CECITA’

Joseph-Nicolas Robert-Fleury: Il processo di Galilei

Il buio ha il suo fascino.

Si vede quando, a luci spente, con il naso all’insù, stiamo ad aspettare le stelle cadenti, guardiamo il cielo nero, in alto, lassù, nella Notte di San Lorenzo, nella speranza di vederne qualcuna scivolare giù veloce che sembra un’interferenza.

Non lo facciamo più tanto spesso.

Intendo, non ci mettiamo più tanto spesso così, a quel modo, con gli occhi per aria, diritti, puntati nel nero più nero.

Ormai, quell’inchiostro così denso che per millenni ha ispirato scribi e filosofi, saggi e scienziati, sacerdoti e sciamani, quell’inchiostro così speciale è finito.

Nelle città il bagliore della civiltà elettrica non si spegne più, ormai, è come un’immensa nube tossica, una cortina di riflessi vividescenti che si frappone fra il nostro mondo, effimero e illusorio, e quello sconosciuto, reale ed eterno, che se ne resta da sempre in quello sperduto aldilà, così vasto che resta ancora un oceano infinito da esplorare.

Quella densa coltre di elettroni eccitati ci asfissia gli occhi e la mente.

Quel sovramondo baluginante si sovrappone al cielo stellato come uno dei cieli idealizzati di Platone ed Aristotele.

Un sipario fluorescente, finto, falso, che nasconde la verità del mondo che accade, che scorre, che si muove e si trasforma.

Si, il buio ha il suo fascino, nella notte di san Lorenzo, se qualcuno alza il naso all’insù e, aprendo teleobiettivi e focali, squarcia quel velo di fasulla illusione che brilla al posto del cielo stellato.

Baluginano i fari degli aerei, in lontano rapido avvicinamento, scimmiottano il lampo luminoso di una stella cadente.

Invano, inutile e volgare spettacolo.

La stella ha il sinuoso fascino dell’istante, del sogno, dell’irripetibile.

Lo sguardo luminoso dell’aereo è noioso e ripetitivo, prevedibile e scontato.

Più lontano un riflesso di luce ancora brillante.

Forse una stella.

Forse solo il bisogno che ci sia lei, lì, stellina a brillare.

Anche per poco.

Prima che cali del tutto il mantello oscuro della coscienza a rovinare anche questo piccolo sogno innocente.

Due lampade appese a un balcone, una finestra che ammicca e, avanti, diritte le file di luci che delineano il viale.

Potrebbero essere le fiaccole che aprono le porte dell’Ade.

Il buio, laggiù, si tinge di tenebra.

Non sono ammesse, laggiù, le incontrollabili scie delle stelle cadenti.

Allo stesso modo, le lame di luce che tracciano il corso del viale piombano nell’oscuro abisso in cui precipita la strada portandosi dietro la vita e la bellezza delle mille lucciole che ammiccano, dal cielo, lassù.

Possiamo puntare verso il cielo lo schermo del telefonino intelligente che ci dimostra l’esistenza degli astri: se non fosse per quello, non potremmo neanche esser sicuri più che esista qualcosa che ha quel nome celeste.

I nostri occhi sono malati di luce.

La cecità non ha bisogno del buio, gli basta la luce abbagliante della città.

4 thoughts on “CECITA’

  1. E’ vero, siamo talmente presi dalle nostre cose terrene, da ciò che è utile, da ciò che serve, che non siamo più capaci di alzare lo sguardo. E anche quando, in un attimo di follia, lo facciamo, il nostro mondo prende il sopravvento e non ce lo fa vedere. Che tristezza… C’è troppa luce, artificiale ed ingannevole, nel “mondo fuori” e nel “mondo dentro”…
    Un abbraccio

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  2. …ti confesserò, che pur amando le stelle io rivolgo poco il mio sguardo lassù perchè sono più attratta dalle cose terrene, ed ho pure la convinzione che il cielo rappresenti più l’uomo che la donna…e lucean le stelle.
    PS Ma quando parti!!!!!

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  3. Cara Patrizia,
    si, c’è troppa luce che abbaglia, e per di più si tratta di una luce fasulla, finta.
    E troppo spesso, come i pesci nel mare, ci facciamo attrarre dalla lampara che brilla.
    La rete ed i pescatori, se non l’amo, o addirittura, la fiocina, stanno lì, ad aspettarci, pazienti.
    Noi, però, possiamo sempre deludere la loro attesa.
    Perchè veri pesci non siamo: non so se dirlo con sollievo o con dispiacere, nel senso che neanche quello, siamo, neanche pesci del mare!
    Quanto mi piacciono i pesci, sapessi.
    Non solo nel senso … alimentare del termine (anche quello, certo, con tutte le contraddizioni del caso), ma anche come esseri del tutto diversi, alieni, dell’ultramondo.
    Loro vivono dove gli uomini muoiono.
    Nell’acqua, nel buio, a condizioni di pressione estreme … e pure hanno una libertà assoluta e riflessi d’argento, guizzi imprevisti, agilità estrema, colori variopinti e cangianti…
    Sono i padroni dell’altroimmenso (si, scritto tutto attaccato).
    Come gli uccelli, che hanno il cielo a disposizione, l’altezza infinita…
    Ma i pesci, a differenza degli uccelli, vivono dove noi moriamo.
    E questo li fa esseri davvero speciali!

    Un abbraccio, Patrizia!
    Piero

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  4. Cara Paoletta,
    il cielo è qualcosa che mi affascina, nella sua immensità, fin da quando ero bambino.
    Il mistero dell’azzurro che si fa nero, dell’infinito in cui si disperde la materia, la case dell’assoluto, quello che non possiamo neanche definire interamente con la nostra mente!!!
    E’ il luogo del fascino, dell’interrogativo, della meraviglia.
    Non so, tu dici che vedi il cielo come uomo. E in molte mitologie, era così, lui, il cielo, il dio maschile, nell’amplesso con lei, bagnata, feconda, amorevole, la dea femminile, dava origine alla vita. Anzi, da quell’unione nasceva l’universo, non la vita, intesa come ciò che appartiene agli esseri viventi. L’universo che, poi, per loro, gli uomini di tanti secoli fa, era il mondo degli uomini, ma più vasto, più alto, più sconosciuto, ma sempre il mondo da percorrere tenendo i piedi appoggiati per terra.
    Il volo, sognato dalla mitologia di tanti popoli, pesa ad Icaro, per esempio, o quello degli Angeli, era solo un sogno, inarrivabile, irraggiungibile, impossibile.
    Poi, finalmente, ci siamo riusciti.

    Io, invece, penso che il cielo sia femmina.
    Ma non nel senso sessuale della parola.
    Mi pare femmina per quel fascino che sa emanare, sempre vaporoso, profumato, etereo, leggero, trasognato.
    La luna, le stelle, le distanze immense che separano i pianeti e le galassie, l’insondabilità di un mistero che non si può conoscere e possedere del tutto.
    La natura che resta padrona assoluta, tiranna, volubile, incostante, imprevedibile, eppure sempre regolata da ritmi, regole, cicli perfettamente regolari, ma spesso a noi sfuggenti…
    Tutto questo è il fascino femminile, bellezza e mistero, purezza e peccato, amore e dannazione… il fascino che non si svela mai del tutto, che messo a nudo si priva della sua bellezza…
    La storia delle scoperte del cielo e dei suoi mille e mille componenti è come una grande conquista, il corteggiamento dell’uomo alla dea Natura, che oggi abita lassù, non più in mezzo a noi, dopo che l’abbiamo sfrattata da questo pianeta…

    Parto, parto, Paolè!!!
    Martedì mattina.
    Levataccia, come in tutte le grandi occasioni (ma stavolta meno tragica di qualche altra sveglia vacanziera) e poi…
    … in volo…….. verso l’infinito e oltre (te lo ricordi Toy story, il cartoon della Disney? Quante volte l’ho visto appresso a mio figlio!!!!!!!).
    Un abbraccio e a presto.
    Piero

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