IL TRONO

IL TRONO VUOTO
photo by pierperrone

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Il trono vuoto sta ancora lì, contro la parete di cemento grigio e pulito del pilone del ponte.

Sta lì, al centro dello spiazzo, sotto al cavalcavia della Colombo, dove la strada si dirama verso le piste che conducono ai cieli ed al mare, là, dove le corsie stradali della Colombo si avviano a diventare l’Autostrada per Fiumicino.

Il trono sta sempre lì.

Come un cavaliere solitario, se ne resta quasi nascosto, immerso nell’ombra che si fa sempre più stretta e densa man mano che il sole raggiunge il centro del cielo, in questi giorni di caldo infernale.

Porta addosso, stretto, come un giustacuore di velluto ferito, un drappo dimesso d’azzurro, come un pezzo di cielo rotolato per terra, perduto, finito chissà come sotto quel ponte a chiedere aiuto.

L’azzurro era l’azzurro che una volta doveva essere l’azzurro del trono di un dio, perchè, invece, è d’oro il trono di un re, è d’oro, come i ricchi sogni di ricchezza che sognano i re nei sogni di re, mentre invece il trono di un dio è azzurro, azzurro come l’azzurro del cielo, azzurro della stessa materia azzurra dei cieli, azzurro  azzurro, come il profondo degli occhi azzurri di un dio.

Un dio seduto sul trono di un dio.

Un dio, seduto sul trono, che porta sciolti i suoi biondi lunghi capelli.

Un dio con gli occhi azzurri profondi come due cieli azzurri d’estate.

Il trono del dio aspetta ancora il suo dio smarrito, perduto, lì, sotto quel ponte che taglia in due i raggi accecanti del sole.

Anche la corte del dio è svanita, assieme al suo dio, è sparito tutto il suo seguito, sopra di loro è sceso il sipario, li ha rapiti il silenzio.

La potenza di quel dio non è infinita, non si tratta di un’onnipotenza senza scadenza.

Il suo volere sbatte contro gli ostacoli, si contorce, soffre, si ferma davanti alla dura barriera dei giorni, davanti alla durezza della vita che irrompe nei suoi eterni infiniti giorni da dio.

Un filo spinato, una canna di fucile, una lama di coltello, una mano che si fa sasso, sputo, insulto, offesa, oltraggio.

Una divisa, una tonaca, una camicia, alamari, stole, stellette, medaglie.

Il trono è vuoto, di giorno.

Il suo dio, il suo re, giace, di fianco, riverso, reclinato, allungato, disteso.

Un corpo nascosto sotto una stola, un cadavere di stoffa ammuffita.

Sono rimasto a guardare, a lungo sono rimasto a guardare per vedere se un respiro tornava ad animare quell’informe grumo di niente.

Non c’era il corpo del dio in quel puzzolente fardello marcito.

Per quanto mi sia sforzato, non ho scorto nessun segno della presenza del re degli dei.

Solo, lì attorno, i suoi resti, i resti del suo pasto, il pasto della sua corte, il puzzo dei rutti, il bicchiere sporco del sorso della staffa, l’odore di acre ammoniaca del suo piscio seccato.

Sporche immondizie.

Bottiglie, cartacce, plastica e polvere.

Non sembrano i resti del paradiso di un dio, piuttosto il falò raggelato di un disperato demonio.

Tutto disfatto, il campo di battaglia davanti alla sala del trono.

Sfiorito nella silicea polvere grigia del cemento che si mangia i polmoni e la gloria.

Grigio cemento, grigio del nulla, grigio che viene di lontano a far da padrone nel mondo.

Grigia prigione che ingessa l’occhio di vetro della mia macchina forografica nella mia mano che comincia forte a tremare.

Grigio giudice che infligge condanne defintiive di morte.

Grigio che consuma l’umana sostanza divina.

Sintesi grigia del bianco del nero.

Questa è la vita, sintesi del bene e del male.

Sintesi di un Tutto e di un Niente che impiegano un attimo a consumarsi e perdersi nell’infinita antitesi dell’Ordine che ingrigisce poco a poco nel Caos.

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IL TRONO AZZURRO
photo by pieroperrone

a

Il corpo del dio, poi, non si è più mosso.

Un dio, un re, un padrone, un signore.

Vuoto, quel trono, come era vuota la finta sagoma stesa ai suoi piedi.

Segni di morte, vuote, come le vuote bottiglie di plastica eterna.

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9 Replies to “IL TRONO”

  1. Miseri resti di una vita “fuori”…..
    Una vita che non era neppure più vita, solo un ponte a nascondere e proteggere dalle intemperie, solo un trono azzurro per celebrare una libertà forse non voluta né amata…..

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  2. Vedi amico caro, quando vedo cose come queste, questi aspetti non certo edificanti per l’uomo (e credimi, non intendo essere dare nessun valore morale a queste parole) penso che dovremmo toglierci dalla testa l’idea balzana di essere qualcosa di speciale, di essere il centro dell’universo come ci hanno convinto a pensare. Noi non siamo superiori agli altri compagni di vita su questa terra. Penso che sì…siamo stati capaci di fare grandi cose ma siamo stati e siamo anche gli unici capaci di nefandezze, di sentimenti d’odio, di non amore nei confronti delle altre forme di vita e della terra che ci ospita. No caro amico, per quanto mi sforzi, proprio non riesco a vederci tracce divine nelle nostre membra, nei nostri occhi e nella nostra intelligenza. Forse, anzi no…probabilmente non ho interpretato nel modo giusto il tuo scritto, anzi lo so…era altro ciò che tu volevi dire, ma questo ho sentito leggendo. Forse perchè ancora sto combattendo tra la voglia di credere in una visione positiva dell’uomo e la sensazione intima e profonda che non è così. Sto facendo del mio meglio, credimi…ma è difficile e forse…impossibile…
    Ciao Piero. ti ringrazio perchè le tue parole mi riportano sempre a rilettere su quel lato positivo che mi impedisce di allontanarmi dalla speranza.
    Buona domenica e un abbraccio

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  3. Cara Fausta,
    i resti della miseria si trovano per strada, sono dappertutto, ormai. Ma sono resti che hanno anche una loro storia, una loro vita, una loro … metafisica, se mi permetti il termine.
    Davanti a certe visioni io resto confuso e meravigliato.
    Le sensazioni che si accavallano dietro i miei occhi, dentro di me, nel mio cuore (o nel mio animo? Dove, dunque? Ha la sua importanza, credo) aprono porte che portano in stanze piene di vita, anche se non saprei definirla bene. In qualche modo quella vita è nobile, alta, grandiosa, se ne frega delle convenzioni, deiluoghi comuni, delle nostre fisime di riccheza o povertà, fisime tutte umane, mentre la vita va oltre, è molto più vasta, copre spazi molto più ampi della nostra dimensione di uomini.
    Ecco, io sento aprirsi porte che conducono in quelle stanze.
    Dovrei farmi curare, in un certo senso, così si potrebbe dire.
    Ma le mie sensazioni sono il mio me, il mio modo di sentire, la mia ricchezza più grande: almeno io la penso così.
    E così, se riesco a varcare quelle porte, anche solo di qualche passo, ecco, allora rubo un’immagine, provo a descrivere con le parole, se mai ci riesco, quello che sento… quello che vedo.
    Perciò, secondo me, non si tratta solo delle immagini dei resti della miseria. Ecco, sono la fine di qualcosa, certo, sono il confine dove la dignità degli uomini, che richiede almeno un pò di benessere, almeno un posto dove dormire, dove mangiare, dove curare gli affetti più stretti (se non una casa, almeno una stanza), ecco, lì, su quel confine, ha inizio la storia di un’altra forma di dignità, quella che ogni uomo si merita, anche se vive di espedienti, anche se la miseria lo uccide per strada, anche se … il suo trono lui lo piazza sotto un ponte.
    Anche quell’uomo, morto, per gli altri, anche se non gode ancora del sollievo della morte effettiva, anche quell’uomo, le cui tracce trovo sul quel trono, tracce che mi portano diritto dentro quelle stanze, ecco, anche quell’uomo ha la sua … divinità, la sua metafisica.
    E, a me pare, quella metafisica conduce molto più lontano dell’altra, di quella nostra, di quella che noi esseri fortunati (così ci vogliamo chiamare) abbiamo costrito filosofeggiando per secoli su dio e sui cieli.
    Un abbraccio,
    Piero

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  4. Caro Popof, Sally è la regina di quel trono che se ne sta ritto sotto al ponte.
    E il re dei topi è forse il dio, il re che vive nel seno di Sally.
    Si, caro Popof, hai proprio indovinato la dedica perfetta!
    Un caro saluto
    Piero

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  5. Mia cara Patrizia,
    si, è la lotta di ogni giorno, la lotta fra … l’Alto ed il Basso. Fra il Desiderio e la Realtà. Fra il Sogno e l’Illusione. Fra l’Orgoglio e la Vergogna. Fra il Cielo e la Terra. Fra l’Uomo e la Bestia …
    Posso forse dire che questa tua lotta, amica mia, sia differente dalla mia stessa lotta? O da quella di tutti coloro che hanno un cuore (o un’anima, come dicevo sopra, a Fausta, o una coscienza, … o come vuoi.) ?
    Ti posso biasimare se sei impegnata nella lotta fra la Speranza e la Disperazione ?

    Tutti i nomi che prendono i lottatori sono nomi fasulli, cara Patrizia.
    Sotto le armature, sotto le insegne, sotto le divise di questi lottatori accaniti ci sono sempre gli stessi due guerrieri.
    Io il nome vero dei due non lo conosco, o forse non me lo ricordo più, o forse, l’ho solo dimenticato, forse solo per poco… non so.
    Ma so che tu non hai paura, come non ne ho io.
    So che a volte si sente la stanchezza, a volte ci si sente spossati, vuoti, desolati, atterriti.
    Lo so.
    Ma so che non c’è mai paura.

    Questo, che so essere anche il tuo coraggio inscalfibile (ma si tratta di cosa reale, materiale, vera, come un sasso, come ciò che sappiamo toccare, vedere, sentire), sai, comporta una conseguenza, forse imprevedibile, ma importante: uno dei due guerrieri sei tu, certo. Oppure io, che è lo stesso. E questo porta un altro passo avanti: anche i nostri nomi sono fasulli, finti, sono maschere, sono travestimenti, sono infinite divisioni dello stesso guerriero che si fa in mille e mille e mille ancora, per combattere senza paura.

    Ecco.
    Allora, da una parte, c’è un lotattore. Io, o te, se vuoi, o chiunque altro.
    Ma dall’altra, quindi, chi c’è? Chi è l’altro guerriero?

    La lotta è la nostra stessa vita.
    Senza quella lotta, amica mia, chi saresti? Cosa saresti?
    Terra, polvere, un grumo umido pronto a seccarsi al sole.
    Cosa, invece, impedisce che quel grumo si secchi, amica mia ?
    E’ quella lotta, quell’eterno, infnito scontro fra ciò che impone a npoi stessi di continuare ad essere ciò che di più forte siamo, di più vivo, di più testardamente attaccato alla vita, e il principio del dissolvimento, il fatale consumarsi delle cose quando la lotta finisce.

    Ecco.
    Lo so, tu parlavi di na lotta … più politica, più pratica. Io invece ho barato, forse.
    Ma so che tu mi hai capito: io non ho barato. Posso dire che anche la tua lotta è ineludibile, che è eterna, che è terribile.
    Ma devo dire anche che non è possibile impedire quella lotta.
    E anche se tu, o io, nei nostri nomi fasulli, potessimo o velessimo o riuscissimo pure a sottrarci a quella lotta (restando comunque vivi, cosa di cui dubito comunque), ecco, anche in questo caso, e non per questo, quella lotta cesserebbe, avrebbe fine, perderebbe senso, importanza, significato, realtà, eternità.

    Ma allora, sotto le mentite spoglie della differenza fra la tua lotta più pratica, e la mia, più astratta… non si nasconde forse la stessa lotta condotta dai due medesimi guerrieri?

    Mi viene in mente che il Filosofo greco Eraclito, diceva che il princio primo delle cose era “Polemos”, la lotta.
    Forse che sotto le mie mentite spoglie si nasconda ancora quel valoroso guerriero?

    Un bacio,
    Piero

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  6. …ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole ed è subito sera… se non hai di che vivere non ti fai domande, sopravvivere è la sola meta, se stai ” bene” ti fai troppe domande, c’è chi ha il male fisico e chi quello mentale, della serie est modus in rebus.
    Ciao Piero, buona domenica.

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  7. Non lo so, cara Paoletta, se è vero che a stomaco vuoto non si può fare filosofia.
    Non lo so.
    Lo dico pensando a tanta cultura popolare, pensando a quelli che per primi, tanti millenni fa, hanno alzato la testa verso il cielo stellato, in qualche tersa notte tranquilla, e sono rimasti estasiati dal mistero magnetico che accende domande e dona meraviglia.
    Forse avevano appena finito di raccogliere bacche o di strappare arbusti.
    Poi uno ha gridato: “OH”, vedendo cadere una stella.
    Un altro, impaurito ha indicato, muto, col dito, il corpo di una bestia arrostito per sbaglio da un lapillo infuocato. Poi, catturato dall’odore del fumigamento provocante, ha allungato le mani, prima esitante, poi vorace.
    Nella sua gola c’era la golosa voluttà.
    Nei suoi occhi il punto di domanda.
    Lontano scappavano le belve.
    Restava, solo, l’uomo, con la sua atavica , insaziabile,fame.
    E la paura, quell’inquietudine sorda che niente riesce a far tacere per sempre.

    Un abbraccio,
    Piero

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