LA CAMPANELLA

Dlen dlen, entra la corte.

Parole che nella mia vita ho usato già un’altra volta, mille anni fa, quando quelle parole furono… l’incipit del tema della mia maturità.

Un tema sul processo di unificazione dell’Europa.

E quella parola, processo, mi fece scattare l’idea.

Dlen dlen, entra la corte.

Il processo può cominciare.

Un banco, degli imputati, le arringhe degli avvocati, un giudice per giudicare.

E chi, mai, poteva essere quel giudice, se non la storia?

La Signora Storia.

Sono passati mille anni, da allora.

Sesamo ha aperto le sue porte e da quella apertura sono passati anni così intensi, convulsi, confusi, che potrebbero essere stati migliaia.

Io ho studiato – male, non ero un secchione, ma ho avuto la fortuna di essere un gran curioso e le scuole che ho frequentato erano una fonte inesauribile di argomenti tutti da approfondire.

Io ho vissuto – chissà, forse male, o forse bene, io sono uno fortunato, ma ho avuto modo di vivere in anni in cui non ci si accontentava di nessuna risposta preconfezionata alle mille domande che ci ponevamo, per non essere inghiottiti dal “sistema”, per non diventare numeri, per non essere fagocitati e digeriti, per non essere solo… carne da hamburger.

Io ho avuto la fortuna di vivere negli anni in cui la musica aveva la potenza di una bomba, le parole avevano la forza di una rivoluzione, i sentimenti e gli ideali erano il propellente che serviva per spingere l’uomo nello spazio, verso i satelliti lontani, verso i pianeti più nascosti, verso l’impossibile.

Una miscela micidiale ci riempiva i polmoni, ci faceva sentire invincibili, ci rendeva indistruttibili, ci faceva dei onnipotenti, padroni di un olimpo grande come era grande il mondo del quale volevamo essere i padroni.

Io sono cresciuto, un giorno alla volta.

Ogni giorno mettevo un mattone per costruire il mio muro personale, che doveva essere il bastione su cui edificavo la mia vita.

Ogni tanto quel muro cedeva, sotto le scosse di qualche imprevedibile evento della vita.

Qualche tempesta ha spazzato via certezze e ha lasciato ferite.

Ma… dato che quello che non ammazza fortifica, oggi sono ancora vivo.

E sto qui.

E scrivo.

Dlen deln, entra la corte.

Un processo alla storia.

Un processo alla mia storia personale sarebbe solo un vanaglorioso piangermi addosso.

Un processo alla storia del mondo, io, chi sono mai, io, per fare un processo alla storia del mondo?

Io posso solo raccontare qualcosa che i miei occhi hanno visto, qualcosa che i miei giorni ancora ricordano, qualcosa che ancora sta impressa nella memoria dei miei giorni e che vale la pena raccontare perchè ancora qualcuno sappia, qualcuno che voglia stare ad ascoltare, qualcuno che ancora non ha perso la speranza che si può vivere restando vivi, che per vivere non si deve morire dentro, che per vivere non ci si deve vendere per forza.

Io vorrei raccontare la storia come io l’ho vissuta.

E vorrei processare quella storia, metterla sul banco degli imputati e vorrei essere io l’inquisitore che pronuncia l’arringa che la inchioda alle sue responsabilità.

E vorrei essere io il suo difensore e sciorinare tutte le prove dell’innocenza di quella onorevole meretrice che si suda il guadagno giornaliero sulla volgare strada del mondo.

E, ancora, vorrei essere io il giudice che emette il verdetto, equo e perfetto.

E poi vorrei essere anche il carceriere, e pure il secondino e vorrei essere, infine, anche il boia che esegue la sentenza.

Ma io, oggi non ho la stessa spudorata innocenza che avevo quando, a diciotto anni compiuti da poco, avevo il coraggio di inscenare l’autodafè della storia d’Europa sui banchi di un liceo della periferia di una città meridionale.

Io oggi ho vissuto.

Oggi, io ho avuto la fortuna di vedere che la vita ha percorso un lungo cammino, tenendosi per mano con la storia.

Ho visto l’una, e ho visto l’altra, spesso confondendole l’una con l’altra, ed ho visto tutte e due prendere le distanze da me, pur trattandomi sempre con affetto, anzi, con amore, potrei dire, ma allontanandosi sempre più da me, lasciandomi sempre più solo, in balìa dei miei pensieri, dei miei dubbi, delle mie domande.

Mentre rivedo, con gli occhi del cuore, le scene del film della mia vita, riascolto su questo youtube di oggi le canzoni di ieri.

Il suono del silenzio.

Immagino le immagini che ai tempi di quel silenzio che cantava non potevo vedere, perchè non c’erano monitor su cui proiettarle, a quei tempi, quelle immagini.

E allora si cantava, e cantando si immaginava, e si immaginava di immaginare.

Era un rimando infinito in cui c’immaginavamo un mondo diverso, una vita nostra, per noi, per tutti.

Dlen dlen, entra la corte.

Oggi sul banco degli imputati posso mettermici io.

Forse sarebbe giusto così.

Oggi, io posso guardare dall’alto del mio muro e posso dire quello che vedo.

Posso raccontarlo.

Ma, in fondo, chi mi starebbe ad ascoltare?

E perchè?

Quel racconto qualcuno dovrebbe crederlo vero e, cosa ancora più difficile, quel racconto dovrebbe essere così preciso, così dettagliato da diventare di nuovo vita, incerta e indefinita, infinita serie di incroci con poche indicazioni e incerte.

Di nuovo rischi, errori, scelte, entusiasmi e mete raggiunte e perse.

Per emettere la sentenza dovrei giudicare su tutti i miei giorni.

Dovrei essere accusa e difesa e cancelliere.

E poi, carceriere e secondino e boia.

Dlen dlen, entra la corte.

Chissà, se allora, accaldato, al banco, seduto in quel corridoio così lungo, davanti alla commissione che dalla cattedra ci sovrastava per giudicarci, per darci la patente di maturità, una patente per guidare il bus della vita, chissà se allora, quel giorno, avevo messo la virgola, per essere preciso e grammaticalmente corretto, fra quei due colpi di campanella.

Quella precisione poteva essere decisiva, forse, per indirizzare le scelte della mia vita.

Potrei trovare, oggi, tracce di colpevole dimenticanza, di superficiale disattenzione per le cose importanti della vita, se davvero, quel giorno, quella virgola fosse rimasta colpevolmente nascosta, perduta, dimenticata nel fiume d’inchiostro che doveva tracciare la linea della mia vita da quel punto in avanti.

Oppure dovrei assolvermi, se trovassi quella virgola vivace, appuntita … come la coda di un topo in gabbia.

Dlen dlen, il suono della campanella segnò quel giorno.

Per me fu importante perchè quel giorno io non ebbi paura di essere così stupidamente originale, così innocentemente imprevedile.

Quel giorno la campanella la suonai io.

Chissà se nei giorni che sono venuti dopo di allora, sarò ancora stato capace di suonarla?

E chissà se e quanti l’avranno suonata con me, come me, dopo di me?

Dlen dlen…

7 pensieri riguardo “LA CAMPANELLA

  1. Le tue parole hanno una potenza evocativa assoluta.

    Una virgola, sappilo, ha avuto, millenni orsono, nella vita di qualcuno un peso inimmaginabile. Il peso della pietra di Sisifo che aspetto di veder rotolare giù per sempre dal monte.

    Lunga vita ai Pink Floyd.

    Al mio Amico Piero un abbraccio in libertà,

    Minù

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  2. Bella la tua metafora, Pop.
    La pallina da squash rimbalza rapida e veloce, imprevedibile e imprendibile.
    Il muro della vita l’attrae e la respinge.
    Odio e amore.
    Materia e antimateria…

    La campanella rimbalza, batte il batacchio impazzito, segna ore, minuti, secondi, istanti, micromillesimi di istanti… e sai, Popof, non mi sento troppo diverso da allora.
    Certo, meno innocente e meno ingenuo.
    Meno giovane e forte.
    Ma … sento di avere un senso in più (in più rispetto ad allora) per guardare dentro il mondo, guardare negli occhi degli altri, come se avessi una maschera speciale sugli occhi per guardare… sotto il livello del mare…
    Un salutone
    Piero

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  3. Carissima Minù, come stai? E’ parecchio che non ci sentiamo (e so che non è colpa tua).
    Forse l’ultima volta c’era la neve, da te.
    Ora maggio fa splendere il sole più dolce.
    … Si, lunga vita ai Pink Floyd! Ancora oggi sono un segno vivo di quel che siamo stati… o che vogliamo essere ancora oggi … o che speriamo di poter diventare domani.

    Un abbraccio stretto anche a te!
    Piero

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  4. Sai Piero, credo che ci sia nella vita, un periodo determinante, un periodo che tutti ricordiamo in genere, con grande intensità. Il periodo dell’adolescenza, della prima giovinezza. E qual è il motivo? Lì si entra nella vita col cuore e l’anima ancora puri, lì si entra nella vita con l’entusiasmo, i sogni, le certezze. Lì si entra nella vita con il candore di Don Chisciotte. E li che si forma buona parte del nostro essere persone.
    Quella parte poi, può essere anche maltrattata nel corso degli anni successivi, ma rimane sempre lì, in sordina ci suggerisce continuamente chi siamo, cosa siamo, come siamo. Sta a noi ascoltarla…
    E’ vero, noi siamo stati anche fortunati, siamo vissuti in anni densi, ricchi di passioni e ideali, a volte anche sbagliati, a volte pericolosi, Abbiamo sbandato, sbagliato, vissuto, e siamo diventati adulti. Un po’ giusti, un po’ sbagliati, ma ci portiamo dentro quell’aria profumata di sogni e libertà.
    In molte cose abbiamo fallito ma siamo sempre gli stessi, in quella parte lì, magari un po’ pesti, ma non arresi. Ci rimane un ultimo compito da svolgere, provare a fare in modo che i nostri figli possano respirare qualcosa di simile. dobbiamo provare a fare questo, perchè attualmente i nostri ragazzi non respirano nulla e forse buona parte della colpa ce l’abbiamo noi. Dobbiamo fare in modo di non tenere quell’aria dentro di noi come un ricordo in cui cullarci, ma respirargliela sul viso
    Non è facile perchè oggi è tutto diverso, profondamente diverso ed ostico. Ma non possiamo far altro che provarci o arrenderci definitivamente e zittire per sempre quella voce in sordina. In molti l’hanno già fatto…
    Un abbraccio

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  5. si, sai che credo proprio nella stessa cosa, cara mia donchisciotte!
    cosa altro potremmo fare per sentrici vivi?
    certo, alle volte la presunzione mi fa pensare che dovrei … compiere chissà quali gesta!!
    ma poi, lo so, quello che posso fare sta nel vivere quotidiano, nel dare senso e coerenza ai giorni che si affacciano uno dopo l’altro e passano.
    sai, io sono ancora uno di quelli che, vecchio tipo, crede ancora che ci sia una coscienza dentro di noi, con quale dobbiamo convivere, ci piaccia o no, è così.

    Un abbraccio forte
    Piero

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