NEL GIARDINO DELLE FATE

Pierre-Auguste Cot – PRIMAVERA –      The Metropolitan Museum of Art, New York

A

Nel giardino delle fate mi ritrovo, guardando dall’alto il mondo racchiuso fra questi quattro mattoni.

Che mondo infinito, e immenso, sconfinato, ritrovo, racchiuso fra questi quattro mattoni, quì, ad aspettare proprio me, nel giardino delle fate.

Più lo guardo, dall’alto, questo mondo, più si espande, scalpita, per raggiungere l’esile, finto, confine, lontano, laggiù, all’orizzonte, sottile, non è più che una linea, un tratto senza spessore, che trapassa i quattro mattoni, qui, nel giardino delle fate e si piega a intrecciarli, in merletti di morbido filo di seta, e li lega, in un nodo indissolubile, fattio di lacci d’oro, e promesse, e giuramenti, e formule  magiche, vecchie, antiche più del tempo.

Nel giardino delle fate, quei quattro soli mattoni, fatti dell’impasto, cotto dal sole, di terra, e d’acqua, e di tutti gl’istanti del tempo infinito, racchiudono tutti gl’incantesimi che incatenarono i cuori colmi d’ampore, e di paure e d’incanti, che percorsero i viali del giardino delle fate, ombrosi e freschi, abbracciati dagli alberi, alti e fieri, piantati nel più fondo del cielo, e odorosi, e profumati,  carezzati dalla dalla vellutata pelle di profumati petali di fiori multicolore.

C’è una scatola, al centro, nel fondo del pozzoin cui sprofonda il cuore del giardino fatato, una scatola aperta, piena degli affetti più cari alle fatate ombre che abitano nella casa del tempo.

C’è una pietra a forma di spina, che fu piantata, una volta, nel cuore di un Cristo sacrificato sull’altare a forma di croce dei sogni dell’uomo e che ha germogliato corone di chiodi, piantati nel costato di chi ha provato a fabbricare con le mani castelli di legno e di quattro mattoni.

C’è un mare, che sbatte, furente e irrequieto, perenne e sconfinato, fatto di piccoli sassi, minuti come piccole gocce d’acqua salina, azzurra e schiumosa, e leggera e fresca.

C’è na treccia bionda, di capelli di seta, che un principe amò fino a impiccarsi, in segno d’amore, al ramo più alto che pendeva dal cielo fronzuto.

C’è il fiume di note che sonano la melodia del tempo che scorre, orchestra scordata di ciò che scompare, che passa e si consuma e che, pure, permane dentro di me, in eterno, finchè dentro mi scorre il fiume rosso e orgoglioso che gorgoglia dentro il mio cuore.

E ci sono gli spilli di tutte le rose, aguzzi e puntuti, come spini di frecce, che spuntano  dalla faretra di un Cupido innamorato, perduto dietro la sua Afrodite, nuda come l’aria del primo mattino, e pura e innocente, come l’acqua di fonte  che disseta il desiderio d’amore d’ogni creatura fatta di carne e di sangue.

Ci sono finestre, alle pareti del giardino incantato, e sbarre, e porte e cancelli di fuoco, e ci sono pellegrini  fedeli che vogliono entrare, e scalzi iniziati, e tutti che spingono per uscire, e per entrare, mentre le loro preghiere si levano, alte, mischiandosi, e s’intrecciano in  arabeschi fioriti e volute candide e lievi come nuvole, gravide dell’immensa incontrollabile forza del vapore aguzzino che si tinge di cielo e si fa materia divina.

Ci sono le illusioni degli uomini, appuntite e piene di ruggine, e velenose, urticanti e leggere, lunghe e sinuose come i tentacoli di meduse marine, mostruose creature, e fantastiche, trapuntate di occhi profondo come abissi, abitati da serpi volubili, e viscide, in eterno condannate a strisciare nel fango, e nella melma, e nel più rancido anfratto nel quale marcisce la vita.

E ci sono i sogni, e i passi degli uomini folli, e i loro diritti disegni, e le architetture pendenti sul vuoto del mondo, ponti che uniscono il possibile all’impossibile delle possibilità umane.

E ci sono le cose che furono, e che ora più nessuno ricorda, e quelle che domani saranno, se qualcuno le chiama e con affetto le invita a sedersi intorno alla tavola imbandita d’incerte speranze e fantasie illuminatre dalla pallida luce che arriva laggiù diritta, sparata dal mio sguurado curioso nel cuore del pozzo profondo incantato sprofondato al centro del giardino delle fate…

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5 pensieri riguardo “NEL GIARDINO DELLE FATE

  1. Essì, ci sono tante cose, tante io mi chiedo perchè nei ricordi le memorie sono più belle e i momenti brutti sono meno brutti, perchè il presente è sempre brutto e il futuro e il passato allettanti?

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  2. Perchè per tanti il passato rappresenta la nostalgia ed il futuro la speranza.
    Invece, per tanti, il presente è solo quel poco che si è realmente, e sembra poco perchè si desidera troppo, troppo denaro, troppo potere, troppo sesso, troppo di qualsiasi cosa.
    Quel troppo di desiderio uccide ogni soddisfazione per quello che si è.
    Ma… Paoletta mia, nel giardino delle fate ci può entrare tutta la vita, tutta intera, perciò lo trovo un posto meraviglioso!
    Un abbraccio,
    piero

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  3. Quante cose in quel pozzo… Sembra impossibile quanto un luogo che amiamo, in cui stiamo bene, sia in grado di farci nascere dentro riflessioni e pensieri solo apparentemente strani. Il tu giardino delle fate mi piace, istintivamente, anche se non l’ho mai visto e la tua descrizione qui me lo fa vedere. Le rette di luce, i particolari immaginati là in fondo o dietro gli angoli nascosti alla vista…
    Il passato è ricco, ricco perchè già vissuto e i ricordi che di esso custodiamo sono mattoni di cui siamo fatti. Sono in qualche mdo, una sicurezza. Forse per questo il passato ci emoziona sempre e lo rivestiamo di nostalgia. Il futuro è l’incognito e forse, per affrontarlo abbiamo bisogno della sicurezza del passato. E’ grazie al passato che troviamo la forza di affrontare il futuro?
    Inoltre, credo che il passato ci costringa ad affrontare il futuro senza sconti: non abbiamo alibi. Conosciamo gli errori, li abbiamo commessi, vissuti o subiti. -Non puoi sbagliare ancora- ci dice impietoso.
    Un abbraccio

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  4. Quel giardino è fatato davvero. Sappilo.
    Del passato, io credo che sia come un giacimento, una miniera, una sorgente, un pozzo profondo da cui si attinge la vita.
    Certo, dovrei essere più chiaro, dire vita è semplice, ma tu, sono sicuro, hai capito.
    Da un lato, la vita, proprio quella biologica, non è un lungo fiume ininterrotto che sgorga da quella sorgente?
    E, pure, la vita, quella di ciascuno di noi (quello che ciascuno di noi è), non è da quelle profondità che è venuto al mondo?
    Ed anche la coscienza dell’Uomo, la sua idea di essere una specie unica, diversa dagli altri, non nasce da quelle remote profondità?
    E anche la coscienza che ciascuno ha di sè, la coscienza morale, etica, civile, di ogni singolo individuo e di ciascun popolo non affonda in quell’abisso?

    In fondo, solo sapendo che sotto di noi c’è un pozzo così profondo, possiamo immaginare che sopra ci sia un cielo altrettanto alto.
    Perciò, secondo me, il rapporto con il passato altro non è che il nostro attaccamento al futuro: ma non mi piacciono i sentimenti che volgono al passato. Io non amo affatto la nostalgia, non desidero il ritorno indietro, non penso che … si debba piangere sul latto versato, diciamola così.
    Davanti c’è sempre un presente da vivere ed un futuro che ci aspetta.

    E’ vero, il futuro che mi aspetta, ormai è più corto del passato che ho dietro le spalle.
    Alle volte, quando vedo dei ragazzi e delle ragazze (adesso ci sono decine e decine di scolaresche in gita scolastica a Roma, italiani e di tutti i paesi d’Europa, e turisti di ogni parte del pianeta), spesso quando vedo dei bambini – ma l’età degli adolescenti mi fa più effetto – le cellule del mio corpo provano un senso di nostalgica invidia per la loro pelle fresca ed elastica, per i muscoli tesi e tonici, per il sorriso naturale e contagioso, per l’energia che sobbolle nel loro sangue inesaurubile, per la fiducia cieca, disperata, incosciente, che hanno nel domani, per la noncuranza che dispensano al passato.
    Si ribella il mio corpo, vuole, ordina, comanda, di tornare a quegli anni.
    Non so se ti è mai capitato.
    T sei più giovane di me, e sei una ragazzina a mio confronto, e allora ti sto solo rattristando.
    Ma, credimi, a volte bruciano, dentro, gli anni passati.
    Ma questo è altro da quel passato e da quel futuro di cui si parlava prima.

    Un abbraccio,
    Piero

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  5. Certo che mi capita, altrochè se mi capita, non credo di essere molto più giovane di te e hli anni dietro le spalle si accumulano in mezzo secolo, pensa un po’…:-) Questa parola, mezzo secolo, mi fa impressione…
    Ed è vero, la prepotente voglia di tornare indietro, quando tutto era ancora possibile si fa sentire spesso. Non tanto per avere più anni davanti, quanto per rifare molte cose in modo diverso, percorrere le strade che non ho visto, fare altre esperienze, scegliere diversamente.
    Ciao e buon fine settimama!

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