309

La terra ha tremato, quella notte.

Era la terra madre.

Era nostra madre comune.

Era la nostra terra, che sentiva il bisogno di scollarsi di dosso il torpore di millenni di immobile pazienza.

Era notte.

E quella notte, la notte ha tremato, come trema il ferro quando è attraversato dall’energia del movimento impetuoso.

Ha tremato la terra come trema il motore quando la spinta prepotente del vapore lo muove, e lo spinge, e lo dirige, contro la sua stessa volontà, per obbedire alla volontà altrui, a quella di un dio che ama farsi chiamare uomo.

Quella notte, quando la terra ha tremato, hanno tremato con essa tutte le cose.

Hanno tremato le strade, hanno tremato le case, hanno tremato gli alberi, hanno tremato gli uccelli sui rami, addormentati e inconsapevoli, hanno tremato i fili d’erba, sul ciglio della strada, nei campi, nelle valli fra i monti ed hanno tremato i fiori nei vasi, nei campi, nei cimiteri.

I campanili, le cupole, gli ospedali, le auto al bordo delle strade, i pali della luce, i fili elettrici che attraversano il mondo, hano tremato.

Ed ha tremato il mondo intero.

Hanno tremato come trema il cuore della caldaia quando il fuoco spinge il vapore mentre la valvola di sfogo ha l’infarto che la occlude.

Hanno tremato, come trema il cuore quando spinge, a velocità folle, il sange sull’autostrada della vita.

A volte, succede che quel sangue si perde, non conosce il tracciato, si versa, si perde nel vuoto.

Quella notte il ventre della terra ha tremato come trema il ventre di una madre che deve far nascere, nel dolore, una nuova creatura.

Forse voleva spingere per donare al mondo un nuovo fiore, che stava tremando, anch’esso, nello sforzo di venire a questo mondo, che a volte pare maledire le cose che tremano.

Tutto trema, perchè la natura impone alle cose di tremare.

Ma quella sera, tre anni fa, quando le cose hanno tremato, a L’Aquila e nei paesi che se ne stanno abbracciati a quella città, quella sera, però, molte cose che hanno tremato non hanno saputo resistere a quella scossa ed hanno provato a fuggire.

E’ stato forte lo spavento.

Come forte era stata la voglia di fuggire.

Era stata forte la paura.

… era una scossa che faceva tremare i polsi, le vene, il sangue nelle vene.

Tutto ha tremato, quella sera.

Ma quel tremore non era la vibrazione buona dell’energia che si sforza per alzare diritto il razzo che vuole raggiungere il suo paradiso nell’alto dei cieli.

Tutto ha tremato, quella sera, temendo di non poter reggere l’urto della natura che chiedeva di scansarsi, di passare di là.

Un fremito così naturale, quello della terra, come è quello della vacca, che si scuote per scostare un tafano fastidioso.

Un fremito come lo stormire delle fronde sferzate dal vento.

Un fremito violento, una scossa, un brivido che ha fatto rabbrividire gli uomini ancora incoscienti nel sonno.

Anche i morti nelle bare, hanno tremato, quella notte.

Anche i santi, chiusi nelle loro teche, nei tabernacoli, sotto le volte delle chiese.

Ha tremato anche il cuore di Dio, che è accorso a guardare, ignaro, distratto e perciò incolpevole e innocente.

Hanno tremato le campane, restituendoci rintocchi di morte.

Hanno tremato i palazzi del potere civile.

Hanno tremato le fondamenta dello Stato.

Hanno tremato le gambe ai poveri paesani che volevano scpappare e che invece sono stati risucchiati nel vortice della disgrazia.

Hanno tremato la giustizia, la civiltà, il progresso, un’intera nazione che non ha saputo costruire case salde per i suoi cittadini, per i suoi studenti, per i suoi malati, per i suoi neonati.

Quella notte hanno tremato, nei loro letti e allo loro scivanie, i sacerdoti del progresso e della scienza, che si sono ritrovati piccoli e impotenti dinanzi al tremito di nostra madre Natura.

Quella notte, come in tanti altri giorni ed in tanti altri punti sulla pianta del mondo, l’uomo ha tremato, di fronte alla sua fragilità.

L’ombra delle forze della natura ha sommerso la luce della potenza dell’uomo.

L’energia che vive, nascosta, nelle viscere della terra, ha battuto in velocità l’energia che corre lungo i fili del telegrafo.

Le onde del sismografo hanno assordato le ode della radio.

E, per colpa di quelle onde, più veloci del lampo e più roboanti del tuono, hanno tremato le fondamenta delle case e dei palazzi e di tutte le costruzioni presuntuose dell’uomo.

Non è bastato il manto del buio per nascondere la tragedia che quella notte è accaduta.

Non bastano, oggi, le lacrime dei sopravvissuti per ridare la vita ai fiori che quella notte sono stati recisi.

Non basta l’indignazione a cancellare la vergogna delle trecentonove vite sprecate per colpa di chi si era rubato il cemento.

Non basta.

Non basta.

Non basta.

Non basta.

309 volte, non basta!

4 thoughts on “309

  1. No, no basta. Ti lascio questi pochi versi, scritti dopo qualche tempo da quella tragedia. Avrei voluto dire di più, ma qui c’è tutta la mia rabbia.
    Un abbraccio grande,

    L’Aquila

    E si sfila silenziosi,
    mossi da una pietà
    che soccombe
    alle luci
    della ribalta.

    E si rimane lì…
    fermi sul bordo
    senza osare di sollevare il velo

    rimaniamo lì…
    ad ascoltare pianti di plastica incolori
    oltraggio al dolore di mani rugose,
    degli occhi grandi e sorpresi
    di chi non sa perchè.

    Si rimane lì
    a nutrire la dea bendata
    che ancora una volta li ha toccati
    aprendo loro le bocche
    e chiudendo a noi gli occhi

    Che diresti tu ora, Poeta?
    Tu che non moristi di noia
    Quanto impiegheresti a squarciare il velo
    quali parole useresti
    per scrivere sui muri?
    Patrizia.M.

    Mi piace

  2. Poeta, che parole useresti?
    Osare è già tanto.
    Osare impiegare le parole per dire di tanto dolore.
    Osare è già tanto.
    Il tuo poeta, pudicamente, come dovrebbe ogni uomo, non sa che parole usare. Si mette in disparte, in una angolo, soffre, ma se ne sta in silenzio.

    Il mio poeta sta in quell’angolo ad ascoltare i 309 rintocchi.
    Sono 309 scosse.
    Che fanno tremare i polsi,le vene, il cuore, la terra.
    Ed io ho raccontato di queste scosse.

    Il tuo regalo, il regalo dei tuoi versi mi riempie, di orgoglio.
    Cosa posso desiderare da te di più intimo dei tuoi versi?
    E’ un regalo che tengo caro.
    Me ne avevi regalati un’altra volta.
    Vuol dire che il bene che provi per me è così forte.
    Anche io ti voglio bene altrettanto.
    No, una goccia di più.

    “… E si rimane lì…
    fermi sul bordo
    senza osare di sollevare il velo…”
    Quuesti sono i versi che mi piaccio di più.
    Questa delicata esitazione, questo pudore per il dolore.

    Per stasera ti saluto, cara Patrizia.
    Ti faccio i miei auuguri più sinceri di buona Pasqua, ed anche a tutti i tuoi.
    Un abbraccio,
    Piero

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  3. Grazie Piero, gli stessi auguri sinceri anche da parte mia, a te e alla tua splendida famiglia.
    Vedi caro Piero, il mio poeta, com tu ben dici, non trova parole. Le ha dentro, che scoppiano e vogliono uscire ma non sa come dirle e poi incontra il tuo che lo aiuta, che tira fuori le parole e le lancia in alto, le grida forte. E forse insieme, riescono in qualche modo a sollevare quel velo, che non vuole essere per me un gesto di pudore, ma quel velo di vergogna che copre queste realtà e che nessuno ha il coraggio di sollevare. Noi tutti, che ci strappiamo le vesti di fronte a tragedie come queste ma non sappiamo come sollevare quel velo di vergogna e finiamo col silenzio ad aiutare quella “dea fortuna”, quella di coloro che la fanno sempre franca, ad ingrossare le loro pance.
    Il mio poeta aveva perso le parole, ma ha incontrato il tuo che ha risposto alla sua domanda.
    Scusami, generalmente non mi dilungo a spiegare ciò che scrivo, ma ci tenevo che questi versi, nemmeno molto ben riusciti ti arrivassero per come li avevo sentiti nel momento in cui li ho scritti. Questo non per presunzione ma perchè ho letto i tuoi come una risposta, di cui ti sono grata…
    Un abbraccio

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  4. Cara Patriza, il pudore di cui io parlo è quello della vergogna. Non altro.
    Quella vergona che ammutolisce, azzittisce, azzittisce, che impedisce di trovare le parole per dire ciò che si nasconde dietro la maschera del dolore…

    Piero

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