PASQUA

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Il modo più bello e generoso per ricordare ciò che è legato all’idea della Pasqua, per me, sta nei versi che Rilke ci ha lasciato, dedicati alla discesa di Cristo agli inferi.

Separatasi l’essenza del figlio dell’Uomo dalle spoglie mortali, comincia il viaggio della coscienza del Figlio di dio.

Finito di vivere, davanti allo Spirito dell’uomo resta il baratro della sofferenza inconsolabile.

Con quel dolore, ormai ingiustificabile, si deve confrontare il figlio di dio.

Finito il patimento, la sua essenza si separò dall’orrido
Corpo del suo patire. In alto. Lo lasciò.
E la tenebra, sola, ebbe spavento
E scagliò pipistrelli contro la spoglia livida –
Nel loro sciame svolazzante a sera
Freme ancora l’orrore di cozzare
Contro il tormento raggelato. Cupa aria senza pace
Si avvilì sul cadavere e una torpida inerzia
Colse i forti animali veglianti nella notte.

Comincia il poeta, ricordandoci la tortura dei chiodi nella carne, il sangue, il dolore e la sofferenza, la vergogna dell’esposizione del corpo umano al ludibrio della pena, all’opera infame degli aguzzini…

Sono versi che racchiudono tutto il senso di sgomento per il male che l’uomo ha saputo/sa/saprà infliggere all’uomo: la morte sulla croce è la metafora di tutte le morti violente, giustificate o meno dal potere, siano essere inferte per mano di un volgare assassino o di un boia di Stato, siano il frutto di agguati proditori o di persecuzioni religiose, razziali e politiche, siano il risultato di ribellioni, rivoluzioni e insurrezioni o di controriforme, restaurazioni ed ordini costituiti, siano inflitte da congiure o vendette, da pogrom, lager, gulag o da bombe atomiche e guerre per esportare decadenti democrazie.

Nulla possono le mie parole.

Resto a quelle di Rilke.

La passione, lo spavento, la paura, il terrore… la natura snaturata, i pipistrelli, il loro volo a tentoni, irregolare… la notte occlusa, lo sciamare informe delle creatre della notte, il loro tormento che è il tormento del vampiro umano, assetato del sangue del figlio di dio… il tormento, il gelo, l’aria cupa che inorridisce, senza pace quando accade ciò che non può accadere, l’indicibile, la morte di dio… e a quell’estremo strazio, acuto come l’urlo del condannato, segue l’inerzia del silenzio che disegna il tempo senza speranza, la torpida immobilità, l’immota esistenza che non sa opporsi con la vita all’avanzata della morte…

Libero dalla spoglia pensò forse il suo spirito librarsi
Sul paesaggio, senza agire. Chè ancora gli bastava
L’evento del suo patire. Mite gli appariva
La presenza notturna delle cose e su di esse
Si espandeva come uno spettro triste.
Ma la terra, essiccata e assetata nelle sue piaghe,
ma la terra si fendè e ruppero voci dall’abisso.

A quella morte, a quel silenzio piatto, a quel nulla che fece seguito all’assassinio scandaloso del dio, al parricidio estremo, all’annientamento dell’uomo, alla rescissione delle radici divine della creatura, all’elevazione sull’altare della metafisica dell’uccisione del figlio della carne, fa seguito l’unica cosa che può seguire, il panorama stremato, il mondo annichilito, l’universo spettrale di ciò che non sa neanche versare le lecrime della consolazione.

Vaga lo sguardo del poeta su quella terra raggelata dalla morte del suo sole. E vaga, con esso, il nostro stesso sguardo.

Essicata, la terra guarda il il ventre della sorgente, ne vede svanire, essiccate, le ultime stille cristalline, vede tramutarsi l’eterno gorgogliare della vita in quel silenzio di spettri che ammanta di morte la terra delle ormbre.

Sembre mite quel deserto, come può senbrare mite il deserto infuocato al tramonto, sospeso fra le braci infernali del giorno ed il gelo di morte della notte.

La terra siccitosa e rotta, piagata, purulenta, marcia.

E’ la vita che ha ceduto il passo alla morte.

E, in lontananza, s’ode forse l’eco delle trombe che annunciano l’ultima chiamata, il momento dell’ultimo umbarco, il giudizio che sancisce la definitiva sentenza di un’assoluzione per sempre o di una condanna all’eterno.

Egli, conoscitore dei martìri, udì l’inferno urlare
Verso di lui, bramando prendere coscienza del suo patire
Ormai compiuto, perché dalla fine della sua pena (infinita)
Traesse presagio e terrore la pena perenne degli inferi.
E nell’abisso precipitò lo Spirito con tutto
Il peso del suo sfinimento, procedè in fretta
Seguito dagli sguardi stupefatti di ombre erranti,
levò lo sguardo verso Adamo, un attimo,
rapido si calò, sparve e si perse nel ripido
di più selvagge voragini….

Ma, ecco, in quel deserto immobile e stupito, ecco, si leva la voce del lamento, l’urlo del dolore.

Ed Egli, sceso dalla croce, Lui, il Figlio dell’Uomo, salito all’estrema sommità del dolore, su quell’erto Golgota dove è stata piantata la spina più acuta dell’uomo, ecco, di lassù, il suo orecchio, ormai addestrato al dolore, ecco, sensibile come il più sensibile fremito dell’aria, percepisce il suono del dolore, la voce della pena, il lamento degli inferi.

L’anima del Figlio dell’Uomo ode lo sfrigolare delle fiamme ed un terrore lo afferra, una pena, un oscuro presagio.

E così alza al cielo lo sguardo, al suo Padre onnipotente, a lui innalza desideri,  speranze, preghiere.

A lui, ad Adamo, per un attimo, rapido, a lui ascende e, poi, scende, sospeso fra l’alto del cielo ed il più alto della Terra.

Ed in quel volo, perduto, ormai smarrita ogni direzione, ogni dimensione, ogni traccia di rotta, eccolo, perdersi, nel ripido scosceso delle più selvagge voragini, dove si sperde l’animo più intraprendente, dove non osano più neanche le lacrime, dove dei ed uomini si ritrovano insieme ad espiare la colpa dell’informe esistenza.

… D’un tratto (più alto, più alto)
sopra il centro
dei loro urli schiumanti, sulla lunga torre
del suo soffrire si sporse: senza fiato,
in piedi, senza balaustrata, proprietario dei dolori. Tacque.

E di lassù, sopra a quel centro del mondo che è il centro dell’essere, eccolo, il Figlio dell’Uomo, eccolo stare e trattenere le sue sovrumane energie, stare sul ciglio della torre più alta, stare e soffrire, stare ad ammirare il creato, in quel mare di fiamme che è l’esistenza.

Senza fiato.

Il Figlio del dio inchiodato ai chiodi della croce più dolorosa da un padre orgoglioso e crudele, adesso, muto, se ne sta, su quel panorama di dolore, senza più la protezione divina, esposto, complice, infetto dal turpe maligno contagio del dolore.

In silenzio.

Sopra questo panorama di vita così vera, sopra questa resurrezione di Pasqua se ne resta assorto, immobile, paralizzato, stupito, il Figlio dell’Uomo.

Ed è là che ancora ci attende.

Ed in eterno, là, fermo, starà ad attendere che giunga il suo padre, un giorno.

Pronto a lenire con baci e carezze il suo dolore di vivere.

E’ questo l’augurio di Pasqua che Rilke ci lascia.

E’ questo.

Per tutti.

a

2 pensieri riguardo “PASQUA

  1. Il tuo post parla di una Pasqua dell’impegno, di tutte quelle piccole o grandi morte che troviamo lungo il nostro cammino di vita e di chi ancora novello Cristo vive le stesse sofferenze oggi, i diseredati di oggi.
    Buona Pasqua Piero, a te e famiglia.

    Mi piace

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