LA MIA CONFESSIONE

Ci sono volte che…

la verità la dice qualcun altro,

sta scritta in una canzone

e vorrei, invece, averla scritta io.

Quelle volte, quelle volte così…

basta la verità …  quella canzone.

E’ quella, quella è …

… la mia confessione.

5 thoughts on “LA MIA CONFESSIONE

  1. Hai scelto tre video grandiosi, Parole d’altri certo, che come spesso avviene ci tirano fuori quello scorticamento d’anima che forse noi non sappiamo dire da soli.
    Mi guardo intorno e non trovo appigli ma non per me mi dò pena…mi chiedo dove si possono appendere i bambini. No, neanche dei giovani mi dò così tanta pena, Anche loro forse ormai son già persi. Il fango gli arriva al petto, Sono già inseiti nell’ingranaggio Ma i bambini no. A loro il fango arriva alle caviglie. Sono piccoli, piccolissimi barbari non ancora definiti. Ma se la razza è ormai estinta…chi gli fornirà la scala per salire sopra il fango?
    Ecco…forse è questo il mio appiglio. Il mio appiglio sono loro o meglio…il tentativo di mostrare loro il modo per trovare la scala.Presunzione? Forse. Utopia? Sicuramente.
    Come può chi ha fallito qualcosa, pretendere d’insegnare ad altri proprio quel qualcosa?
    Non se ne esce, ma si continua a girare…

    Scusa la divagazione…
    Un Abbraccio

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  2. Cara Patrizia, sai bene che credo che siamo capaci di sentire tanti sentimenti differenti nello stesso tempo: lo dico nel senso che non posso nascondere il dolore che la canzone di Gaber o che le orde di barbari mi provocano, dolore per le ferite che vedo inferte alla vita di tutti i giorni, alla dignità degli uomini, all’intelligenza… ferite che ogni mattina, ogni giorno, vedo sanguinare, quando il degrado quotidiano mi accoglie fra le sue mostruose braccia… quel fango che dici tu,che pare ci sommerga e ci soffochi…
    Ma non posso neanche nascondere che non riesco ad uccidere la speranza, non riesco a liberarmene, non riesco a sottrarmi al suo abbraccio ed al suo influsso.
    L’ho detta così, ma io mi sento molto fortunato, per questo.
    Non riesco a vivere senza speranza, senza la convinzione che ogni minuto, ogni momento una lotta fra il bene ed il male si sta combattendo, una lotta senza quartiere, e senza vincitori, forse, ma finchè quella lotta continua nessuno potrà dire che il male ha vinto ed il bene è stato sconfitto.
    Io credo che questa lotta – che avviene in ogni essere umano e in ogni gruppo sociale, ma so bene che il singolo essere umano, o il singolo gruppo, preso a sè, può anche risultare sconfitto – io credo che questa lotta sia eterna,sia una condizione naturale dell’umanità.
    Non c’è mai stata un’epoca in cui abbia prevalso totalmente il male, come non ci potrà mai essere un’epoca in cui il bene sarà vincitore assoluto.
    Ma questa lotta è necessaria agli uomini come l’aria per respirare.
    E se anche accade che un singolo essere/gruppo possa essere sconfitto, non è affatto diverso da ciò che accade quando un singolo uomo, o un gruppo di uomini, muore.
    Morto uno – fermo restando tutto ciò che chiamiamo dolore – resta il resto dell’umanità. E finchè quella resta… la lotta continua.
    Inoltre, essendo una lotta, ci sono fasi, round, riprese, proprio come in un incontro di box, nel quale uno dei due contendenti sta vincendo … ma poi, alla ripresa successiva della storia, alla svolta seguente, cambia l’equilibrio e … si rimette tutto in discussione…

    Certo, la canzone di Gaber è dura, durissima verità, cruda e cocente. Ed il suo volto malato, la sua voce che, forse a causa di una cattiva registrazione, sembra venire da un altro mondo, conferiscono a quel video un valore che va oltre l’esibizione canora, c’è un qualcosa di più, che va … al di là…

    I barbari, poi, che dire?
    Non basta accendere la tivvù? Andare in giro per strada?
    Verità, tutte verità.
    Ma, anche, solo schegge di una verità più grande, più ampia, più larga, più profonda.
    Perchè in quella verità ci sono anche i giovani, con le gambe legate alle nostre catene ed il fango alla vita, e ci sono anche i tuoi bambini, che stanno appesi come foglie, come le foglie di di Quasimodo… no di Ungaretti (google docet), attaccate a quel ramo… quel ramo che siamo poi noi stessi, carnefici e al tempo stesso precettori, perchè la nostra stessa natura è molteplice, complessa, articolata, piena di colori diversi e sfumature difficili da conciliare…

    … eppure alla fine basta guardare per un attimo uno di quei bambini: il carnefice non ha alcuna speranza. Il futuro è fatto non di chiacchiere, non di parole, non di vanità e banalità, ma è fatto di carne, della loro carne, e delle loro mani.
    Quella carne andrà oltre noi stessi, si spingerà più avanti nel tempo, dove noi non potremo raggiungerla… e quelle mani faranno, costruiranno, uccideranno e daranno nuova vita a cose e uomini che non potremo mai neanche vedere, nè immaginare… e così sia, nei secoli dei secoli😉

    Un abbraccio
    Piero

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  3. Cara Paoletta,
    ma perchè devi mai sentirti spenta?
    Sei viva, basta che ti guardi intorno, niente sta fermo, niente si spegne, anche il sole, dopo la finta morte serale, al mattino si sveglia ogni giorno…
    Un abbraccio,
    Piero

    PS. Grazie per … il vestitonuovo.

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