ODE AL SILENZIO


Voltò la testa, solo un poco, da un lato, e il collo candido ebbe un brivido lieve.

Un giunco, sulla riva destra del fiume, dietro la casa, fremette.

Forse un alito di vento aveva accarezzato, in quell’istante, la terra.

Un angelo era sceso dal cielo.

Le sue ali, fragili e delicate come quelle di una farfalla, rilucevano ancora, riflettendo, come specchi d’argento, le vampe improvvise di luce che restavano impigliate nelle tenebrose profondità del cosmo.

I cristalli di ghiaccio che pendevano dai montanti dalla finestra rimandarono un lontano tremolìo di luce, come una scossa, un lampo, una scintilla.

Il primo raggio di luce, forse, stava  attraversando l’atmosfera ancora addormentata nella notte eterna.

Aveva sentito con l’anima quel lieve attimo prima del tempo.

Aveva guardato un pò più in là, volgendo gli occhi, insieme al capo, di quel tanto che era bastato a immaginare il sorriso di quella creatura venuta chissà da dove.

Avrebbe dovuto provare stupore, forse paura, perchè qualcuno stava profanando la solitudine della notte.

Ma, in quell’attimo stesso, in quell’istante in cui tutto doveva ancora accadere, aveva anche compreso.

L’angelo non portava il male.

Il suo candore era stampato nel cuore, brillava negli occhi.

Prima ancora di farsi lineamento del volto, era purezza d’intenti.

Nella notte, che si scomponeva poco a poco, regnava ancora sovrano il silenzio.

Il buio, intanto, piano, si congedava.

E la luce, compunta, lentamente, si faceva avanti.

Gli occhi potevano scrutare la dimensione dove le cose non si sono ancora incarnate nella materia.

Ma, ora, i sogni hanno già preso il roseo turgore dei boccioli da cui, ardente come una fiamma, fra un pò sboccerà la fioritura del giorno.

“Non è il mondo delle fiabe.

Questo pensiero si era formato nella sua mente, nell’attimo stesso in cui i  piedi dell’angelo calcarono la terra.

Gli angeli possono vivere davvero.

Quando qualcuno li guarda, quando sono osservati come si osserva qualcuno ch’è caro, prendono i colori della pelle degli uomini.

Pallidi, o scuri, rosati o olivastri.

Non si distingue, un angelo, da un essere umano.

Riposte le fragili ali che scompaiono sotto le scapole, si fanno in tutto e per tutto uomini.

Persino il sangue nelle vene si può udire cantare nella corsa frenetica dentro i canali scavati dentro quei corpi perfetti.

Ma nessun uomo potrà mai essere davvero come un angelo.

Non si tratta di purezza o candore.

C’è qualcosa che ancora non conosco che distingue quelle creature da noi”.

La chioma bionda ondeggiò, setosa, mandando riflessi dorati.

La luna ed il sole si guardarono di lontano, dandosi un saluto distratto.

Il fiume, poco lontano, mandò la sua mano delicata ad accarezzare, lieve, il canneto che era sorto, selvaggio, sulle lisce rive sabbiose.

Si udì, d’improvviso, il primo cinguettìo di una creatura del cielo: sopra un ramo, era stata punta dal primo raggio del sole.

“La vita comincia così”.

Pensò l’angelo, posando il suo primo sguardo sulla terra degli uomini.

Dietro la finestra, protetto da una pudica tenda bianca, uno sguardo curioso si alzò di traverso verso il cielo.

Una nube, leggera come un velo, si stese a proteggere gli occhi delle stelle.

Quei mondi restarono ancora orfani.

Non bastavano quelle avvisaglie di vita e di luce a dare vita all’organizzazione del mondo.

Ogni cosa era ignara delle altre.

La solitudine, nel mondo, era ancora padrona assoluta.

Il fremito del collo fece vibrare l’aria d’intorno.

L’onda dei capelli spezzò l’immobilità dello spazio profondo.

Il passo immateriale dell’angelo frantumò la pietra facendone sabbia finissima.

Il fiume si accostò, preoccupato per quel tentativo del caos di riprendersi il dominio del mondo.

Il canneto lo prese per le spalle sussurrandogli frasi amichevoli per dargli coraggio.

Anche il cammino della luce rallentò, chiedendo il permesso di posare il suo caldo mantello sulla pelle scorticata del tempo.

Dopo il primo cinguettìo, un secondo, si levò, stridulo, acuto.

Sembrò un urlo, in quella valle, sulla quale il sole stava ancora combattendo il suo duello quotidiano.

Non era sicuro di primeggiare.

Nessuno gli aveva assicurato mai la vittoria e sapeva che doveva cavarsela da solo, ogni volta, nella sua disperata lotta solitaria.

L’angelo restava meravigliato a guardare.

Il collo rilassò la sua tensione improvvisa, lasciando che il cielo vivesse libero il suo indefinito destino.

Lo sguardo, con mesta dolcezza, consapevole del tutto, volse la sua speranza al tenero grembo terreno. 

2 pensieri riguardo “ODE AL SILENZIO

  1. Bel racconto. Scorre fluido, leggero, un po’ diverso da altri tuoi che ho letto. C’è una specie di lotta in corso, ma tutto rimane comunque lieve. Mi piace molto. Non so bene che senso dargli: forse solo una visione come tu le chiami, qualcosa d’immaginato di fronte ad un inizio del giorno vissuto. Forse un tentativo di dare una qualche risposta o un desiderio di qualcosa che non c’è e si vorrebbe, dentro di sè o fuori di sè, ma comunque esistente.Mi piace molto la frase finale: quella speranza che forse altro non è che la nostra speranza di qualcosa di meglio, di possibile, per noi e per questa nostra meravigliosa terra. Forse sempre l’eterna lotta tra bene e male, l’immagine del bello di noi.
    Non credo d’essere stata chiara in questo discorso…prendi le parole per quello che sono: suggestioni nate dalle tue parole e dalle tue immagini. Belle suggestioni…
    Un abbraccio e un sorriso.

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  2. Non lo so, Pat, non ho un significato preciso da dare a certe visioni.
    E’ solo il racconto di quello che sento…
    E’… la vita, come si percepisce certe volte.
    Se gli levi tutto l’inutile, tutto il superfluo, tutta la materia… non cessa di essere viva, la vita.
    Anzi.
    E’ fatta di qualcosa che ha il sapore del miracolo, della meraviglia, dell’incanto…
    E’ fatta di essere eterno, di silenzio, perchè non c’è bisogno di dover dire nulla, di attimi fuori dalla tirannia del tempo, che è quell’ansia che consuma le cose che noi umani, coscienti e senzienti, riversiamo sui giorni nella paura di perderli…
    Il movimento, quel collo che si inarca, quello sguardo che si flette, non sono che conseguenze: la causa, il fattore primo, la vita, quella c’è già prima e indipendentemente da quello, dal movimento, che è figlio di lei, della vita.
    Ma anche il miracolo, l’angelico, il divino, altri non sono che figli della vita, esattamente come il movimento, che è tutto carnale, fisico, materiale.
    Al di fuori della vita neanche l’angelo potrebbe essere, e, per lui, neanche il suo creatore, uomo o dio che vogliamo che sia.
    E così, vedi, cara Patrizia, alla vita dobbiamo proprio tutto, nella vita tornano uguali il materiale e l’immateriale, il reale e l’ideale, il fisico ed il metafisico…

    … ma queste, cara Patrizia, come le tue, sono solo suggestioni, nate, questa volta, dalle tue parole, non tanto dalle mie…

    un abbraccio,
    Piero

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