IL SUPERUOMO

Era il suo trionfo !

Sul ciglio del monte, poteva dominare l’intero universo, prostrato, ora, ai suoi piedi.

La terra intera, sotto di lui, scendendo dai fianchi del monte, si faceva pianura, piatta e sconfinata, su cui si pascevano alberi secchi e cespugli spogli, fili d’erba denutriti e steli sfioriti.

E, più giù, più in là della pianura, là dove la terra finisce, dove resta solo una linea sottile, un limite vago, un oltre immaginario, un confine che sembra sboccare, indeciso, dal punto più distante, più in là ancora delle acque, che, quasi sparite, spente le spume, si erano ritirate in basso e ora volgevano la faccia spaurita più all’abisso su cui pesavano prone che agli spruzzi, che s’innalzavano svogliati verso un cielo che non dava più nessun aiuto, un cielo pesante, di piombo, opaco, freddo, ecco, laggiù, c’era ancora, piatto, lo scenario del cielo, immenso ma vuoto, un cielo che, ormai, sembrava reggersi lassù, in alto, solo perchè il momento lo richiedeva, lo pretendeva la regia di quella scena che si stava svolgendo sul quel palcoscenico, quella scena maestra… quel trionfo!

Il superuomo era nato.

Ultimo rappresentante della stirpe dei viventi di questo pianeta.

Perfetta completezza di tutte le singole espressioni della vita che nei millenni si erano avvicendate e che avevano lottato, giorno dopo giorno, per la sola ragione di sopraffarsi, l’una contro l’altra per il solo gusto di prevalere, per obbedire all’irreprimibile, insopprimibile istinto di annientamento totale di ogni differenza biologica.

Sbranandosi l’un l’altra e consumandosi, assoggettandosi al destino perdente già iscritto in ciascun codice genetico, ogni specie aveva partecipato, spossandosi fino a perdere il fiato e restare asfissiata, alla macabra danza di morte che si svolgeva lugubremente durante le interminabili ere che si erano succedute sul pianeta.

Ma c’era un destino più grande, scritto nel libro della vita, un destino che voleva dire morte, certo, morte sicura, per ogni specie vivente, per quanto intelligente e volitiva si volesse creare, ma quel destino trascendente, quel metadestino scritto nel libro dei libri, era il destino del superuomo, della creatura finale, del dominatore del tutto.

Lì, sul ciglio del monte, ora, era, finalmente, il padrone assoluto.

Le specie animali, più rozze, avevano affinato i loro metodi di sopravvivenza imparando, a spese della propria esistenza, le tattiche più sofisticate per agguantare, per un effimero attimo lungo millenni, la supremazia negli ambienti più ostili.

All’uccisione del proprio dissimile aveva fatto luogo, poco a poco, la soppressione del proprio compagno di branco.

All’agguato di caccia per sfamare i famelici cuccioli,erano seguiti i duelli, sanguinose disfide per la supremazia sulla femmina in calore.

Fino all’annientamento totale.

Allora, da qualche parte, lontano, nascosto nell’ombra, nel tiepido anfratto ai piedi di una pianta da fusto, l’ultima scimmia stava partorendo la prima umana creatura concepita nell’amplesso, ancora senza peccato, fra la bestia ed il divino creatore dell’uomo.

Il primo vagito che riempì la superficie del pianeta sembrò più l’impotente imprecazione della nuda evoluzione della vita che l’urlo di volontà di dominio della più mostruosa creatura mai apparsa sul quel campo di battaglia che non conosceva nè prigionieri nè vinti.

Ben presto ci si accorse che era nata la belva più feroce, che certo, era la specie più dotata per dominare in quella lotta senza quartiere.

Il sangue aveva un odore che eccitava quelle bestie spiumate.

Il colore della pelle, diverso, razza per razza, di quelle belve ferine, era una divisa su cui parevano iscritte le insegne degli eserciti in guerra perenne.

La fierezza nello sguardo dei pochi araldi che sembravano mostrare sentimenti leali sventolava come un’insegna di guerra che richiamava i nemici a tendere gli agguati più vili pur di recidere quei tenui segnali di vita morale.

I più forti soccombevano alle vigliacche imboscate.

I più scaltri, a seguire, cedettero presto ai più decisi attacchi degli uomini armati.

Le punte arrossate di vivido sangue si fecero lame, più assetate e fameliche come vampiresche bocche affamate.

I fiumi che, all’inizio brillavano di riflessi argentini e di lampi di luce, si fecero bruni ed ai rigidi tronchi dei legni caduti nelle tempeste invernali seguirono le rigidezze mortali dei corpi sventrati.

I tuoni che spaventavano le credulone bestie che urlavano nelle foreste si fecero rombi e le gocce di pioggia, dapprima chicchi di grandine e infine palle di piombo.

Gli umani non si spaventarono mai, neanche quando l’ultimo rombo si fece boato, quando il cannone divenne pioggia di bombe e la morte piovve dal cielo.

Le pelli dei neri si vendettero al mercato dei bianchi, insieme a quelle dei rossi.

Finquando, un immenso fungo di fuoco si sporse sul mondo accompagnato dalla sua cappa di silenzio assordante.

Nelle frenetiche ore che seguirono a quel sole d’agosto, si mescolarono le spirali che comandavano il messaggio che ordinava alle razze di conservare la primigenia purezza.

I ventri della madri partorirono cuccioli dai mille colori.

Molti di quelli perirono per malattie che i loro padri, fino a poche ore dinanzi, avrebbero curato appena con una farmaco lieve.

Nessuno si accorse, però, di quanto stava accadendo.

In pochi minuti i cuccioli divennero adulti.

I denti si fecero lame.

Le unghie, affilate come spade.

Si accoppiarono i maschi alle femmine per generare una nuova specie mai vista.

I cadaveri si sfecero presto, mentre ansimavano le coppie sui prati infiammati.

La pioggia che scese dal cielo quando il fungo si aprì era fatta di vampe che arsero ogni corpo ancora privo di squame e corazze.

Pochissimi, ormai, resistevano, in quell’inferno che s’era precipitato sul pianeta su cui si stava evolvendo la razza perfetta.

Gli ultimi due corpi giacevano lùbrichi sulla terra annerita.

I rantoli  si confondevano con rochi latrati.

Dalle viscere dell’ultima madre, infine, sgorgò la creatura perfetta.

Con un solo colpo di zampa, il superuomo assassino si liberò degli ultimi suoi progenitori.

Ormai, trionfante, la belva ruggì.

Se ne sta lì, ora, sul ciglio del monte.

Da lì, ormai, può dominare l’intero universo, che, ora, morto, gli si prostra davanti.

7 pensieri riguardo “IL SUPERUOMO

    1. beh, cara Paoletta, il superuomo anche il superamento della differenza fra i sessi, che costituisce divisione, diminuzione, incompiutezza, incompletezza, imperfezione… e l’istinto dei due sessi ad unirsi lo si pu vedere, oltre che come l’istinto alla procreazione della specie, anche come un istinto, forse narcisistico, come la spinta inconsapevole, a recuperare la completa totalit che si raggiunge nell’unione dei sessi. si pu anche leggere in questo senso, mitico/antropologico, se vuoi, anche il racconto biblico del paradiso terrestre e la cacciata dell’uomo da quell’eden dove tutto era perfetto. in quel paradiso, la conoscenza – che , a sua volta separazione, distacco, sia perch si separa il soggetto che vuole conoscere dall’oggetto di ci che si vuole conoscere, sia perch, inevitabilmente, nel processo della conoscenza,si separano le se conosciute da quelle sconosciute, che restano,per cos dire nell’ombra, nell’oscurit, nell’ignoto… nel mistero, nelle tenebre… nel nulla… – dicevo, in quel paradiso, la conoscenza ci che fa vedere il taglio, la ferita che tiene divaricati i due sessi, ed come una ferita anche la separazione, di cui la conoscenza ci rende consapevoli, fra la vita e la morte. e cos, per rendere la vita qualcosa che niente pi, mai, possa spezzare, si immagina l’orizzonte divino in cui dio resta al di fuori della morte, vale a dire, al di fuori della effettiva conoscenza (almeno di quella possibile nell’esperienza terrena, che anticipa, per chi ci crede, quella ultraterrena).

      in questo racconto, per, non mi sono addentrato in questi aspetti, cara Paola. Ilsuperuomo che domina l’universo una specie di metafora, della solitudine, dell’inutilit della rincorsa al dominio, al potere, alla ricchezza… perch, se si porta all’estrema conseguenza questa rincorsa, quando si arriver all’arrivo, sl filo di lana del traguardo, a furia di lottare, rester solo un vincitore, e tutti gli altri resteranno esclusi. certo. peccato che per raggiungere questa vittoria dovremo forgiare una nuova razza, che prende in s ci che stato di tutte le razze animali, bestiali e umane che sono comparse nell’universo. e quel superuomo, allora, unico e solo vincitore, davanti a quella sa tremenda vittoria, cosa far? il mio racconto si ferma qui, per ora. forse scriver il secondo capitolo. me lo sento dentro, se cova un p, lo leggerai.

      un abbraccio Piero

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  1. Cara Minù,
    un salamandre, n francesismo perfetto per una creatura ibrida.
    in questo nostro tempo le differenze si stanno attenuando, almeno sotto certi punti di vista. sicuramente la nuova specie che hai battezzato con uno splendido guizzo ha qualcosa di misteriosamente complesso.
    perchè, sai, non credo che la scomparsa, o la diminuzione, delle differenze comporti davvero una omologazione, un’accettazione dell’uguale, dell’indifferenziato, tanto pacifica come si potrebbe pensare di primo acchito.
    le salamandre, per chiamarla così, questa nova specie, dovrà conquistare l’intero spazio terrestre, e, da questo, lanciarsi verso l’intero universo, dove finora l’uomo era arrivato, e poi, da lì, sempre più oltre.
    ma la scomparsa dell’uomo, che è il presupposto di questa affermazione del salamandre, è un assassinio crudele, un peccato di immane empietà, perchè, con l’uomo, scomparirebbe non solo la specie, ma anche l’oggetto più sofisticato dell’opera sovrannaturale della creazione, e, ancora più empio, addirittura l’assassinio del suo artefice, il demiurgo, il creatore.

    Perchè, sapresti rispondermi, cara Minù, quel salamandre, potrebbe mai ammettere l’esistenza di un dio?

    Sono felice che mi hai scritto.
    Sono passato dal tuo blog ed ho visto che hai molto cambiato … l’abito, ne hai messo uno molto carino.
    devo ritornarci, per ritornare ad essere presente anche da te.

    Un abbraccio
    Piero

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  2. Questo tuo racconto mi porta a riflettere sempre più su un nodo centrale che hai espresso anche nel commento a Minù; l’uomo come “oggetto più sofisticato dell’opera sovrannaturale della creazione” e la sua scomparsa come qualcosa di negativo, una perdita (almeno così mi sembra d’aver compreso)
    La filosofia mi è un po’ ostica e fatico un po’ a seguire questo tipo di racconti, ma ci provo…
    Non so…ma mi chiedo se sarebbe davvero un male la scomparsa dell’uomo per un qualcosa d’altro che potrebbe essere meno “brillante” (possiamo dire così?) ma forse privo dei nostri aspetti peggiori. Sarebbe davvero, in questo caso, una perdita? Avremmo forse meno pensieri eccelsi, grandi conquiste. Se ci trovassimo di fronte a un mondo più semplice, meno evoluto ma più interiormente rivolto al bene, potremmo rattristarci di aver perso ciò che siamo ora?
    Scusa, te l’ho detto…la filosofia mi è ostica e probabilmente sono andata fuori tema, comunque personalmente non mi dispiacerebbe un mondo così…
    ciao Piero, un abbraccio e una serena domenica.

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  3. Cara Patrizia,
    nessuna filosofia, io mica sono un filosofo.
    Solo qualche riflessione, qualche pensiero, o traccia di pensiero, che già tanto è.
    Io non credo che si possa dire se sarebbe o male qualcosa che, di fatto, sfugge, alle nostre possibilità.
    Una creatura differente dall’uomo, più buona, dici tu, intrinsecamente buona…
    Sai che ha il gusto acre e pericoloso dell’eugenetica?
    Come lo riusciamo a … creare?
    Modificando il dna di qualche cellula ovocita e fecondandola in vitro con spermatozoi OGM?
    No, scherzo.
    Non ho mai pensato a comparare l’uomo a qualche altra creatura, a meno di metterla a confronto con qualche essere considerato generalmente inferiore, come le scimmie, le belve feroci, le lumache… ma si tratta più di metafore che di confronti veri.

    MI stupisce, di questo racconto, la differenza fra la lettura che ne avete dato voi che l’avete letto rispetto a quello che credevo di avere scritto.
    Questa volta la differenza è tanta.
    Non avevo in mente un … racconto filosofico, quasi fantascientifico…
    ma … si è messo da solo su questa strada, accompagnato da voi …
    … una specie di ribellione …
    ma guarda un pò!!!

    Un bacione,
    Piero

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  4. Filosofo? Perchè no Piero? Il pensiero è di per se stesso.. filosofico, cerca la ragione e le cause No? E dunque se ci domandiamo se il S.U. abbia ancora un dio, non è uguale a chiedersi se Natura abbia regole costanti e immutabili? Le ha , le ha, secondo me Piero,- ma che bella domanda mi hai posto🙂 , tanto è vero che .. lo vedi, penso, anche di quel che hai scritto, hai notato,.. chi può dire il limite dei suoi riverberi.. mille mondi, mille mondi che non conosciamo.. le cose vivono ANCHE di vita a se stante, fuori di noi, dentro di noi operano da sè, e tutto è UNo. Immutabile e matematricamente parlando inconoscibile. Troppo Grande Piero…😀

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