LA CITTA’ DEI MORTI

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Nella città dei morti c’è tutto un gran daffare.

Le anime corrono e si agitano, devono svolgere i compiti quotidiani, hanno impegni, doveri, obblighi, incombenze.

C’è un fermento straordinario.

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IL PANICO DEL 1893.
Il 5 maggio del 1893, il crollo della Borsa di New York diede il via a un lungo periodo di depressione economica che culminò con la crisi del 1929.
(© GettyImages)
http://www.lettera43.it/foto/la-grande-depressione-_4367522819_1.htm

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Per le strade della città si muovono tutti rumorosamente.

La folla delle anime è così fitta che pare un formicaio in fermento.

File di anime nere, eleganti, ben ordinate, tutte con lo stesso abito di taglio perfetto, si mettono in coda alle fermate dei taxi, o davanti ai cinema di lusso, dove sta per cominciare il festival di turno che racconterà, per loro, l’ultima illusione del Paradiso a cui si sentono predestinate da sempre.

Ogni anima sente di avere un destino ancora da realizzare.

Sono tutte in attesa che giungo il momento tanto atteso, quello  per cui hanno sfidato la fortuna e l’eternità, portando sulle spalle, per anni ed anni il peso di un’esistenza insensata ed insignificante, irrealizzata, incompiuta, inutile, effimera, vana, superflua…

Dagli schermi dei televisori collocati ad ogni angolo delle strade, saettano bagliori lempegbianti, che attraversano la sottile nebbiolina grigia prodotta dagli scarichi di automobili formicolanti, dagli automezzi pesanti, dai comignoli delle caldaie che riscaldano i cubicoli delle camere mortuarie in cui abitano le anime esagitate.

Dalle ciminiere lontane, dritte come steli coronati da una corolla fiammeggiante, papaveri impazziti e filigginosi che costellano il lontano orizzonte rosseggiante, si alza un filo di fumo nero e denso che congiunge come n cordone ombelicale, quel regno dei morti con il profondo abisso che si spalanca al di sopra della città, misterioso, incombente, pauroso.

Monitor sfarfallanti sono piazzati dappertutto, nelle vetrine che si aprono sulla strada come ferite infette delle mura piatte dei palazzi di freddo cristallo e acciaio incandescente, nei cerchi perfetti che una volta, a tre a tre, erano piazzati al centro degli incroci e, con le loro alternenti luci, verdi, gialle e rosse, battevano il ritmo della vita dei poveri automobilisti che, inscatolati sul nastro rotante della catena di montaggio della vita quotidiana, guardavano meravigliati i verdi platani fronzuti che si alzavano dai fianchi dei viali ombreggiati o sulla riva del fiume che scorreva incassato tra gli argini e che regalava ancora un riflesso di cielo a quei pochi sprovveduti passanti che si sporgevano a gardare oltre l’orlo del baratro sul quale restava sospesa la corrente dell’acqua, prima di piombare nel nero vortice del nulla.

I monitor squadrati e baluginanti erano incastrati anche dentro le ferite che si aprono sui muri di calce annerita della folla di caseggiati che viene chiamata città. Quelle ferite, una volta, erano finestre e da lì entrava nelle case la fresca aria delle campagne, spinta da una perenne brezza carezzevole e pietosa; quell’aria frizzante e cristallina penetravava nelle stanze annegandole una ad una e faceva respirare i vivi corpi degli uomini intenti ad occuparsi perennemente della loro preziosa breve vita.

Adesso, anche le porte che ancora si aprono sui ballatoi dei piani, nelle scale scavate dentro le viscere dei palazzi, sembrano bocche dentate, pronte a sbranare il solitario, incauto, visitatore che, per un evidente errore di calcolo, si dovesse ancora presentare ad una certa ora con il dito pronto a bussare il campanello della morte.

Le immagini di tutti quegli schermi formicolanti riflettono nell’atmosfera l’ansia collettiva che viene vomitata dai conduttori dei notiziari elettrizzati sulla folla di ombre magmatiche in permanente agitazione.

Il convulso via vai che si può ammirare nella città dei morti è pari solo alla densità delle anime che si agitano, sgomitando, isteriche, per poter raggiungere il punto esatto dove il miracolo che le riguarda singolarmente sta per avvenire.

Il tempo di ciascuna anima, che dovrebbe avere a disposizione un’eternità senza fine per poter gioire dell’intero universo, creato solo per lei, per il suo godimento più pieno e assoluto, viene vivisezionato in infinitesime particelle di tempo e poi viene gettato nella bocca perennemente spalancata del mostruoso demone della fretta, che mastica e consuma ogni singola particella di quelle frazioni infinitesimali di tempo, fino a lasciare a ciascuna anima nell’atroce certezza che il tempo del proprio miracolo sia passato, appartenga ormai, già, solo al novero dell’esperienza di ciò che non può più tornare.

E così, il miracolo a venire, il desiderio frenetico nel quale si consuma l’esistenza delle anime che non conosce il sollievo della fine, viene vissuto, nella mente di quei fantasmi, ahimè, senza lasciare traccia nella memoria, supporto inadatto a trattenere frammenti di ricordi così minuscoli e senza peso.

E questa vita, che a noi può sembrare una cosa senza senso, si trasforma, nelle vie della città dei morti, in ferenetico movimento, in ossessiva brama di possesso, in compulsiva coazione a compravendere ciò che a nessun altro potrebbe mai vebnire in mente di essere utile, in senso pratico, a qalcosa.

Tutto arde di un desiderio di energia, che può soddifatto solo da un sole artificiale, posizionato proprio al centro del cielo, alimentato dalla energia artificiale di una certale che brucia il nucleo stesso del pianeta su cui sorge la metropoli.

L’atmosfera densa e fuliginosa trasforma la luce di qel sole in una specie di cortina melmosa, una mucillagine nella quale nuotano i radi volatili a motore che ancora osano attraversare quell’oceano chiamato il mare delle Tenebre.

Non si ode più nessuna vocelevarsi da quell’esercito inbizzarrito che si scalmana per le strade.

Le bocche sono atteggiate in muta smorfia di stupore per l’inesplicabile, insensato, ritardo di quel miracolo personale che dovrebbe realizzare i sogni più inimmaginabili di ciscuna anima morta.

Ricchezza, potere, gloria, lussuria, ormai sono parole senza senso, consumate dalla mancanza di desiderio e dalla spasmodica ripetizione di un infinito presente, frantumato, scheggiato, consumato in granelli senza valore così confusi e numerosi come i granelli di sabbia su una spiaggia schiaffeggiata dalla tempesta.

Non so quando accadrà il miracolo finale.

La cronaca dalla città dei morti finisce adesso.

Giunge ancora l’eco di un sottile brusio.

Qualche superstite, forse, che starà pianificando la fuga.

O forse, nascosto, c’è un dio, a concilio con i suoi temibili complici.

Non so.

Non posso capire, non ho tempo.

Io corro a nascondermi.

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8 pensieri riguardo “LA CITTA’ DEI MORTI

  1. Presto la tua impressionante cronaca dalla “città dei morti” assomiglierà terribilmente a quella reale del nostro e di altri Paesi europei. Monti giù appaia lo spread dei suicidi greci rispetto a quelli italiani e ci ricorda che abbiamo ancora un largo margine.
    Forse sarebbe meglio che gli Italiani, invece di nascondersi, decidessero di reagire, non disordinatamente ed in sedi incolpevoli, ma nei confronti dei ladri di verità e giustizia che, a molti livelli, nazionali ed internazionali, hanno azzerato, e cercano ancora di farlo, l’autonomia e la dignità nazionale con la complicità di coloro che, dall’interno,hanno prima negato la crisi, poi l’hanno definita superata, nello stesso momento in cui scrivevano la lettera da far firmare alla Banca d’Italia ed alla BCE per precostituirsi un alibi prima sospettato, giovedì svelato dall’ex ministro dell’economia ed oggi nella cronaca dei quotidiani. Altro che premio “>Carli” quel soggetto merita la galera o, forse, merglio la ghigliottina!

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  2. Caro Osvaldo, si, si sente la belva che, ferocemente, sta mordendo.
    Sai, i borghesi che oggi hanno preso possesso del mondo, non hanno alcun coraggio. Vivono la loro paura di perdere tutto come tanti Arpagone attaccati alla loro cassetta dei trenta denari.
    Non mi piace la storia dei suicidi di cui si parla tanto, troppo, in questi giorni: sembra assodato che sia tutto colpa della crisi economica e che i poveri tartassati siano vittime di un’epidemia di disperazione che li falcia come una nuova ondata di peste nera.
    E invece io non ci credo.
    I numeri delle statistiche smentiscono drasticamente questa retorica dei giornalisti imborghesiti e moralisti: se guardi bene anche tu, caro Osvaldo, vedi che davvero i numeri di ci parlano i TG sono risibili.
    Quanti sono, al giorno?
    1 ?
    2 ?
    Forse 3?
    Nei dati ISTAT vengono censiti almeno 7 o 8 suicidi al giorno, da anni, e almeno altrettanti scampano all’insano gesto.
    Forse negli anni passati ne parlava qualcuno?
    E poi ti risulta che per caso che siano sempre stati i benestanti ad ammazzarsi, in passato? O forse i poveri falliti debitori?
    Quelli degli anni scorsi non si meritavano il loro momenti di celebrità postuma?
    Questi di oggi sono più fortunati?

    No, caro Osvaldo, è una retorica che non mi piace.
    Chi ha la pancia grassa e piena si sente adesso in pericolo perchè deve pagare un paio di migliaia di euro di IMU in più? Si ammazza per questo?
    Per un paio di migliaia di euro?
    Forse per tremila !?
    Lo sai quuanto costa un gippone che occupa quattro corsie nelle strade del centro storico di Roma?
    Più di cinquantamila!

    Ciò non toglie che davvero condivido quello che dici sulla necessità di cercare strade nuove, un’alternativa all’attuale follia politica del rigore della destra europea.
    L’idea del rigore della Merkel mi richiama alla mente il rigor mortis che irrigidisce i cadaveri, c’è la stessa fissità irreversibile.
    E ora che sarebbe necessario produrre il massimo sforzo per immaginarsi strade nuove per non far morire i popoli della stessa stupidità che afflisse i francesi quando imposero ai tedeschi il debito per le riparazioni di guerra, dopo la prima guerra mondiale.
    Oggi, si replica la stessa stupidità, ma di segno contrario: è la Germania che impone il salasso al malato in agonia.
    Si, sono proprio anime morte che abitano nella città dei morti.
    Questo è diventata la politica delle destre mercatiste.
    Arpagoni che voglioni arricchirsi a spese dei poveri impauriti berghesucci timorosi della propria ombra.

    Vediamo cosa succede nelle prossime settimane.
    Sarà interessante capire.
    Un saluto.

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  3. Non sono d’accordo con le tue posizioni e sino a quando non ci stimeremo fra noi, non capendo che in tutte le classi sociali c’è la brava persona e la meno brava e che noi tutti possiamo ben scivolare sulla buccia di banana, non ci sarà vera fratellanza, a me piace mettermi nei panni degli altri e tentare di vedere ogni teoria da tutte le angolazioni, bè allora la ragione perderà un poco i colpi.
    Ciao e buona domenica.

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  4. Paolè, davero non capisco.
    Su cosa non sei d’accordo?
    Siamo tutti fratelli,questo è certo, ma non siamo tutti uguali, nè nel bene nè nel male.

    Comunque voglio spiegarmi bene.
    Io non credo alla retorica.
    Io non credo alla reotrica della crisi che spinge la gente ad uccidersi, non credo alla retorica che dipinge Equitalia come il fuciliere dello Stato, non credo alla reotrica che chiama a raccolta i cittadini contro le tasse, contro l’euro e contro le banche e non credo alla retorica dei NOTAV, degli anarchici, degli Indignados e degli iperkeynesiani.
    Ma non credo neanche alla retorica di uno Stato che non sa correggere la vergogna di un Parlamento di inquisiti che ha votato Santa Ruby da Arcore, che non sa dare giustizia ai morti delle numerose stragi che diventano di Stato quando lo Stato non sa colpire i colpevoli, non credo alla retorice dei soldati messi a presidiare gli obiettivi cosiddetti strategici, non credo allo retorica delle riforme mai realizzate, non credo alla reotrica degli apparati dei partiti e neanche a quella dei grillini, non credo alla retorica borghese che protegge i supermercati come banche, le banche e le borse come caserme, le caserme e le piazze come sancta sanctorum.
    Non credo alla violenza di piazza, alla violenza dei manifestanti o alla violenza dei celerini.
    Non credo che si debba avere il porto d’armi, che si debba avere un’arma in tasca o in negozio, che si debba avere un’arma per vedere le strade sicure di giorno e di notte.
    Paolè, io non credo alla retorica, alle chiecchiere vuote dei politici, dei preti, dei santoni, dei cerusici, degli imonitori, dei telepredicatori, degli uomini della provvidenza e dei salvatori della patria.
    Non credo a Berlusconi ed alla sua compagnia di nani ballerine e lacchè, non credo a Bersani ed alle sue ipocrite amnesie che gli fanno dimenticare le primarie, gli errori di un partito senza proposte e senza liena politica, non credo a Casini, che ha avuto il coraggio di candidare il figlio d’ ‘o rrè Savoia che, insieme a cotanto padre di tale schiatta ha citato lo Stato italiano per i danni di guerra, non credo a Di Pietro, che ci ha regalato Di Gregorio, Razzi e Scilipoti, non credo al senatur, al suo cerchio magico, alle sue orde di barbari sognanti ed a tutte le loro chiacchiere per ubriaconi da bar, non credo al comico che si sbraccia urlando e dimendosi sul palco mentre consignlia di votare per i suoi, non credo a chi promuove i migliori ideali per un otto o per un cinque per mille, non credo e non credo, sono tante le cose in cui non credo, Paolè.

    Per questo non capisco, Paoletta mia.
    Devo credere alle anime morte che non hanno ancora capito che otrmai il consumismo si è mangiato l’anima degli uomini delle nostre città?
    Devo credere che abbiano fatto bene tutti quelli che, anche trai miei amici, si sono venduti per un pugno di euro che non vale i famosi trenta denari?
    Devo credere anch’io che sono degli eroi quelli che ormai non credono più a niente?
    No, cara Paoletta, anche se sono tante le cose in cui io non credo, ce ne sono ancora molte in cui io continuo a credere forte.
    Tu mi conosci da tanto e sai che le ho raccontate in tutti i modi possibili, almeno possibili per me, che non amo fare proclami.
    In queste pagine, da anni ormai, si parla di quello in cui io credo.
    Ho sempre voluto evitare di raccontare quello in cui io non credo.
    In qualche caso mi sono limitato a raccontare quello che vedono i miei occhi dell’anima, sia quando non mi piacciono le cose che vedono, sia quando hanno il sapore dell’Utopia.

    Un abbraccio, Paolè.
    Piero

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  5. Mi ha inquietato questo racconto… Oscillante tra realtà e previsioni probabili. Corro a nascondermi, sì corro a nascondermi…ma da chi, da che cosa? Da tutto questo? Possiamo farlo davvero? Non facciamo ormai anche noi parte di questo ingranaggio? Ci divicoliamo, certo, cerchiamo di liberarci e per molti aspetti riusciamo a farlo, ma ci siamo dentro amico mio.Ormai possiamo solo sperare di di scardinare qualche pezzo, provare ad insegnare per quello che possiamo, per quello che ci rimane dentro, a chi verrà dopo, come fare. Ma è più probabile che loro troveranno altri modi, modi nuovi, forse non hanno bisogno dei nostri insegnamenti ma di grimaldelli per forzare la porta della stanza delle soluzioni. Il resto, lo faranno da soli, o non lo faranno mai…chi può saperlo?
    Un abbraccio

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  6. Forse il grimaldello lo troveremo noi, amica mia, loro cercheranno altri mezzi e poi noi ne troveremo ancora altri…
    Sai – e ti riconosco il beneficio del tempo vissuto, un’età vicina alla mia – non è sogno o illusoria visione la vita che abbiamo avuto, gli anni che abbiamo vissuto, la forza con cui abbiamo saputo alzare la testa al cielo…
    Non sopporto chi tiene la testa sotto terra, chi fa finta di non sapere e di non vedere.
    Io voglio solo raccontare quello che vedo, ma so che le parole non sono del tutto inutili, possono anche avere forza, la forza della verità che si impone.
    Vedi, sono forse presuntuoso: io affido alle mie parole la forza della verità, di quella che io vedo con gli occhi dell’anima, come dice anche Lucia.
    E’ la mia verità, che si fa tua e degli altri amici che leggono, per come giunge a voi, che diventate padroni di questa verità e la fate vostra attraverso gli occhi della vostra anima.
    E’ questo il viaggio che compiono le parole per unire me a te.

    Altro, che altro possiamo fare?
    Essere vivi è già molto, moltissimo.
    Vivi come lo siamo sempre stati e come lo saremo sempre… finquando non ci stancheremo: solo allora saremo morti, anche se la Morte, quella con la falce ed il velo, ancora non ci avrà preso fra le sue braccia. C’è il pericolo di un’altra morte che dobbiamo temere, forse, più terribile di quella carnale. Di questa ho sentito di dover raccontare. L’ho vista, la vedo, qui, per le strade, in tivvù, sulla faccia di tanti che vagavano per strada.

    Ma c’è la vita, tutta la vita da raccontare, quella che ci portiamo dentro come una malattia, quella che non si può spegnere neanche se lo volessimo.

    Un abbraccio,
    Piero

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