TEVERE NATURE

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Ho scattato le foto di questo video durante una passeggiata, un pomeriggio, una domenica.

Senza macchina fotografica, ho usato il telefonino, tanto per provare.

E devo dire che lui si è dato da fare!

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Le rive del Tevere sono luoghi sconosciuti.

Passeggiando, a Roma, lungo il fiume, si scopre un mondo del tutto diverso da quello che qualche metro più in alto, un pò più in là, parallelo e solitario, si contorce con i suoi mille rumorosi percorsi, tortuosi densi e fuliginosi, dentro il ventre molle della città Eterna.

Si, sono due mondi che si ignorano.

Si sfiorano, ma non si riconoscono più, oggi.

Una volta non era così.

Tanto tempo fa, la città viveva sul fiume.

Prendeva vita da quel dio liquido e volubile, si corruscava per le sue intemperanti bizzarrie, oppure si raddolciva sotto le carezze dei riflessi di luna sullo specchio opaco della notte.

Ettore Roesler Franz (Roma 1845- 1907) – La via Fiumara, nel Ghetto, inondata (click-on)

Poeti ed artisti traevano ispirazione dal suo canto sommesso.

https://repubblicaindipendente.files.wordpress.com/2012/06/portodiripetta4.jpg?w=300
PORTO DI RIPETTA – G. B. Piranesi (click-on)

Poi costruirono i muraglioni.

Si vedono, nelle foto, sopra, a volte come fogli secchi, su cui qualche mano di buon core ha tracciato linee e disegni o macchie di colore.

Racchiudono le rive in un involucro marmoreo, incombente e un pò lugubre, come una specie di lapide lunghissima, sulla quale le acque, a volte, d’inverno, quando la piena fa paura e diventa mostro temibile, iscrivono tracce di storia.

Una specie di sarcofago a cielo aperto per quel dio fluviale che mormora, in quel centro indifferente, la sua canzone eterna.

Mondi cho non si parlano.

Sopra, di fianco, tuoni, echi, bombarde esplodono le loro raffiche rotolanti dalle canne a mitraglia delle automobili.

Le folle formicolano senza avere un perchè.

Gli individui si ignorano, incrociandosi, come ciechi fantasmi.

I destini di sfanno, si sfigrano, si consumano.

Polvere su polvere, spazzata dal vento, che a Roma, diventa sollievo, solletico e stivo, ponentino, che graffia dietro la schiena delle corazze di grattacieli di periferia.

Ma sulla riva tutto questo non si vede.

La natura vive la sua vita matronale, indifferente ed eterna, regina e dea, padrona e assassina.

Le correnti che mantengono il moto delle acque sono sue figlie.

Per lo più passano il tempo indolenti, incoscienti della forza titanica che le anima.

A volte,invece si fanno irrequiete, se non, addirittura, eccezionalmente, urlanti e disperate.

Ma non è facile osservarle così.

Ed io non ci sono mai riuuscito.

Quel pomeriggio ho passeggiato nel verde dei campi di sogno.

Fra giunchiglie e steli d’erba che si cullavano al fresco.

I rami degli alberi, solo, richiamavano la disperazione dei presagi di morte, nudi, spogli come scheletri.

Qualch brandello di plastica mi ricordava che oggi la pelle del mondo è un sottoprodotto del petrolio. Ci vogliono milioni di anni per distillare dalla putredine della morte quell’unto e denso sangue nero che scorre nelle vene della terra. E ci vogliono milioni di anni per cancellarne le orribili tracce che ne deturpano il volto.

Ma la vita, quel pomeriggio, scorreva placida, lungo le rive.

Che neanche più ero sicuro di trovarmi nell’Eterna città che chiamano Roma.

Gli uccelli augurali, che una volta indicavano col volo il destino agli eroi immortali, quel pomeriggio cinuettavano in tutte le volatili lingue che, oggi, invece, abbiamo imparato a ignorare.

Il moto perpetuo della liquida materia che scorreva poco più a sinistra mi dava dimostrazione dell’infinita quietudine mansueta delle forze che muovono il mondo. A noi pare di stare fermi, coi piedi ben piantati per terra, come colossi, titani, fratelli d’Atlante, appoggio del mondo. E invece … basta l’invidia per quel moto perpetuo. Energia che nessuna tecnologia ha imparato ad imitare. Come quella che fa respisare i fiori e le foglie. Come quella che tiene in vita i pesci sul fondo delle acque. Come quella che muove le sfere …

La pace non è il silenzio di quei passi.

La pace è il sentirsi non del tutto in disparte dal miracolo che avviene lungo le rive del fime.

Siamo qualcosa di vivo che vive nel tutto.

Questo mi pare mormorava il dio del fiume.

Che egoismo in quegli dei onnipotenti che vogliono farsi padroni del mondo, dei esclusivi creatori di mondi assoluti.

Le forme rotonde delle lamine ferree, sull’altro lato della riva, urlavano canti di sirene che hanno ingannato per secoli gli equipaggi dei marinai di fabbrica.

Le loro braccia si sono spezzate, come le loro schiene, per alzare al cielo quei trofei che adesso, lentamente, stanno lì a consumarsi, nell’eterno respiro del tempo che li trasforma in ruggine e polvere.

I gasometri, lì, dietro le spalle del dio, sembravano una corona sfiorita, il pasto della belva famelica che chiamiamo “il Tempo”.

Eppuure conservano ancora qualcosa di romantico, chissà perchè.

Sarà la loro forma rotonda, che sfida la perfezione del creato.

Oppure la loro permanenza di elemento artificiale del paesaggio, monumento alla disfatta umana potenza.

Oppure il monito che da essi promana, frammisto di ruggine e disfacimento, che ci ricorda il senso del nostro stesso peregrinare nel mondo.

Anche la nostra corona imperlata di pietre preziose avrà fine, ed anche noi saremo rugginoso cuoio che finisce in pasto a quei vermi che, ora, tanto temiamo.

Scebne di insignificante vita quotidiana intornoa  me si svolgevano, mentre me ne andavo lungo la riva.

Alcuni passanti, che io non conosco e di cui ignorerò tutto per sempre, unico segno dell’eterno che rimane nelle cose, e forse anche negli uomini, qualche cane, testimonianze d’amore infinito ma indefinibile, delle biciclette. E con le biciclette, ecco, finalmente, apparire anche i bambini.

Si, vita che scorre, che va.

Vita che si svolge come la corrente del fiume.

Quando sono risalito dalla scaletta di ferro, per tornare nell’alveo della mia civiltà, ho sentito dei brividi strani.

Una stretta, uno strappo.

Avrei potuto incontrare dei cadaveri, portati lontano dalla corrente.

Corpi di vacche, tronchi, relitti di umane memorie.

Potevo incontrare coccodrilli, ippopotami, scimmie e leoni.

Avrei potuto incontrare i millenari dei del Gange o quelli del Nilo, nelle loro multiformi e variegate apparenze.

La voce sommessa del fiume, da laggiù, mi stava salutando seriosa.

Mi faceva dei cenni il barbuto dio del fiume, per indicarmi la vera direzione del tempo.

Forse voleva dirmi che non dovevo farmi ingannare, che le cose veramente importanti solo lui le conosce e non sa tenersele nascoste per sempre.

Mi voleva dire qalcosa, questo lo so, ma io stavo ormai attraversando la strada.

Di là c’era il fiume che corre lento verso l’eterno.

Di qua, un altro fiume mi prese, un vortice, di auto e bipedi belve, cieche e tremende.

In quel vortice mi sono, d’improvviso, gettato, come un suicida da un ponte.

E subito sono annegato.

Ma, si sa, del niente non si deve avere alcuna cosiderazione.

Non si può.

Non ha senso.

E cos’altro, se non il niente, è questo fiume che corre a gettarsi tra le braccia di quello che resta lì, ad aspettarlo, da sempre?

5 thoughts on “TEVERE NATURE

  1. Caro amico, conosco queste sensazioni…e una tua frase in particolare mi ha colpito:” La pace non è il silenzio di quei passi.
    La pace è il sentirsi non del tutto in disparte dal miracolo che avviene lungo le rive del fiume”
    Si ha la sensazione, in momenti come questi, di essere immersi in un altra dimensione, ci si illude quasi di poter rimanere sempre lì. L’occhio però continua a vedere l’altra dimensione ed incrina un po’ la serenità che ci riempie. Tuttavia quei luoghi rimangono lì, ad accoglierci e a consolarci ogni volta che abbondoniamo la dimensione che abbiamo scelto per ritornare a alla nostra dimensione naturale. Ecco perchè ci sentiamo così bene, perchè è lì che dovremmo stare…di quel mondo dovremmo far parte…e invece…Lo strappo che si sente credo sia inevitabile: la nostra anima protesta, anche se ormai debolmente. Continua a farci sentire che cosa sarebbe giusto. Vivere il tempo seguendolo nel suo fluire naturale,essere parte di quel fluire, senza forzature…così, come gli uccelli, le piante, l’acqua, le pietre….
    In questi luoghi ci riappropriamo di ciò che abbiamo perduto, per pochi istanti ci ritroviamo, poi tutto torna difficile.

    Questo tempo non ha
    i margini fragili delle foglie d’autunno,
    e ride della pietà del salice.

    Questo tempo non sa
    misurare i passi sull’ampiezza delle nuvole
    che dispiegano le ali,

    non può aspettare il tempo che serve
    a posare una carezza
    sui capelli di un figlio.

    © Patrizia.M.

    Un grande abbraccio
    P.S. Bellissimo video!🙂

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    • Davvero un grazie per le bellissime tue parole amica mia. Aggiungo un altro aspetto a quello che già hai toccato tu. Dico dell’ altro contrasto fra la natura che eterna vive lungo le sponde di questo fiume miracoloso e la città che frenetica muore ogni istante un poco di più . Oppure se vuoi fra il tentativo di assassinio che la città trenta di compiere contro la natura e la resistenza che continua ad essere lotta lungo le rive. Lotta per la vita lotta contro la morte. Un abbraccione . Piero

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  2. …tu hai il Tevere, io il Ronco ma il fluire dell’acqua, le sponde verdi il fascino della vita/acqua che scorre è il medesimo…ciao.
    PS belle foto

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