OLGA

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OLGA (photo by pierperrone)

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Io la chiamo Olga per semplicità, perché il suo vero nome io non lo conosco.

L’ho incontrata per strada, stasera.

Due volte.

Sul marciapiedi.

Il viso scavato, gli occhi profondi e opachi, una vera palude, un acquitrino nel quale si impantanano i miei occhi.

Non sono riuscito, subito, a scovare la sua anima.

Ma io l’ho sentita immediatamente, quell’anima, il suo ansimare, il so singhiozzare, la sua sommessa preghiera, muta, inespressa, morta prima di nascere.

Come lei.

Olga deve avere quarantacinque anni, li porta male.

Forse ne ha cinquanta o cinquantaquattro, magari.

E’ una donna che conosce il dolore, ne parlano le ferite profonde che le scavano il volto, ferite che non si sono rimarginate, che forse non possono  rimarginarsi perché le lame che le incidono non conoscono riposo, non si fermano mai, compiono il loro inesorabile lavoro senza sentire mai la stanchezza, il rimorso, la pietà.

L’ho incontrata in quel momento in cui il pomeriggio muore, in quell’agonia che si fa insopportabile, infinita, nei giorni dell’estate bruciati dal sole che s’impaluda nel cielo per ore ed ore.

In questa stagione, che non conosce la requie del fresco soffio cristallino della tramontana, nelle città impastate di fumi afosi e calure roventi, si compone una melodia di morte che esala dal pomeriggio infinito, da quell’ultimo rantolo rovente che pare non conoscere fine e che, invece, poco a poco, si getta nella conturbante umidità della sera senza veli, senza vergogna, senza pudore.

In queste ore che sembrano infinite, come quelle delle guardie notturne che montano di sentinella contro i demoni ed i fantasmi della loro anima, non si dovrebbe uscire per strada, specialmente se è il giorno di sabato.

Nel mese di luglio, queste ore che ticchettano il ritmo lento della fine, annoiate, sconsolate, sudate, madide, sono le ore in cui sulla strada si radunano i radi passanti in cerca di qualcosa per chiudere la serata che si approssima, facendo, in qualche modo, il bilancio del giorno arso dal sole.

Neanche noi possiamo sottrarci a questo rito contabile, in questi storpi pomeriggi di luglio, la nostra stessa coscienza, o la nostra anima, per chi ancora crede di averla, le mille creature che abitano dentro di noi, che ci hanno scelto come dimora, i pensionanti misteriosi con cui dividiamo il misero desco apparecchiato dentro di noi, tutto si protende ad implorare la pietosa conclusione del giorno lungo e pesante.

Sono richieste a cui non possiamo rispondere, ma che, non per questo, si fanno meno imperiose.

E’ l’obbligo che le contraddistingue a rendere il nostro ragioneristico silenzio doloroso e lugubre.

Alle volte neanche sembra di averla vista la luce del sole, sembra che il buio abbia ricoperto il giorno con la sua patina opaca, cancellato le ore, annientato i colori.

In un pomeriggio come questo, allo sgocciolare dell’ultima stilla del pomeriggio che protende pietosamente la mano alla sera per passargli il testimone di una responsabilità insostenibile, ho incrociato Olga per strada.

Era lì, la prima volta,  alta, sul marciapiede.

Chiedeva qualcosa, un aiuto, implorava con gli occhi.

Aveva la dignità di chi non chiede, vera o falsa, era la dignità che adombrava lo sguardo, lo faceva sembrare pieno di lacrime, vere o false, non importa, erano occhi dolenti, poveri e tristi.

Ma io mi sono armato del migliore stocco da città a l’ho oltrepassata con uno sguardo traverso.

E sono passato oltre.

Ho trascorso il resto del tempo compiendo i miei servizi necessari.

La toeletta, la passeggiata, il giro alla stazione.

Qualche sorriso, un saluto, una pacca sulla spalla.

Ho sollevato il cappello, in segno di rispetto, e cavallerescamente ho baciato le mani alle dame.

Ho impostato il monocolo, poggiato severo il bastone per terra, inanellato il sigaro nei suoi ghirigori di fumo, sputato il mio cimurro, educatamente, in un angolo.

Ho calpestato la mia ombra, pestato i piedi ad una vecchia signora al gran ballo in trine, pizzi e merletti, preso  a pugni il barista che non voleva darmi un aperitivo gelato.

Insomma, ho passato il mio tempo nel nulla dei pensieri di un sabato sera annoiato.

E alla fine ho pensato che era il momento di girare sui tacchi per tornarmene a casa.

Il mio compito nei confronti del giorno, ormai, si era già consumato.

E stavo già sul marciapiede di casa, quello laggiù, ancora un pò distante, quattro passi e avrei raggiunto l’ombra e il divano.

E Olga mi si è parata davanti.

Allungando una mano, muta, mi ha chiesto qualcosa in una lingua che non sapevo di conoscere così bene.

Ho scoperto che da ore io stavo già conversando con lei, lei, al mio fianco, o dentro di me, nella parte occupata dalla pleura destra, sopra al polmone, che respirava severo, anche se, comunque, libero dal peso.

Abbiamo fatto, in un attimo, un lungo discorso.

E le ho allungato due monete da un euro, finalmente felice, così, perchè lei, ha potuto, alla fine, lasciarmi passare.

Adesso……….

Sono ritornato a casa dicendole: “Grazie!”.

Ancora sulle scale, varcando la soglia della porta, per il corridoio, il mio cuore gridava “Grazie ! Olga. Grazie!”

Non bene cosa lei mi abbia dato in cambio di quelle monete.

Non so bene, neanche, se qualcosa lei mi ha detto, quando le ho messo nelle palme quelle schegge d’un tesoro così minute.

Per me non ha nessuna importanza.

Con la coda dell’occhio, per un attimo, prima di perderla del tutto di vista, l’ho seguita, di sbieco, per non farmi vedere.

Lei scorreva leggera come un soffio di vento, un rivolo d’acqua, scivolava sul marciapiede, alzandosi verso il cielo, un cielo lontano, tinto di rosso, come il sangue che scorre nelle vene di Olga, lieve, diafano, consumato dalla fatica di una vita canùta come la chioma malandata che il tempo le aveva posato sul capo.

Non ghirlande, non fiori, nè allori, ma fatiche, dolori, stanchezze, come quelle che il pomeriggio conosce, quando la sera non riesce a scendere col suo manto di sogni che aprono la porta alla vita notturna.

Poi, pietosamente, lenta, le sara è arrivata, ha chiuso i suoi pugni, ha levato il suo canto, e, infine, con la sua nera sottana di pizzo è giunta la notte.

Adesso batte forte il suo cuore.

Sono i palpiti degli amanti che nella notte si donano il loro “Grazie” infinito e bugiardo.

Come un gomitolo, s’è distesa Olga sul suo letto di fiori e cartoni.

Nel suo angolo, rubato alla sporca città, stanca del sabato sfinito, manichino sfibrato e sfiorito, povera donna, consumata dalle fatiche del giorno, s’è distesa, con quelle due gocce di sole dorato sulle sporche dita mangiate, quei due euro di nessuna importanza.

Adesso, prega il suo dio, quel dio che l’ha dimenticata dopo averla voluta per forza, capriccioso dio, figlio dei volubili dei.

S’è distesa, e sogna.

Chissà se nei suoi sogni si ricorda di me.

Io “Grazie!” gridavo, “Grazie!”.

Grato per avermi donato la fine di un pomeriggio che ha preso, adesso, per mano la sera.

Nel cielo non brillano alte le stelle.

In città, la luce vibrante ruba la scena ai raggi stanchi degli astri.

Ma forse quelle due gocce di sole che, testarde, restano accese là, in quell’angolo, rubato alla notte, sono ancora i sogni accesi, rubati dai miei occhi,  di una donna per strada.

4 pensieri riguardo “OLGA

  1. Che bello questo racconto Piero…l’atmosfera netta e precisa dell’ambientazione e soprattutto quel continuo compenetrarsi di dentro e fuori, di passato e presente, di io, non io. Ma alla fine solo l’io rimane. L’io immerso nel presente, nel dentro, in una verità che da una visione, da pensieri lasciati andare, da suggestioni e cose, si deposita dentro pesante eppure necessaria, fastidiosa eppure lenitiva…

    Voglio dirti anche un’altra cosa che forse ti sembrerà poco importante ma per me non lo è.
    n genere non commento mai in particolare sulla scrittura. Non ne ho titolo. Ma stavolta lo voglio fare perchè ci sono alcune immagini in questo tuo racconto che personalmente, considero “da segnare”:
    – gli occhi profondi e opachi, una vera palude, un acquitrino nel quale si impantanano i miei occhi.
    – il momento in cui il pomeriggio muore, in quell’agonia che si fa insopportabile, infinita, nei giorni dell’estate bruciati dal sole che s’impantana nel cielo per ore ed ore.
    – allo sgocciolare dell’ultima stilla del pomeriggio che protende pietosamente la mano alla sera per passargli il testimone di una responsabilità insostenibile,
    e infine… quelle due gocce di sole dorato sulle sporche dita.
    Beh, caro amico, queste, senza nulla togliere al resto del racconto, sono efficacissime e molto belle!
    Un abbraccio e…buona domenica🙂

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  2. Che posso dirti io, cara Patrizia, se non ringraziarti per le tue parole così belle e gentili?
    Olga, a modo suo, è una persona vera.
    Ma è tutto vero, in questa specie di delirio che alle volte si vive, che stiamo vivendo senza sapere, che viviamo, forse, sapendo di vivere qualcosa che può avere molti nomi diversi, tutti insieme, uno sull’altro, o uno sotto l’altro, come ti pare.
    Delirio, esistenza, sogno, illusione, lotta… sono solo alcune di quelle parole, di quei nomi.

    Scrivo dei ai sentimenti che provo ogni giorno, perchè forse sono gli stessi che provi tu, o che provano gli altri amici che magari leggono e si sentono … così, allo stesso modo…
    E’ un “oggi” agitato, quello che stiamo vivendo, si confondono mille sentimenti differenti. Ai soliti, a quelli più … astratti, ed a quelli più … politici … se ne aggiungono altri, più umani, più fragili, più dolenti, più preoccupati…
    e a questi se ne aggiungono altri ancora, anche altri, di sollievo, di fortnata sopravvivenza…
    siamo naufraghi, su una zattera, ma ancora sopravvissuti, e fortunati testimoni di un’avventura straordinaria… e sul nostro cammino i nostri occhi incrociano cose, persone, altri occhi…
    ecco, cara Patrizia, io sono molto fortunato: le tue parole mi dicono che quando qualcuno mi “sente”, la sua anima vibra insieme alla mia. sentiamo le stesse cose, ed io ho la fortuna di poter … suonare, a volte, le corde della lira per farle vibrare… e sentire vibrare, insieme, la mia anima e la tua, senza timore, e sentire vibrare, così, l’anima del mondo, che non è diversa dall’anima tua, o dalla mia, è l’anima di tutti…

    … bah … non stare a preoccuparti, alle volte… vado in diagonale…
    Un bacio,
    Piero

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  3. Si, siamo naufraghi su una zattera!!! In attesa di essere salvati. Da chi, chi avvistera’ la nostra zattera? E se nessuno ci cerchera’? Quanto grande, immenso sentimento e amore e sensibilita’ avverto nelle tue parole, siamo tutti in cerca di amore vero? Comunque sia la vita deve essere vissuta, cosi’ questo interagire con questo strumento (leggi computer) la rende un po’ piu’ leggera e condividendo i pensieri con qualcuno sembra quasi che la giornata inizi con piu’ leggerezza. Ciao, mi piacerebbe interloquire con te, ti auguro una serena giornata, a presto.

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