AMANTI

a

E’ bello starle a guardare.

Abbracciate insieme, strette strette, l’una fusa all’altra.

L’aria e l’acqua.

Sul fiume, tra le canne, vivono la medesima vita, abitano la stessa casa, sono come una cosa sola.

Il loro tempo scorre allo stesso ritmo, i loro cuori battono all’unisono, le loro bocche sono unite in un bacio eterno, i loro corpi, avvinghiati, stretti in intreccio inestricabile, consumano l’amplesso cosmico del cielo con la terra.

L’acqua se ne sta distesa, un poco estenuata, sotto al suo celeste amante.

Scorre pigra, ai piedi del mondo, si dirige nel cammino della vita indecisa, storta, sbilenca, è come una striscia di carta stagnola tagliata male dalle mani di un sarto dilettante.

L’aria, invece, è brillante e smeraldina, arrossisce sulle gote, poco a poco, poi, prende fuoco e vorticosamente s’inebria di piacere, incerta se trascinarti nel turbine degli abbracci o lasciarsi andare da sola alla fantasia del sogno che la tiene in vita.

Ma sono due dee meravigliose.

Insieme, vanno, sotto i ponti, altere e nobili, sinuose e morbide, facendo ondeggiare le tuniche al soffio del desiderio.

Seguendo il corso del fiume, giocano con gli uccelli leggeri, si nascondono fra le felci e le canne, giocano con i ciuffi d’erba ed i rami dei sottili alberi che s’inchinano al loro cospetto, stuzzicano le bandierine di carta e plastica colorata che il vento ha piazzato sui tronchi spogli lungo le rive, ischeletriti, nudi, senza foglie, tisici, ossute braccia protese al cielo per implorare, dopo la furia dell’inverno, il perdono della primavera, che chissà se verrà mai.

Vanno, le amanti, oscillando e cullando i sogni variopinti degli innamorati, tingendo di color d’oro le speranze degli immigrati, annegando le disperate giornate piene soltanto di vuoto e di nausea dei grigi borghesi con cravatte strette come cappi e cappotti lunghi e neri, lugubri come sudari di morte. La Pasqua non porta la resurrezione per quegli annegati, perduti nelle viscere di quella marea lenta, opaca e viscida, che non porta nessun domani, e così non vi è salvezza per coloro che decidono di saltare dal parapetto rotto di quel ponte, su cui svetta il vessillo dei sogni infranti e della delusione cocente, che bruciano come lava e sono pesanti come piombo fuso.

I pensieri scivolano sopra la superficie lucida che riflette il volto placido del sole che, lentamente, esitando quasi, si abbassa poco a poco, inchinandosi davanti ai ponti che sembrano farsi più alti e maestosi, come archi di trionfo, innalzati alla gloria del tempo che scorre, tiranno senza gloria e senza pietà, sul piano dell’acqua appena arruffato dal soffio dell’aria.

I pensieri si portano appresso, legati al polso, come palloncini legati al polso di bambini al luna park, i sogni, leggeri e colorati come quei palloncini e, come quei palloncini, incerti e pronti a svanire, a volarsene lontano, a scoppiare, a sgonfiarsi come… certe giornate senza respiro…

Ma i sogni sanno risorgere, improvvisi e testardi, sanno risollevarsi e riprendere il volo, a differenza di quei palloncini gonfi di un gas che il tempo rende pesante ogni minuto di più, fino a  farli schiavi della legge di gravità, sotto il cui tacco tutto perisce e si consuma.

I sogni sanno come trasformare in leggera materia le fiamme che incendiano il cielo, il sangue che versa l’orizzonte quando perde il suo duello con la sera.

A quell’ora, quando la tenzone che si svolge sulla confine più estremo del mondo, ed il sanguigno coraggio del sole si scontra con la furia arroventata della terra, dal costato ferito del giorno, ormai solitario e morente,  definitivamente sconfitto, cola un’ultima  liquida lingua di fuoco, che, pigra, s’insinua, gelando, piatta, fra i seni della città, quasi fosse l’aspide pronto a mordere, col suo veleno, per prendersi la vita di quell’ultima figlia del mondo, che, là, a cavallo dei ponti, lentamente agonizza.

Vanno, intanto, passano, l’aria e l’acqua.

Una è leggera e brillante, l’altra pensierosa e molle.

Vanno, scorrono, fra gli argini del fiume, alti e lisci, lame affilate che incombono, come il destino che sta in agguato sulle falde di una gola fra i monti.

Sono come ferite, quegli argini, suturate dalle mani di un medico esperto.

Ma restano, sempre e comunque, ferite profonde, incise nella carne della città, che mettono a nudo la natura di quel corpo che patisce, senza ritegno, la fatica dei giorni e l’angustia dell’irrefrenabile moto degli uomini e delle macchine.

Il segno di quelle lame, dei morsi nella carne della città, si vede dopo il tramonto del sole, quando la notte non fa più il suo corso, quando i lampioni, le lampade, i neon, lacerano, con netti tagli di cesoia, la membrana che tiene separata la luce dal buio, che impedisce si mischino, si uniscano, generino figli incestuosi, mostri perversi, innaturali chimere.

Bisogna guardarle andare, insieme, le due amanti, l’aria tremolante e l’acqua oleosa.

Bisogna vedere come si stringono, l’una all’altra.

Bisogna sentire il loro lamento d’amore, il loro  ansimo di piacere, bisogna stare a gardare a lungo come i loro occhi si fondono in un solo sguardo di luce, bisogna cogliere con attenzione l’attimo in cui le loro labbra si uniscono in un unico respiro, in un lungo, intenso, bacio estenuante.

Il colore della loro pelle levigata muta con il corso del tempo.

Andando lungo la riva, fra le canne ed i ponti, sotto i riflessi dei lampioni che piano si accendono, mentre la prima oscurità della sera cala come un pudico velo di rossore sul giorno che si spoglia, eccitato, danzando la folle danza delle ore, mentre avviene questo spettacolo che riempie l’intero palco mondano, in lontananza, sulla superficie del tempo che scorre, si scorge l’ingresso di una galleria che, lentamente, appare, piano, e si apre davanti ai miei passi, sempre più stanchi e pesanti.

E’ una galleria di luce, diafana e densa, giallo ocra arancione.

Una galleria che si apre sul piano delle acque che sembrano fermarsi, ritirarsi dinanzi alla sera che avanza.

In quella galleria entrano le due dee abbracciate.

Si unisce il piatta massa acquorea con la profonda densità del cielo.

La luce si fa di polvere arancione rossa marrone.

La galleria mi attira, mi prende, cattura lo sguardo malcerto ed i passi insicuri.

E cattura il fiume e le sue creature.

Vuole preservarlo dalla città che minacciosa si affaccia ad urlare dai parapetti che si diventano sempre più aguzzi ed affilati, come denti, come spade, come bisturi, mente il piano della strada si fa gelido e piatto, come il piano di un tavolo operatorio.

E quella luce soffusa che anima la galleria prende uno strano odore di etere, di gas, di fumo, d’incenso.

Da qualche parte si sentono starnazzare le anatre e sciabordare le acque che si stanno acquietando per la notte.

Si sente un clacson, una voce, un venditore ambulante che s’avvicina.

Lui non può vedermi, nel fondo di questa galleria di luce, mi passa a fianco e neanche mi chiede niente, non m’implora, ordinando alla mia morale, di compare qualcosa, di dargli un aiuto, di regalargli un soldo o un sorriso.

Salgo, piano, gli scalini che mi portano in cielo, là, nella galleria.

Come nel disco di un’astronave aliena, mi ritrovo sul livello stradale, sotto l’ala di un angelo che mi guarda stupito.

Sull’altro lato della strada la rasoiata di un neon accecante mi rammenta che la città dei mercanti è ancora lì, che aspetta il suo Gesù che li cacci dal tempio.

L’angelo non mi sorride.

Resta immobile, lì.

Lì, come da sempre se ne sta.

Ha male ai piedi.

Le ali pesanti faticano a starsene gonfie.

Io lo guardo con compassione.

E’ madido, pallido, nella sera diventata ormai torva.

Emergo da quella galleria di luce nella quale ho inseguito le due amanti tremanti.

Trepide, dopo un abbraccio, quelle, con un sospiro mi lasciano andare.

Sono tutto bagnato mentre i capelli arruffati dal vento non vogliono saperne di starsene a posto.

Guardo indietro, là in basso.

Gli scalini bianchi, di marmo, uno ad uno stanno svanendo nel buio.

L’astronave aliena mi sta per portare via, lontano.

L’aria mi porge ancora le labbra, in un soffio, sento il suo ultimo bacio.

L’acqua, di lungi, mi saluta, mormorandomi la sua canzone d’amore.

“Ritornerò”, giuro, voltandomi e facendo un leggero gesto col braccio.

Un passante mi guarda severo, interrogativo.

Forse ha sentito.

Sento il bacio della pioggia che arriva e si unisce al soffio del vento.

Felice, torno al mio tempo, ai miei giorni, ai miei passi.

Ferma il 23, l’autobus che mi porterà a casa.

… …

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9 Replies to “AMANTI”

  1. Cara Paola,
    il fiume a Roma è un corpo estraneo nella città, il Tevere è così, come un colpo di coltello.
    Le foto che ho montato con la musica le ho scattate un poemeriggio, durante una passeggiata molto… intensa…
    Molte delle cose che ho raccontato … a parole mie … le ho vissute quel pomeriggio e sono testimoniate delle foto.
    Provare per credere.
    Un caro saluto,
    Piero

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  2. Bellissimo questo idillio a tre tra l’acqua e l’aria e tu che la racconti. E’ la prima volta che ci incontriamo. Ho visto che tu sei passato dal mio blog ed ho creduto opportuno ricambiarti la visita. Mi fa piacere averlo fatto perchè mi hai fatto leggere qualcosa di veramente poetico. Ed io, forse ti sembrerà strano, amo molto la poesia anche se mi occupo di cronaca sociopolitica ed esprimo commenti duri su ciò di cui quasi quotidianamente mi occupo.
    Ciao. Ritornerò a trovarti e, quando e se lo vorrai, sarai il benvenuto nei miei blog.

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  3. Grazie, Aldo per la considerazione. Mi farà estremo piacere… averti come concittadino della repubblica indipendente.
    La nostra … frequentazione avviene grazie alla cara amica comune Patrizia.
    Certo, passerò volentieri da te!
    Un carissimo saluto.
    Piero

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  4. Queste tue passeggiate Piero sono una vera benedizione per noi che poi leggiamo questi “resoconti” così pieni, intensi, coinvolgenti. Mi ci sono persa in queste tue descrizioni, in questa personificazione d’aria e acqua, in questi sorsi di vita. Perchè questa è vita, non sei d’accordo? Questi momenti sono vita che ripaga dal grigiore del quotidiano e saperli cogliere è un privilegio, un dono di cui dobbiamosicuramente essere grati. A chi non so…ma comunque essere grati.
    Grazie Amico caro, per questa condivisione.
    Un abbraccio

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  5. Si, sono d’accordo.
    Queste passeggiate sono vita, vita pura, necessarie come l’aria.
    E poi, sono popolate, come vedi, da strane creature, meravigliose ed affascinanti.
    Come potrei mai rinunciare a fare il dongiovanni con loro?
    Sono … fortunato, molto fortunato con quelle signore.

    Un abbraccio (e sempre grazie)

    Piero

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