50 FUKUSHIMA HEROES

A

FUKUSHIMA 50

The Fukushima Fifty is a group comprised of 180 power plant workers – working in rotating shifts of 50 – doing all they can to stop the Fukushima plant’s nuclear reactors and fuel rods from leaking additional radiation. Some are calling their task a “suicide mission,” while other nuclear experts (like Jere Jenkins, the director of Radiation Laboratories at Purdue University) assuring a worried world that they know exactly what they’re doing, with all the proper precautions in place. Which is all the more reason to ask: Who are these workers? (continue)

A

a

Fukushima 50
I don’t know who you are
I may never know
Or it will become too late to know
But this world, As scared as we are,
devastated by fear Suffering,
imprisoned by need
Hanging some place between the
Real and the unreal
On facebook

Asking ourselves many hypothetical questions
While you brave the mutinies of the sea
Show me another man who swallows his tears along with contaminated steam
I don’t know who you are and I don’t pray because praying won’t help.
Praying pales to the work that you showed us
Of the bravery of Man
Of indestructibleness in the face of extraordinary hardship

You provided me with hope and home
You
Provided me with answers
Something I thought had ceased to exist.

I am deeply
Indebted to you

Thank you

A

4 pensieri riguardo “50 FUKUSHIMA HEROES

  1. Dear Fausta, we are all indebted to these heroes, workers-heroes, that is an important figure of heroism. ..

    In questo periodo i lavoratori sono un peso per le aziende, zavorra, costi inutili da tagliare.
    E invece c’è dell’eroismo in questi poveri lavoratori: bada, io non credo affatto che la nazionalità nipponica abbia aggiunto qualcosa al loro spirito di sacrificio !
    Io sono certo che sarebbe accaduto lo stesso anche nella povera Italietta decadente !
    Perchè è connaturato ai lavoratori tanta generosità, la vivono e la dimostrano ogni giorno. Solo che oggi gli operai, come mezzo di produzione, sono diventati troppo cari, costa meno un robot, oppure un impianto delocalizzato in Serbia, oppure un operaio in India o in Cina. E così si licenzia, si delocalizza, si importa.
    E qui, cosa resta?
    Il vuoto sociale e umano, perchè noi, gli impiegati (i borghesi di una volta) siamo tutti divisi, separati, disuniti, individualisti.

    Non prendermi per nostalgico, retrogrado, reazionario, veterocomunista.
    Il mondo va avanti e non torna indietro.
    Quindi non torneranno gli operai in fabbrica, anzi perderemo anche quelli della Fiat e forse anche molti altri.
    E speriamo che, almeno, qualche altro posto di lavoro nasca, si crei, si trovi, da qualche parte, per i nostri figli, altrimenti che futuro avranno, sempre che ce l’abbiano ancora? Che dovrà succedere? Che andranno a lavorare a Canton dopo aver fatto un master a Pechino? Ieri accadeva che i più fortunati andavano a lavorare a Detroit dopo aver fatto un master a New York! Come gira il mondo!!!

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  2. Ho letto questo post, nonostante il mio inglese non sia al massimo, ma un po’ da sola, un po’ con l’aiuto del traduttore ce l’ho fatta. Avevo sentito parlare di queste persone che a scapito della loro salute (come minimo) cercano di rimediare all’enorme danno. Che dire? Non si può che provare un’infinita graditudine e rispetto per tutti loro, per quello che stanno facendo. Sai cosa vorrei tanto?
    Poter parlare con uno di loro, sentire la sua voce, i suoi pensieri. Capire che cosa li ha spinti e ha dato loro il coraggio di fare questo.
    Ogni atto di uomini o donne che scordano il loro bene in favore del bene degli altri mi affascina, perchè sono così rari…e perchè vengono prepotentemente a scardinare la mia visione dell’uomo. E come potrei non ringraziarli dal più profondo del cuore, per questo?
    Ma rimangono dentro domande a cui solo loro potrebbero rispondere. Chissà se potremo un giorno senitr la loro voce. Capire davvero tutto, fino in fondo…O se finiranno dimenticati e muti.Io vorrei più di ogni altra cosa che venisse data loro voce.
    E come vorrei amico mio, che non ci fosse più bisogno di eroi! (Questa è scontata, lo so, ma mi viene spontanea, in modo forse un po’ semplicistico, ma Brecht, aveva ragione da vendere…)
    Un affettuoso abbraccio

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  3. Cara Patrizia,
    quello che tu dici lo condivido in pieno.
    A partire dalla fine. Nenache io amo gli eroi. Sono sempre quelli che perdono, perdono tutto, perdono addirittura la vita.
    Brecht, ma anche De Andrè, cantavano la triste storia dell’eroe morto…
    “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”, diceva Brecht, invece.
    Già, ma intanto la vita (qui è la vita, non la storia, perchè questi 50 eroi sono eroi di pace, non di guerra) ci mette davanti a questi eroi che sanno di sacrificare tutto per … già, per che cosa?
    Pare difficile dirlo, Pat, lo fanno per soldi? Non basterebbe tutto l’oro della banca di Tokyo in cambio della vita.
    Allora lo fanno per la fama, essere famosi, avere tanti fan.
    Effimera gloria. Non basta neanche questa a ripagare tanto sacrificio.
    Allora lo fanno … per fratellanza!
    Conclusione bislacca, verrebbe da dire, di questi tempi.
    Ma loro lo fanno, secondo me, solo per questo.
    E, cosa sconvolgente, non sono i soli.
    Non voglio fare discorsi retorici. Non mi piacciono. Ma come non pensare a tanti, ai poliziotti, carabinieri, vigili, per esempio, a tanti che lavorano per noi e si fanno male, tanti che per renderci la vita vivibile devono sacrificare il loro tempo, la loro salute…

    Si, sarebbe bello dare a loro la parola.
    Ma, posso dirti una cosa?
    Forse loro non avrebbero parole abbastanza cariche di significato per dire quello che veramente hanno provato ed hanno fatto.
    Forse certe cose si fanno e basta.
    Nulla si può dire di più.
    Ho trovato questa poesia su Youtube ed ho pensato che fosse di un cittadino di quella città. Non sono sicuro che sia così, ma potrebbe esserlo.
    Lui ha voluto ringraziare dal profondo del cuore.
    E mi è sembrato bello, questo, perchè ha dato un senso a tanto dolore, ha dato un valore a ciò che è accaduto, un valore umano, intendo.

    Un abbraccio carissimo, amica mia,
    Piero

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