ANDIAMO

ANDIAMO
photo by pierperrone

Ci siamo lasciati le colonne di fumo alle spalle con una sensazione di disperazione nell’anima, ma con il sollievo nel cuore.

Stringo Serena forte per le spalle mentre il carro è trascinato dai due stanchi buoi, cigola la nostalgica stanchezza delle quattro ruote sbilenche, dando suono a quello che ci teniamo stretto nella testa.

Mi guardo indietro, scoraggiato e ferito, e abbraccio con lo sguardo il piccolo gruppo di esuli sfuggiti al destino di rovina della città.

Generoso, Felice, Gaia e Madonna stanno appollaiati sulle loro bestie cindolando, rischiando di cadere ad ogni passo stanco dei muli.

Assonnati, mezzo addormentati, un passo avanti all’altro, esitando o osando, le povere bestie si tirano sullla strada illoro peso senza domandarsi un perchè o conoscere un dove.

Forse indovinano, impregnate come sono, le loro anime mansuete di bestie addomesticate, che il sottile filo di speranza che ci tiene uniti tutti, uomini, stanchi come bestie e bestie, testarde come uomini, è il filo della speranza, più forte della paura e del dolore.

Stiamo lasciando la città in questa notte di luna che disegna sulla pianura lontana lunghe ombre profonde, affilate, che sanguinano luce argentata come i nostri cuori, da cui sanguina una piatta, pallida, livida luce di astro spento.

Una colonna di fumo sembra una torre presuntosa che s’innalza verso il cielo, quasi a sfidare la collera di quel dio che ci ha punito mettendo a ferro e fuoco la nostra città, le nostre case, il tempio, il palazzo della Ragione.

Al centro della piazza, ricordo con un dettaglio di spaventevole precisione, è ancora alta il palco dal quale il boia arringava la folla atterrita e tumultuante, eccitata ed assetata di sangue.

Gli ultimi bagliori delle fiamme che hanno spazzato via le abitazioni, i tuguri, le capanne, spandono intorno un alone che visto da lontano, mentre stiamo andando, lenti e dondolanti come una nenia di mille secoli fa, sembra l’ombra della rovina, il riverbero del sangue che ha allagato le strade, l’eco rimbombante che ossessiona i miei timpani ancora adesso, mentre il silenzio inghiotte nel buio i lenti passi delle bestie che si aprono il cammino nella notte densa ed umida.

Sono stati giorni terribili, quelli da cui stiamo andando via.

Non posso dire, penso involontariamente, che stiamo scappando da qualcosa.

Se dovevamo morire per mano dell’alngelo che ha sterminato le mille anime della città saremmo già morti, non ci saremmo trovati dove siamo, ora, sospesi in questa dimensione che ci comprime fra la morte passata ed un futuro senza tempo.

Siamo scampati perchè l’angelo non ci ha presi.

O eravamo noi ad avere qualcosa di speciale?

Non lo so.

Come non so dirmi dove saremo domani.

Ma non stiamo scappando. Di questo ho la consapevole certezza che si può avere dopo essere usciti indenni dalla rovina di tutto.

Indenni.

Strana parola.

Irreale e sbagliata, se ripenso alla vita della città, ai nostri giorni appena passati, a quello che hanno avuto i nostri giorni e che ora non potranno più avere.

Ma siamo vivi e stiamo andando avanti.

Vivi.

E mette calore quest’altra parola che infonde un’imprevedibile certezza nei nostri giorni che verranno.

Generoso e Gaia sono bellissimi. Anche così, stanchi, mezzo addormentati, con lo sguardo affondato nelle profondità insondabili dei loro pensieri e delle loro paure, anche così  non riescono a nascondere i tratti della loro bellezza.

I capelli d’oro, il profilo nobile, i corpi armoniosi, le forme morbide.

Sono i figli di Desiderio e di Gioia.

Desiderio è stato legato per i quattro arti a quattro cavalli ed è stato smembrato lanciando le bestie al galoppo atterrito, fustigando i loro garretti con rami di spine appuntite ed attizzando quegli occhi ciechi di furore con braci roventi.

Gioia è stata sventrata dalla violenza assassina dell’angelo assatanato.

La stessa, medesima, furia animalesca che si è impossessata degli strmenti della volontà divina ha ridotto i loro corpi in brandelli.

Desiderio e Gioia erano figli di Amore e Bellezza.

Il loro incestuoso amore di dei aveva generato quei figli che erano stati messi al mondo da soli, su una terra selvaggia, tra mille insidie e pericoli.

Creature mortali, delicate, fragili, Desiderio e Gioia si erano amati come fratelli, cullandosi fra le braccia, di notte, sotto le stelle luminose e ammiccanti.

Il tiepido zeffiro aveva regalato i primi brividi alla loro diafana pelle.

Altri brividi erano stati donati dal manto di seta della notte.

Infine, stretti l’un l’altro, uno spasimo comune li aveva avvinti.

Si erano sentiti soli nel mondo e padroni dell’universo.

Le loro carni avevano secreto il miele dell’amore che gli dei sanno infondere nei corpi delle loro creature preferite.

Iloro corpi avevano generato la prole più bella che avesse mai, da sempre, abitato la terra.

I corpi di Desiderio e di Gioia non sono ormai altro che semi, da cui germoglieranno altri fiori solo se la terra sarà fecondata con un ardore simile a quello che unì, in quella notte di stelle, i due dolci fratelli figli di dei.

Guardo Generoso e Gaia, voltandomi un poco, mentre ancora ho negli occhi l’ombra vivida dei loro genitori, e vedo la loro bellezza che brilla anche nel buio, rendendo fin troppo evidente la loro discendenza dal sangue degli dei.

Chissà se anche nelle loro vene scorre ancora sangue che porta tracce di una discendenza così disperata e potente.

Felice e Madonna non si sono mai conosciuti.

Per caso li abbiamo raccolti lungo il cammino.

Cercavano una strada, una via per lasciare la città ormai preda solo della distruzione e della rovina.

Il primo stava sotto un albero.

La spada alla cintura, i capelli disordinati, gli occhi spenti.

Le mani sporche di sangue.

La sua voce tremava, quando ci chiese se poteva unirsi a noi.

Il suo silenzio rimbombava nella notte, mentre seguiva di lontano, sul suo mulo, il carro che io e Serena avevamo trovato sull’aia di una fattoria appena poco fuori città, a poche miglia dall’albero sotto cui avevamo raccolto Felice.

Madonna stava seduta davanti ad un pozzo, dietro una svolta della strada, quasi in piena campagna.

Sembrava aspettarci.

Si unì a noi senza neanche chiedere.

Lo sguardo profondo che alzò verso di noi bastò.

A noi fece piacere la sua determinata decisione.

Ci riscaldava il cuore la sua calda sicurezza.

La nostra processione avanza nella notte lentamente.

Andiamo avanti e cerchiamo la nostra destinazione.

Stringo ancora più forte Serena che, impaurita sussulta.

I suoi chiari occhi sono un lago che la paura intorbida ancora.

Il suo animo gentile ha sofferto troppo, al cospetto dell’angelo senza pietà che ha sterminato l’intera città.

Sanguinano ancora le ferite inferte da quella spada di fiamma.

Ha lottato contro il suo cuore gentile.

Ha avvolto l’angelo in un mantello di preghiere ed ha alzato a dio vendicatore gli inni più santi.

Ha cercato di chiudere con i suoi le bocche delle ferite che sanguinavano dai corpi mozzati a colpi di spada.

Ha sperato che anche un solo suo bacio potesse restituire almeno una scintilla di vita a quei cadaveri che si accatastavano ai bordi delle strade.

A nulla è servito il suo sforzo disperato.

Si è accasciata davanti al portale di una chiesa, sul sagrato, proprio sul limitare di quella soglia che l’ha respinta fino all’ultimo istante, rovesciandola sotto la tempesta di fuoco che martellava impietosamente la grande, immensa, piazza.

L’ho raccolta ancora esanime e me la sono stratta forte al cuore.

E ancora più forte la stringo, ora, mentre il carro cigolante ci porta lontano da quella piaga insanguinata.

E andiamo.

Tutti insieme, ora, andiamo.

Strana comitiva silenziosa.

E mentre avanziamo, un passo per volta, m’interrogo confusamente sul nostro destino, sul nostro perchè, sulla destinazione verso la quale siamo spinti dalla forza che dentro di noi ci tiene attaccati alla vita ed alle sue inesorabili leggi.

Andiamo.

Andiamo e domani ancora andremo.

Andiamo e andiamo come sempre, da sempre, siamo andati.

E andremo.

Andremo e andremo ancora, finchè, ad un certo punto, non sapremo di essere arrivati.

E quando saremo arrivati un segno ci dirà di fermarci.

E lì fonderemo la nostra nuova città.

Lì faremo figli, daremo braccia alla fatica, sangue alla terra, vita all’universo intero.

Daremo ricchezza al mondo.

Gli dei verranno a sedersi al nostro fianco.

Divideremo con loro la nostra felicità.

E non lasceremo che il loro tronfio egoismo ci trasformi in macchine da guerra, in strumenti di tortura, in maschere di dolore.

La nostra città non avrà nè templi, nè palazzi reali, nè accampamenti militari.

Ci ameremo d’amore puro.

Saremo in tutto e per tutto fedeli al nostro destino di uomini.

Daremo un  nome ai nostri figli e da questa discendenza verrà dato il nome alla nostra nuova terra.

Frammenti di futuro, tessere di un mosaico che non se si comporrà davvero, domani.

Di questo, confusamente, mi parla la notte.

La nostra processione avanza sbandando, la fatica appesantisce i garretti delle bestie, il sonno confonde i pensieri, la realtà gioca con la fantasia, la speranza con la paura, il sollievo col timore.

In cielo non brillano stelle.

Il riverbero rossastro delle ultime fiamme, laddietro, laggiù, lontano, illumina un poco ancora la colonna di fumo che si alza dal centro della valle dove c’era, una volta, la nostra città.

Noi la chiamavamo Sodoma, o forse Gomorra, ormai abbiamo lasciato indietro, laggiù, tra le lingue di fuoco che ormai languiscono stente, anche la memoria per ricordare inutili dettagli perduti come questo.

Chissà che nome sarà dato, domani, alla nostra nuova città?

4 pensieri riguardo “ANDIAMO

  1. Si.
    E forse ci sono anche altri mostri sepolti sotto il mantello oscuro del nostro inconscio.
    Ma comunque, in ogni caso, poi, non si può fare a meno di doversi porre sul cammino e andare avanti. No, Popof?
    L’unica sosta che ci permetterebbe di scendere è quella che proprio non vogliamo.
    Quindi…

    Un saluto.
    Piero

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  2. Sai cos’è Piero? Che leggendo questo tuo scritto ho avuto come la sensazione di ripercorrere tutta la storia dell’uomo, una storia buia e triste ma con improvvisi bagliori. Come un quadro in cui predominanti sono ii colori scuri, ma qua e là chiazze di luce sorprendono e destabilizzano…piacevolmente… Un quadro astratto, con figure appena delineate, difficilmente distinguibili, ma tanto colore steso a spatola…e quelle macchie di luce…
    (Scusa se non mi dilungo, avrei voluto spiegarmi meglio, ma il mal di schiena ancora non mi dà tregua.)
    Ciao!🙂

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  3. Non so bene, sai Patrizia, cosa è uscito dalla penna (!?).
    Ero partito con un’idea abbastanza precisa, di genere molto social-fantastico.
    Volevo fare ironia sull’idea di crisi, di terrore che si sta diffondendo tra di noi, idea legata alle borse in caduta libera, all’euro che si spezza ma non si piega, alla decrescita del pil che ora non piace più a nessuno, e che invece fino a ieri aveva predicatori, apostoli seguaci di nobile portata.
    Volevo raccontare un’idea pazza che mi frulla per la testa da qualche tempo.
    Ed ho cominciato.
    Ma subito mi sono perso per strada, o meglio, mi sono ritrovato su una strada del tutto diversa da quella che avevo immaginato.

    Però mentre scrivevo sentivo … la penna (la chiamo così, ma si, certo, sono i tasti) sicura, andava,decisa, lei sapeva bene quello che voleva.
    Ed io l’ho lasciata fare.
    … Tanto lo so che poi c’è chi, tanto pazientemente mi regala paroline dolci … alle quali mi sono anche affezionato (ti prego, cogli l’ironia di questa parte. Io non campo se non mi prendo in giro. E’ l’antidoto al veleno del prendermi sul serio. Però che vi voglio bene, questo è vero… davvero).
    Un bacio
    Piero

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