con un senso critico profondo e mi fa piacere che tu condivida come la penso su queste cose.

    Un abbraccio,
    Pietro

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