DESTINO

Alphonse MUCHA - DESTINO (click on)

Quando la notte si alzò il candore morbido della luce l’avvolse.

La notte, impastata di ombra densa e di fluido liquido, fornì volentieri la materia per le sue forme rotonde.

E dalla luna alta, occhio del dio che, in segreto, spiava stupìto dallo strappo lacerato dell’alta volta oscura del cielo, colò un raggio di forza creatrice.

Il fango ne fu scosso.

Il caos corse a nascondersi, spaventato, atterrito.

Gonfiando le pigre vele che abbracciavano le tenebre asciutte, l’alito del vento ondeggiava lungo la riva del fiume, pellegrino di lontane distanze, cantore di storie antiche, anima del mondo.

Tutto, intorno era stato immobile, fino ad allora, in attesa, aspettando, senza sapere, che giungesse, alfine, quell’istante fatale, da tempo immemore.

Nel grembo umido della terra, i germogli, ancora racchiusi nelle infinite virtualità del seme, fremettero.

La vibrazione della vita cominciò a propagarsi nell’etere e, poi, piano, a contagiare le forme ancora nascoste dentro la materia informe.

Tutto era ancora senza un nome, senza voce, senza senso, senza significato.

L’occhio divino che sbirciava dallo squarcio nel nero sipario irradiava per l’attorno indefinito l’energia della luce, viva come l’argento, ardente come la fiamma, insaziabile.

Sulla riva, fra le felci verdi e le cristalline iridescenze dei riflessi, si compose, lenta, calma, ondulata, una morbida forma.

Dapprima, solo una lieve coppa, poi, un monte, e ancora, appresso, un tentacolo.

Poi, vennero piccole escrescenze che si mossero come dita.

Poco a poco, si plasmarono le forme del cuore, quindi, il palpito prese colore, e, dunque, il ritmo acquisì resistenza.

Le labbra, soavemente, si schiusero per lasciar uscire il fiore di porpora del sorriso, che s’accompagnava al sospiro, affamato di vita.

Ma quella, pigra, ancora esitava, guardandosi intorno, si stirava le membra candide, mentre rimirava un pò interessata, il miracolo che si stava compiendo.

La luce, dallo squarcio in alto, lassù, si concentrò, per farsi più attenta.

Prese le forme di una mandorla, di un abbraccio, e poi … la lunga, infinita,  squassante scossa impartita a quel corpo composto di materia ancora inerte.

Così si armò la forza poderosa dell’amplesso divino !

E ne scaturì la goccia di essenza vitale che pervase a fondo il fango, che con lentezza esasperante si era modellato nei primordi dell’essere.

Il flusso che scaturì da quella scintilla di infinito piacere si propaga ancora oggi per l’intero universo, prendendo il nome di vibrazione cosmica, ma gli scienziati, che nulla di sanno della sapienza più profonda delle cose del mondo, ne attribuiscono la causa alle più disparate circostanze, frutto della loro mente erudita, ma poco saggia.

Bisognava esserci, in quell’attimo che non conosceva ancora la dimensione del tempo, le sue limitazioni feroci, la sua tirannide, la sua prepotenza, la sua schiavitù !

… Quando il corpo cominciò a levarsi, molle, grondante ancora le acque del fiume … coperto solo, nel suo candore di morbida luce lattiginosa, delle felci strappate alle rive dal flussuoso incedere ancestrale delle acque che sgorgano dal centro del cosmo …

Bisognava esserci !

… Quando il fango cominciò a farsi carne, quando il liquido, incolore cristallino, iniziò a tingersi della rossa forza dell’amore, quando il ritmo del cuore, ormai fattosi resistente e inalberatosi come uno scettro nelle mani della vita, battè con un boato assordante che squassò il silenzio che da sempre aleggiava sul mondo…

Ecco, proprio allora … quando … nel preciso istante esatto in cui, gli occhi di perla si aprirono ad abbracciare, con il primo sguardo bramoso, tutto l’infinito circostante … ecco, allora, è proprio allora che l’energia che chiamiamo Bellezza divenne Vita e pervase quel corpo di fango e si fece, in quel corpo, tutt’uno con la Natura.

Si erse, allora, la Perfezione.

Nulla nascondeva il seno acerbo, le spalle candide, la vita armoniosa, il fertile grembo ballerino, le dolci braccia, forti, le gambe agili, ben tornite.

Forme indifferenziate, che ancora non si erano divise nel maschile e femminile, abitavano nella stessa Bellezza.

Il volto era un ovale delicato, pallido, nel quale il cristallino degli occhi brillava come le stelle nascoste nel cielo dietro il drappo di tenebre e dava luce al tumido rossore ancora muto delle labbra.

Era Inanna, Selene, Venere, Afrodite, Hermes, Mercurio, Marte, Apollo.

Era tanti in uno.

Era tanti nomi.

Era la Bellezza, che si alzava a guardare il mondo.

Eppure, tutto restava muto, intorno a lei.

Tutto era ancora morto.

A nulla era servito quel primo miracolo che aveva donato al mondo tanta ricchezza.

L’occhio del dio, in forma di argentea luna, s’interrogò perplesso.

A nulla era servito, quel primo miracolo.

E nulla accendeva ancora quel mondo, sul quale l’occhio divino brillava, ormai stancamente

Deluso, desolato, smorto, il dio, infine annoiato, si ritrasse dallo strappo sul tetro fondale.

E la tenebra ricadde sul mondo.

E rabbrividì, raggelata, la neonata creatura.

Dovettero passare ancora quelli che nopi chiamiamo millenni.

Le ere, allora, non avevano ancora un tempo per essere misurate.

Milioni di anni, o attimi, chissà, per quella solitudine infinita era lo stesso, perchè il tempo, per chi è solo, non ha altra durata che l’infinito essere nulla.

La Bellezza cominciò a maturare.

I morsi dell’amore le lancinavano ormai il ventre, nato per amare.

Gli occhi si facevano pesanti, e poi, poco a poco, divennero secchi, come i petali di un fiore quando appassisce.

Le stelle, anche, si spegnevano, una ad una, dietro l’oscura volta atra.

Aveva perso ogni speranza anche l’occhio del dio e la sua inattività pesava come un macigno sul mondo immobile, che non sapeva che farsene della  più pura Bellezza morente.

In un angolo, lontano, distante, nell’ombra, all’oscuro di sè e del tutto, un pescatore senza nome era intento a raccogliere dalle acque il suo quotidiano argenteo raccolto.

La nassa sul fondale pescava il magro cibo del giorno.

Il suo sguardo s’interrogava, perso nel buio, ma le domande gli sfuggivano, senza parole, non si fermavano, non davano forma a un pensiero.

Vibrava, a tratti, la superficie del fiume.

Una mano della perfetta creatura si tese a implorare carità.

Un candido dito toccò il lurido piede sulla barca, mentre il pescatore era perso, a pescare.

Il desiderio, a quel tocco, prepotente, penetrò in quel corpo di carne dura, che, fino ad allora, era stato solo strumento per l’instancabile fatica dell’esistenza senza coscienza.

Il desiderio !

Il pescatore alzò gli occhi dalla piatta superficie tinta di nero.

Allungò le mani e afferrò l’oscuro drappo sulla sua testa.

Voleva scoprire la luna, e le stelle, e gli astri, tutti, lontani.

Con un gesto solo si fece curioso.

Poi, s’interrogò.

Volle sapere.

Quando si voltò a guardare, scorse il candido dito che raccontava la perfezione della Bellezza.

Attirò a sè le morbide forme che, di scatto, s’infiammarono, frementi.

Si amarono.

La loro discendenza, da noi, prende il nome di Vita.

Lui, per il resto dei giorni, continuò a pescare, felice.

Un pensiero riguardo “DESTINO

  1. Mi piacciono questi racconti di genere mitologlico, anche se, ti confesso, faccio sempre un po’ fatica ad “interpretarli”, stasera poi in modo particolare (vengo da dodici ore di scuola e non connetto molto…) Sicuramente ci sono delle metafore di qualcos’altro o forse no, forse è solo il gusto di raccontare. Quella figura di pescatore mi incuriosisce molto, non so bene come collocarlo, forse l’uomo “prima”, prima di quel qualcosa che lo ha reso migliore… O con insita dentro di sè, la possibilità di un qualcosa di migliore?
    Un caro abbraccio

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