KILLER

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Edvard MUNCH – IL BACIO (1897)

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Dove mai pensi di nasconderti ?

Credi forse di potermi sfuggire ?

Sono io, qui, dentro di te, il verme che scava gallerie nelle tue carni marce.

Sono io, freddo come una serpe, vedi, guardami mente inietto, con  i mei denti aguzzi, le fiamme del veleno nel tuo sangue, per farne un ribollente fiume di schiuma rossa, un lago di lava densa che ti arde e ti consuma, ti strozza, ti annega.

Sono ancora io, il tarlo, che scava nel profondo del tuo essere – di cui neanche sai di essere il padrone, unica cosa di cui, tu misera creatura, potresti pur essere il padrone – e scavo gallerie che consumeranno la fragile materia di cui sei fatto, tu, che pensi di essere più forte di ogni uomo, tu, che hai le mani sporche di sangue, tu che credi ai fantasmi e ti reputi messaggero di morte.

Sono io, perchè ti nascondi ?

Sei ridicolo, in questo tuo sciocco tentativodi sottrarti al mio potere.

Come un lombrico, ti rintani nei sotterranei della terra per provare il tuo lurido tentativo di vivere.

Come un insetto, ti dibatti spasmodicamente solo per impaniarti sempre più inestricabilmente nella ragnatela mortale che è la tua vita ed il tuo solo destino.

Cos’altro credi di essere, o vile uomo senza spirito nè coscienza, che per farsi convinto di esser vivo devi guardarti allo specchio e vederti vestito con giacche, camicie e cravatte che nascondo solo le piaghe della cancrena che ti consuma da dentro ?

Sono io, quella cancrena, quel cancro, quella putredine puzzolente che mangia, un poco ogni giorno, le carni che tua madre ti fece candide e morbide.

Io, son io, che, ogni giorno, poco alla volta, minuto per minuto, ti trasformo un secco scheletro mummificato, cespuglio di sterpi su cui fiorisce solo la corolla del crisantemo.

Sono io il profumo che spargi sulla tua pelle, cercando di nascondere l’odore acre della morte che spargi d’attorno.

Sono io il riflesso del tuo specchio che t’irride mentre cerchi sollievo dalla fuga ddai tuoi giorni.

Sei braccato, vile maschera, vivi di nascosto i tuoi giorni, ti rifuggi dove credi io non possa seguirti, vuoto simulacro di uomo.

Abbi coraggio, una volta, se mai un pò di quel cordiale potesse ridarti, anche solo per n attimo, il vivido colore della vita.

Guardami, ammetti la mia esistenza, affonda i tuoi occhi nei miei.

Vi troverai l’immagine del tuo volto che vi resta nascosta da sempre, in attesa che, per un solo misero attimo, tu, vigliacca nullità che crede di essere un padreterno, trovi la forza di sapere chi sei veramente.

Trascorri i tuoi giorno nei bar, ridendo, insultando tua madre che ti fece con il sorriso traverso che è il segno che la falce della morte, mia sorella, ha già tracciato sul tuo volto di irridente eroe del male.

Mia sorella ti sta cercando, vile coniglio.

Ed io potrei consegnarti a lei come il tuo complice potrebbe consegnarti al tuo killer.

I colpi di revolver, che quello ti regalerebbe come fiori su una tomba vivente, sarebbero il sollievo che i fiori sanno dare al dolore di vivere.

Io potrei consegnarti alla morte come tu hai consegnato a lei le anime, innocenti o colpevoli, di quelli che tu pensavi di poter condannare.

E, invece, non sapevi che, tramitre loro, era te stesso che stavi condannado, un poco per volta.

Guarda, guardati, ora, mentre tremi senza neanche sapere di avere paura.

Adesso i tuoi occhi ardono della livida luce che la morte proietta nelle orbite di chi è ormai condannato, senza neanche saperlo.

Vedi la fiamma che brucia in quelle pupille?

Pensi che sia la gloria per avere ucciso degli innocenti, per avere spezzato dei fiori prima ancora che fiorissero in boccio?

Credi che sia il lampo febbrile che riflette la vampa che con cui hai reciso i poveri rami di quell’albero che doveva ancora dare i suoi frutti più dolci?

Povero coyote solitario.

Adesso devi nasconderti.

Adesso l’ombra è il tuo regno.

A chi pensi di urlare il tuo coraggio, adesso ?

Vedi lampeggiare i tuoi occhi e confondi con la gloria il bagliore della mia lucerna cieca ?

Sei mia preda, tu, misero killer schifoso, animale notturno delle pianure dove regna la vite e l’olivo.

Piante che portano i segni della vita che sgorga dalla terra.

Frutti che contagiano di gioia e piacere i gironi degli uomini.

E tu, tu, miseranda creatura, inutile carne che neanche vuole marcire, pensi di sostituirti a quella potenza così assoluta ?

Ci sono io, ora, a farti capire.

Ci sono ben io a farti comprendere la tua nullità.

Non basterà che tu ti nasconda.

Non basterò che tu fugga più lontano della linea lontana dell’orizzonte più estremo.

Non puoi allontanarti da me.

Sei mano mia.

Se perduto e neanche lo sai.

Sollievo ti darà la falce della mia adorata sorella.

La chiamerai di notte, la invocherai, spererai che lei ti possa ascoltare.

Ma è sorda, la Morte, e cieca e muta, altrimenti non potrebbe svolgere il suo orribile lavoro di strappare la vita agli umani.

Io, invece, conservo occhi acuti ed un’alta voce che chiama forte.

Ma non ho bisogno di orecchi, perchè non ho necessità di udire i richiami di coloro che sono la mia stessa casa nè le urla delle loro esistenze ferite.

Ascolterei con piacere gli strazi che lacerano l’anima di quelli che, come te, si rotolano nel dolore degli ultimi rantoli di vita.

Proverei piacere ai vostri mormorii di perduto terrore.

Godrei dei gorgoglii d’orrore dei poveri morti viventi che sono la mia casa da sempre.

Ma un dio pietoso mi fece così, con occhi d’aquila e voce tonante, ma inesorabilmente sorda.

E così, ora non posso udire i tuoi gracculi stridìi di morte.

Ma so che hai terrore negli occhi.

So che il vuoto dell’anima ti inghiotte ogni giorno sempre più a fondeo.

Fino a quando il to dolore si farà più acuto e più forte urlerai, fino a rimanere strozzato.

Ed in quel momento gli occhi tuoi stessi ti guarderanno in faccia, affondando nei miei.

E sentirai il tuo sapore di morte, baciando le mie labbra avvelenate.

E allora scopriranno chi sei.

Tu, un bavoso killer di perfieria, un dilettante, emulo, servo di mia sorella e suo prossimo pasto.

E saprai, infine, in quel tuo ultimo istante, chi io sono, tua inesorabile padrona.

Eccomi, ora, mi vedi ?

Ecco, son io.

Mi vedi ?

Eccomi, son qua.

Son io.

La COLPA.

6 thoughts on “KILLER

  1. Guarda hai scritto in poche righe il disgusto di tanti, hai scritto ciò che il killer si merita e io spero che il caso lo porti a leggere queste parole, che anche se non ho scritto io le condivido in tutto e per tutto.
    Ciao, Piero.

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  2. E’ molto forte questo tuo scritto, troppo forte forse…per me…Ho faticato a leggerlo, non perchè non sia bello ma perchè è accusatorio e le accuse fanno sempre male. E’ giustamente accusatorio verso la parte nera che tutti noi abbiamo. Non so, forse non ho compreso bene quello che tu intendevi ma leggendo, mi è arrivato questo pensiero. Nessuno di noi è immune e questo mi fa paura…anche se so che siamo fatti così e saremo sempre fatti così. E’ questa consapevolezza che fa paura perchè sarò sempre un’eterna lotta tra buio e luce senza sapere se sia davvero possibile una vittoria della luce. Ma continuiamo a partecipare a questa lotta, a volte nelle file dell’uno, a volte nelle fila dell’altra, senza riuscire mai ad essere definitivamente dove sappiamo dovremmo essere.
    Ciao e scusa le divagazioni…
    Un abbraccio
    Un abbraccio

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  3. Cara Paoletta, grazie anche a te per la piena condivisione.
    Siamo tutti toccati nel profondo da quanto è accaduto a Brindisi e forse sentiamo nello stesso modo i morsi che quel dolore ci dà.
    Un abbraccio,
    Piero

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  4. Cara Patrizia,
    tu hai dato una lettura particolare, questa volta, davvero particolare.
    La mia intenzione era, come dire, una semplice vendetta, la voglia di fare male, di sfogare la rabbia che questo fattaccio mi provoca, rabbia mista a dolore e impotenza.
    E ho pensato che la mia idea fosse la più forte, quella che non si può scansare.
    E al tempo stesso volevo che quella rabbia non fosse un linciaggio, una esecuzione sommaria della folla inferocita, ma, invece, l’ineluttabile conseguenza delle azioni compiute dal killer.

    Ma tu sei andata, freudianamente, oltre.
    Hai spalancato un’altra porta, l’hai aperta con un’altra chiave di lettura.
    Io non ho riletto lo scritto.
    Non ne ho tanto la forza.
    E quindi non posso del tutto liberarmi dal dubbio che la lettura che tu hai dato allo sfogo sia conforme al testo oppure un pò modificata dal tuo sentire, dal to animo.

    Certo, ti è rimasta l’impressione che il mio parlare in prima persona (credo che sia questo a dare il senso che tu hai attribuito) fosse una forma di coinvolgimento di tutti, una specie di autodafè individuale e, proprio per questo, applicabbile a tutti, collettivo, generale, una lettura del male che c’è in ognuno, del nero che abita insieme con il bianco nel grande condominio di cui siamo fatti.
    Non lo so.
    Si, io penso davvero che siamo un vero condominio, abitato da una molteplicità di esseri che si tengono per mano a fatica.
    E certo, in questa collettività non sempre ben assortita, c’è anche quello che pratica il male, oltre, naturalmente, al suo contrario.
    Ma non so se, pur in quella moltitudine affollata, possa trovare spazio qualcuno così crudele come quello o quelli, che hanno osato compiere un atto tanto vile come quello di Brindisi.

    Cara Patrizia, devo confessarti una cosa, però.
    Non posso sottrarmi ad una considerazione.
    Il fatto di Brindisi è accaduto davvero e certo perchè qualcuno lo ha voluto, è stato immaginato, progettato e realizzato con licidità e precisione tecnica.
    Quindi è certo che un essere umano ha realizzato quell’azione.
    Da ciò deriva una conseguenza.
    C’è qualcuno che dentro di sè ha quel mostro che lo abita.
    Quel qualcuno ha anche degli affetti e dei sentimenti, dei desideri e delle speranze, ha il germe dell’umanità che lo rende fertile e contagioso.
    Da questo punto di vista la sua umanità è la mia, è materia composta della stessa materia.
    Come potrei mai dire di essere fatto di qualcosa di diverso?

    Lo hai capito dove vado a parare?
    Forse hai ragione davvero.
    Tra i tanti condomini che abitano i nostri condomini interiori ce ne sono certo certuni che non conosciamo, ed altri che evitiamo accuratamente di conoscere.
    Per certi altri, invece, intuiamo il pericolo, per altri ancora ci guida l’istinto, o il sospetto, e li ignoriamo inconsciamente.
    Certo, in quella folla che ci anima dentro, ci potrebbe ben essere anche il colpevole.
    In fondo Kafka ci ha già scritto su bene qualcosa che suona come proprio quello che tu dici qua sopra.
    Il processo, la metamorfosi, la tana…

    Non ci possiamo nascondere dietro la condanna del mostro, dietro l’ipocrita rifiuto di riconoscere che abbiamo pur qualcosa in comune con quel coniglio di Brindisi che ora vive scappando.
    E’ terribile, questo, certo, è come tu dici, duro, troppo duro.
    Ed io non sono così duro.

    Il processo di Kafka, e la metamorfosi, te lo ricordi come finiscono?
    Il coltello affonda nella gola di Josef K. spinto da uno dei due poliziotti/guardiani/boia/esecutori, senza che un processo si sia pubblicamente svolto, e neanche che ne sia stato spettatore/protagonista Josef K.
    E Gregor Samsa?
    Neanche è stato formalmente accusato di qalche mancanza.
    A lui è stata comminata direttamente la condanna di diventare vittima.
    Fino alla condanna del rifiuto dei suoi cari e del sollievo della morte.
    Nella tana, invece, non c’è nanche il sollievo della morte.
    Solo la condanna a restare vivi.

    Io non sono Kafka.
    Ed io non vorrei essere così crudelmente realista come lui.
    Ma, in effetti, non sarei neanche tanto sicuro che lui stesso lo volesse.
    Forse, si può diventare crudeli senza volerlo.
    Ma questo non vale per tutti, per esempio, non vale per chi ha messo la bomba a Brindisi, come non vale per gli aguzzini dei lager di tutte le ideologie o per i generali che credettero nella bomba atomica (pur facendo le debite proporzioni fra i fatti che ho messo insieme!).

    Un abbraccio,
    Piero

    PS. Ti allego il link de la tana:
    http://www.donmilanicolombo.com/Unita_Didattiche_strutturate/materiali/intercultura_kafka_tana.pdf

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