HEARTQUAKE

a

Ecco, ora lo sento, ha spento il motore, quaggiù, s’è fermato, il tempo, ora stende nel vuoto, incerto, il piede, per calcare la strada, un balzo, un sobbalzo, un salto, un volo per aria.

Cade, si rialza, s’avvia leggero verso il cielo.

Una corrente entusiasta lo prende, lo spinge, lo porta via lontano, e sparisce.

Poi torna, portato indietro da un soffio, un ricordo tardivo, nostalgia di un sogno svanito.

E’ etereo, leggero, indifferente fluttua nell’aria, come un sospiro, un sorriso, un desiderio innocente di bimbo.

Fluttuante, galleggia, di primo mattino, ancora non sa dove andare.

Nel cielo, forse, lo mantengono, in volo, sospeso, i neri rondòni che si rincorrono, nell’azzurro, scherzando, mentre lanciano alti garruli strilli.

Son folli le corse di quei piccoli angeli bruni, voli radenti, acute picchiate, cabrate impetuose.

Lui si tiene in disparte, impettito, forse di sasso, impaurito.

E così se ne resta, poco convinto, confuso, ancora assonnato, ingabbiato nel suo moto perpetuo, nella sua corsa verso chissà quale inimmaginabile fine.

Si, è immobile, adesso, questo tempo,  sospeso, in equilibrio perfetto, indeciso sulla svolta da dare alla sua strada, se continuare diritto il suo corso perenne o fermarsi per sempre con me, stabilirsi qui attorno per abitare in questa  immobile inquietudine eterna. 

Ma lui,  pure, che a noi appartiene, anche se comunque sempre ci sfugge, proprio lui, questo tempo sospeso, lo tengono in moto, lento, a filo di gas, le rozze vibrazioni dei diesel che portano i rifornimenti ai supermercati, là, sulla strada.

Un pò più lontano, laggiù, s’ode, profondo, affondato nel ventre del tempo più molle, l’idiota tubare di un grasso piccione, innamorato e casalingo, abitudinario e spento, pieno di borghesi speranze, perbenisti appetiti, un pò santo, un pò libertino. 

Me l’immagino il suo turbamento eccitato, le ali della sua sospirata compagna che gli accarezzeranno il becco infoiato. M’immagino il suo cedimento impetuoso, il suo orgasmo riproduttivo, il suo cupo ansimare, il dominio degli istinti che non sanno il peccato. Gli si spezzerà, nel gozzo, ad un tratto, il cùpido canto, nel momento di deporre il suo seme.

Accadrà un miracolo, sotto gli occhi stanchi del tempo.

Resterà, alla fine, solo una traccia di guano, una chiazza, biancastra.

E, poi, ancora, laggiù, vivido, il goffo richiamo d’amore, quel balbuziente tubare

Nel tempo sospeso di questo giorno indeciso, nel cielo hanno smesso di volare gli storni.

Il loro vorticare, indemoniato e folle, simile alla lussuriosa creazione di un pittore ispirato, adesso è assente.

La pace regna sul creato.

Una pace sospesa e rotta.

Vibra la rotaia percossa dal treno della metro, che affoga fra le prime vampe afose i volti assonnati dei pochi viaggiatori stanchi di questo giorno di festa pigra.

I santi non lavorano più, in questo tempo che stiamo vivendo, si limitano a  scandire qualche slogan fondamentalista nei giorni che la teocrazia lascia loro dedicati; è una teocrazia a cui non crede più nessuno, ma a ci tutti fanno finta di credere. Oggi è festa, una festa di santi, ma nessuno dei miscredenti, degli atei, dei pagani, compie il bel gesto del rifiuto, nessuno si alza e si lava, si sbarba e si veste, si avvelena e si snerva, per andare al lavoro, borsa in una mano, giornale nell’altra, coltello in mezzo ai denti, frustrazione nel cuore, stanchezza nell’anima, noia negli occhi.

Stamattina i treni sono leggeri, come le rondini in cielo, vagolano sulla rotaia immaginandosi chissà quali sconfinati orizzonti, destinazioni esotiche, folle vestite di rutilanti colori, suoni e lingue di terre lontane.

Ma il loro pastore, in cabine, sferza la frusta, tira presto il freno elettrico e stridono, sotto le ruote, sfrigolando, le rotaie tramortite. Sanguinano, arroventate dall’attrito feroce e crudele.

I vagoni sussultano, sorpresi, loro, esecutori fedeli della missione che il progettista, fatalmente, previde per loro, nell’ultimo giorno stanco della creazione.

Il verde degli alberi sulla strada si tinge di un giallo limone, sfregio all’ombrosa verzura mattutina che ha sconfitto le brume bagnate della notte.

Le prime striature dei raggi roventi del sole feriscono gli occhi, senza far male, quasi ancora fossero tiepide, anzichè di fiamma bollente.

Un bambinesco parlottare resta sospeso nel vuoto della strada assonnata.

sarà il ricordo di un sogno smarrito, fuggito attraverso le fessure di una persiana stralunata, a mezz’asta, nella notte passata sperando che un soffio d’aria passasse ad alleviare l’angoscia dei madidi sogni bagnati.

Rimbomba tutta, l’aria, in questo tempo sospeso.

Vibra di un rombo di tuono che è la vita che si sta svegliando impetuosa.

Le saracinesche abbassate respingono quell’eco di sordi tambri ancestrali.

La furia dell’attività irrefrenabile dell’uomo è frustrata dall’eroica impotente pretesa di sfondare l’argentea lamiera che sbarra la soglia dell’umana illusione di rubare alla natura il destino.

Neanche un alito di vento penetra nella bolla sospesa di questo tempo, largo come un infinito sorriso aperto sul mondo.

Una bocca spalancata son sorniona pazienza.

Una sigaretta appesa a quel labbro, la ciminiera spenta di una fabbrica, laggiù, che richiama alla memoria il lungo fiume dei ricordi e la diga di questo giorno che sbarra, ora, il passo al suo corso.

Sento una voce di bimbo, un ansioso tubare, un rullo, un guaìto, un più netto abbaiare stizzito, un treno che passa, un diesel, un sospiro del tempo.

E’ giunto il momento di aprire il negozio.

Oggi in edicola scorrono notizie importanti, sul video i titoli rossi rammentano che la vita, là fuori, si sta impadronendo di questo momento incantato.

La magia, come tutto, finisce, quaggiù.

Passa gridando un gabbiano, banditore di terre perdute, rotte smarrite, isole immaginate e lontane.

Partiamo.

Saliamo sul predellino di questa giornata dolente di primo mattino, ravviviamoci il ciuffo davanti, calzoncini, maglietta, alle ortiche cravatte e grisaglie.

La vita pulsa il questo istante sospeso.

In questo intervallo infinito, fra l’ultima sistole della calma notturna e l’assonnata diastole del primo mattino.


4 pensieri riguardo “HEARTQUAKE

  1. Auguri Piero. Oggi era festa, ora si festeggia solo a Roma per il patrono e in Spagna (così i mercati hanno tempo fino a lunedì per decidere il da farsi).
    Stamattina al bar uno chiedeva perchè Pietro e Paolo si festeggiano insieme. Uno ha messo le basi fisiche della chiesa e l’altro ha pensato alle procedure e ai protocolli, a ben pensarci più che Cristianesimo dovrebbe chiamarsi Paulanesimo. Ciao🙂

    Mi piace

  2. Momenti eh…gli attimi…sempre loro che ci prendono… Bel racconto Piero, davvero molto bello. il tempo è un aspetto che mi prende sempre molto.
    Quanto desiderio di rubare un attimo e renderlo eterno, ci leggo in queste righe! E la lucida, consapevole interferenza del reale che ce lo sottrae sempre… la sua natura immodificabile che in qualche modo ci “condanna”, nel bene e nel male…
    Splendida la frase finale…
    Un abbraccio
    P.S. grazie per i video a commento che mi hai regalato. Gustati tantissimo! :-))

    Mi piace

  3. Grazie, Pop, per gli auguri.
    Per il …paulanesimo, a ben pensarci, concordo perfettamente.
    Io abito vicino alla basilica, appunto, di San Paolo, a Roma. … quindi in tema.
    Davanti all’ingresso, nel grande cortile, al centro del peristilio quadrato che dà accesso alla basilica, c’è lui, il santo, alto tre metri, su un piedistallo alto ancora un metro, un metro e mezzo.
    Con un grande spadone in mano, che incute timore, se non orrore.
    Com’è lontano il povero Cristo, nato in una mangiatoia, povero, amico dei poveri e dei peccatori, amante del prossimo.
    Credo che sarebbe giudicata blasfema una sua immagine con lo spadone in mano: ma allora, perchè S. Paolo porta quel pesante spadone?

    Un abbraccio,
    Piero

    Mi piace

  4. Pat, grazie sempre a te.
    Il tempo… siamo noi, in qualche modo.
    L’eternità dell’attimo è la stessa eternità che Zenone ha immortalato nei famosi paradossi: la freccia che resta sospesa all’infinito, l’infinita malinconica rincorsa di Achille piè veloce all’irraggiungibile tartaruga… e gli altri ( http://it.wikipedia.org/wiki/Paradossi_di_Zenone ).

    Lo stesso infinito contenuto in un attimo lo possiamo trovare nella filosofia orientale, nelle meditazioni sagge e umanissime che, senza ricorrere all’imbroglio del metafisico, sanno farci accostare alle immense profondità contenute nel nostro intelletto, oltre che nell’anima e nel cuore.

    Ma anche noi comuni mortali siamo consapevoli di tanto infinito, quando sprofondiamo nel lago dei nostri pensieri.
    Loch Ness è la creatura ideale dei nostri pensieri, quando questi raggiungono la dimensione estrema del sogno: forse, Pat, non sono fatti della stessa materia, i pensieri ed i sogni? Forse non si nutrono del nostro stesso respiro ? Non li riscalda il nostro stesso sangue?

    Loch Ness è la nostra creazione. Di questo siamo capaci. E’ davvero tanto, è immenso, pensare di quanto siamo capaci.
    E se sfugge ad ogni tentativo di farsi fotografare è solo perchè lui è la nostra versione più evoluta. Lui non sente il bisogno di avere la prova di esistere. Noi, spesso, siamo incerti, insicuri, dubbiosi, ci sfugge la stessa certezza di esistere. E ricorriamo a sotterfugi e tecniche per accertare di non essere solo ombre, fantasmi, fumi leggeri.

    La vita che ci circonda, il reale, il quotidiano non hanno, forse, altro scopo che darci questa stessa certezza.
    Il prezzo che paghiamo ogni giorno per darci la prova di essere vivi è questo mondo rumoroso ed eccessivo, sovrabbondante e un pò kitsch.
    Se solo ci accorgessimo di quanta fortuna ci sarebbe nell’essere puro spirito, lasceremmo tutto per strada e rincorreremmo la corrente dei fiumi, il volo dei rondòni, le onde del mare.

    Così, cara amica mia, la nostra vita – o forse dovrei dire la mia, ma credo, anche la tua, se ti conosco per bene – passa sospesi fra questi due mondi, un piede di qua ed uno di là. Come nella canzone di Faber (… una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino, quattro pensionati, mezzo avvelenati a un tavolino…).
    Ma questa è un’immensa fortuna: forse non è l’essersi svincolati del tutto del peso del corpo, delle sue illusorie certezze, dei suoi appetiti bulimici (che pure, in questo corpo c’è il bello di sentirsi vivi, la sua forza potente, le sue vibrazioni, i suoi brividi e i suoi abbandoni), ma certo è l’opportunità di avere due mondi per la nostra esistenza.
    Come dire?
    “Due is meglio che uàn !”
    n bacio,
    Piero

    Mi piace

I COMMENTI SONO GRADITI

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...