AUTODAFE’

NASA.  This view of the three left wheels of NASA’s Mars rover Curiosity combines two images that were taken by the rover’s Mars Hand Lens Imager (MAHLI) during the 34th Martian day, or sol, of Curiosity’s work on Mars (Sept. 9, 2012). In the distance is the lower slope of Mount Sharp.

Alle volte mi capita di pensare ai mondi lontani, a quello che c’è sopra la nostra testa, oltre la cupola del cielo, al di là delle sfere celesti.

Alzo gli occhi un poco, per guardare la pancia della luna, per vedere brillare le stelline nel nero firmamento della sera e… mi ritrovo a desiderare di fare un viaggio spaziale.

Non sono cambiato per niente.

Avevo appena una quindicina d’anni, ero poco più, o poco meno, che adolescente, avevo un amico, più grande di nove mesi, che cominciava il liceo.

Uscivamo a passeggio, nei lunghi pomeriggi di allora, nella città piccola come quella delle favole, fatta di pietre antiche, fanali fiochi e nebbiosi, strade che si perdevano nei vicoli dove i passi risuonavano di un’eco profonda, facendoci sentire i padroni del mondo.

Il tempo era più lungo, allora, più intenso, come il sapore dei pomodori, delle pesche, dell’uva.

Le ore passavano lente.

Dovevamo camminare guardandoci intorno, per capire, per scoprire le città che ci circondava, per comprendere, con essa, il mondo in cui stavamo per entrare.

Dovevamo camminare, guardarci intorno, farci domande, per scappare a quella noia interiore fatta di un viale di poche centinaia di metri, di strade solitarie, di poche amicizie sincere, di serate che si potevano spegnere con un niente.

Avevo appena una quindicina d’anni, ma il cielo, là, sopra, incombeva.

Era uno spazio aperto, ampio, un immenso mare profondo.

Nelle sere d’autunno o d’inverno, era subito nero.

Il sole calava presto, dietro la corona di alte colline.

Il verde, d’improvviso, si spegneva nel marrone brunito, in quel colore indefinito che diventava nerastra ombra confusa che si mangiava le campagne, inghiottiva le corone dei monti, uniformandosi, infine, al nero non ancora profondo del cielo serale.

Non potevamo fare ancora notte fonda per strada, dovevamo rientrare per tempo, per un tempo che sforavamo ogni volta, che, però, ci veniva rinfacciato solo di tanto in tanto, tanto per dare un segnale. Erano quelle, le regole della buona educazione.

Andavamo a passeggio guardandoci in giro.

A quindici anni imparavamo a conoscere la nostra città.

Ormai si era perduta quell’innocenza che ci faceva perdere per le strade del centro, in quelle viuzze ai due lati del corso principale che, maestoso, così a noi sembrava, quel corso, tagliava in due gli antichi quartieri che i secoli avevano aggrumato attorno alle polverose vestigia che gli antichi romani avevano lasciato a loro imperitura memoria.

Un arco, da un fianco, e, da piedi, un ben conservato teatro romano.

Una chiesa a pianta ottagonale, o forse esagonale, dall’altro canto della città, e, di fianco, un perfetto castello normanno.

Misteriose vestigia di una storia che nessuno, allora, mi aveva ancora raccontato con ordine e che, quindi non ero riuscito ancora riuscito a capire.

Ma mi incuriosivano quelle pietre che erano state consumate dal tempo.

Mi parlavano in una lingua misteriosa, che arrivava al cuore, diretta, senza passare per la  mente.

Passando accanto a quelle pietre parlanti, sentivo un’altro richiamo provenire dal cielo.

Erano le mille intermittenze delle stelle nel buio.

O la lama della luna ottomana.

O il piatto d’argento che sgocciolava per terra un rivolo di bava biancastra.

Era il richiamo delle sirene che ci attirava verso l’ignoto mare dell’universo.

Parlavamo, desiderando calcare coi piedi quei pianeti che sapevamo girare lassù.

In sfregio alle più basilari leggi della natura, ci innalzavamo verso quei mondi di luce, sorvolando i cieli profondi, navigando i mari del cosmo, fendendo le universali correnti di luce che promanavano dagli astri che vedevamo brillare.

Tutto ci autorizzava a compiere quei voli.

I nostri quindici anni.

Il futuro, che spremevamo  con le nostre mani, ansiose e innocenti, da frutti succosi, raccolti dai carichi rami pesanti di un generoso albero amico.

Rotte di satelliti e razzi, missili e ogive, che avevano perduto il loro mortale carico di distruzione e miserie per diventare astronavi dirette negli interspazi profondi.

L’universo si apriva per noi.

Non era, forse, ancora giunto il 1975.

Eravamo già arrivati a toccare coi piedi la luna.

Ora Marte, si offriva agli astro-argonauti al ricerca del dorato vello spaziale.

La gloria, più delle brama di ricchezze, alimentava quei motori.

Ossigeno, idrogeno, mercurio, cloruri e carbonici fermenti di organiche reazioni chimiche, era questo il programma che le scuole avrebbero dovuto proporre ai sognatori-studenti che sedevano tra i banchi con la testa ancora perduta nel cielo.

I robot di Asimov, con le loro etiche leggi antropocentriche, dovevano renderci i signori dominatori dell’intero universo.

Dei computer neanche ancora avevamo sentito parlare.

Non avevamo neppure, ancora, il telefono a casa.

Il tempo durava di più, a quei tempi.

Lo riempivamo dei nostri desideri, e dei sogni, e di quella certezza innocente che veniva da quei nostri quindici anni così spudorati.

Era una borsa pesante, piena di moneta sonante.

Borsa e monete che niente avevano a che fare con le svalutazioni, l’austerity e la crisi petrolifera che, pure, pian piano, s’andavano intromettendo  in quei nostri eterei sogni spaziali.

Poi, d’improvviso, s’ecclissò l’onnipotente corsa agli spazi infiniti, oscurata dalla penuria d’energia che l’uomo non ha mai imparato a ricavare dalle acque dei mari, dai nevai sui monti, dai raggi infiniti del sole, dal cristallo finissimo dell’etere cosmico.

Ma io non sono riuscito a cambiare.

Alle volte mi capita ancora di pensare ai mondi lontani, a quello che c’è sopra la nostra testa, oltre la cupola del cielo, al di là delle sfere celesti.

Alzo gli occhi un poco, per guardare la pancia della luna, per vedere brillare le stelline nel nero firmamento della sera e… mi ritrovo a desiderare di fare un viaggio spaziale.

No, non sono cambiato per niente.

4 thoughts on “AUTODAFE’

  1. Caro Piero, leggo con tenerezza questo tuo racconto. Tenerezza non in senso di derisione o accondiscendenza…tutt’altro. E’ un racconto tenero sì, che sinceramente mi stupisce piacevolmente, perchè credo d’aver compreso che tu non ami molto scendere in questo tipo di sensazioni. Ma ti rassicuro🙂 Questa non è tenerezza mielosa, ma un sorriso ed una carezza a quel ragazzino che è stato ed è ancora anche se mescolato con la realtà ed il mondo adulto. E’ la tenerezza che un padre dona al proprio figlio…Che strano pensiero mi è venuto! Quasi che tu potessi essere padre di te stesso. Sarà davvero così in qualche modo? E se questo non è un pensiero folle, ,mi chiedo: quanto sappiamo essere teneri, riconoscenti, rispettosi verso quei ragazzini che siamo stati? A volte ho l’impressione di aver scordato ciò che ero, come ero. Fatico a ritrovare e a non smarrire più quella bambina che sono stata. Poi la riacchiappo in qualche modo e cerco di tenerla per mano…
    Un grande abbraccio

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  2. No, già un’altra volta la ragazzina che tu sei ancora l’ho conosciuta tra le righe di una tua poesia.
    Ricordi quella pagina che hai dedicato a tuo padre? Quella bambina che una domenica mattina (se non ricordo male) andava, mano nella mano, insieme al suo papà per le strade di una città di mare (ricordo così male?) e sentiva la voce e le parole di quell’uomo così caro, e tramite quelle, ascoltava la voce del suo cuore.
    Tu eri quella bambina che ancora sei, quando la cerchi.

    Io, invece, ti ringrazio davvero per le parole particolari che mi hai dedicato.

    Ma questo racconto, questa pagina, che pure è una confessione, un autodafè, lo è solo parzialmente. Alla fin fine resta ancorata al blog, che non è il mio diario personale o il libro delle mie memorie nostalgiche.
    Questa pagina, resta comunque piuttosto … intimista (ti piace questa definizione?)…
    Tu, che sei sempre così cara con me, mi hai fatto il regalo di un sentimento complicatissimo, al limite del paranormale😉
    E non puoi immaginare quanto mi faccia piacere questo tuo regalo.
    Io… in cambio ti regalo un grosso bacio,
    Piero

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  3. Sai Piero io credo che nonostante i tempi siano cambiati, il quindicenne che sei stato avrà più o meno gli stessi fremiti del quindicenne tuo figlio e poi di tuo nipote…e tu sei ancora il quindicenne di allora ma allo stesso tempo non lo sei più e mai più lo sarai…il vecchio si lascia per poter accogliere il nuovo, questa è la lezione della natura.
    Un abbraccio.

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    • Si, è vero, è proprio così, cara Paola.
      Credo, però che molte volte ci si dimentichi di questo, sia nel senso … della nostalgia, che un pò pervade questa pagina, sia nel senso contrario, che ci si può immaginare del tutto cresciuti, senza più quegli slanci e quegli entusiasmi da quindicenne.

      Vivere solo di nostalgia è mostruoso, perchè vuol dire vivere senza alcun presente.
      Ma anche vivere nell’illusione di poter vivere senza slanci è spaventoso.

      Un abbraccione,
      Piero

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