BAMBINE

Oggi si vuol tenere viva la memoria degli eccidi delle foibe.

Mi ha colpito molto il post della carissima amica, Patrizia, che racconta, per accenni, la sua esperienza di vita che si intreccia con quei momenti bui della storia d’Italia e d’Europa.

Soprattutto, mi ha colpito l’intreccio comune della vita di uno di noi con gli eventi che, solitamente, la memoria ci riporta alla mente solo in circostanze speciali, celebrative. Si compie, così, quell’alchimia che avviene raramente, di trasformare in vita viva i ricordi, i racconti, i brandelli di passato che non ci appartengono quasi più, o, non ci apparterrebbero più, direttamente, se non accadesse che, a volte, ancora, essi tornano a respirare, a palpitare, a muoversi attorno a noi, prendendo le mosse da un volto, da una voce, da un’ombra..

Sono gli affetti che tornano a scaldarci, la carne della nostra carne, quell’oscura mistura di passato e di presente che siamo.

E’ carne consumata, carne dei nostri morti.

Ma carne che, attraverso noi stessi, non è, ancora, mai morta, è carne che resta viva.

Carne che resta carne senza farsi polvere.

Carne che, come il testimone della vita che mai non può morire, trapassiamo nella carne dei nostri figli.

Il post della “giornata del ricordo” di Patrizia è questo:

http://via000.wordpress.com/2012/02/10/giornata-del-ricordo/

Io l’ho letto e mi è venuto un desiderio.

Sentire il racconto di quei giorni dalla voce di Patrizia, e di suo padre, e di suo nonno, vedere attraverso tutti quegli occhi che più non possono vedere.

Ma so, anche, che questo non può accadere.

E allora le voci posso sostituirle con la magia dei segni. Segni immateriali, piccole scosse, interruzioni e riprese del flusso delle correnti che animano l’universo del mondo elettronico.

In questo universo, al posto delle voci, possiamo mettere il racconto, lo scritto, la pagina.

Una pagina, che può diventare una pagina ricca, può essere impreziosita dalle immagini e dalle suggestioni che le storie narrate si portano appresso, legate sulle spalle.

Io, di mio, non ho storie di confine, storie delle Foibe, storie di sofferenza, di dolore, di vita e morte.

Ma la storia che Patrizia ha raccontato, per me, è una storia legata ad un mondo di tragedia, di guerra.

E come storia di guerra, nel mio universo, è legata a ricordi che, anche se vengono da un mondo lontano, riecheggiano  affetti ancora palpitanti dentro di me.

Le storie di guerra me le raccontava mi madre.

La mia dolcissima madre, che ormai poche volte riesco a vedere, e che, invece, più spesso, solo da lontano, solo al telefono, mi tengo vicino.

Io non sono mammone, non soffro di nostalgia, ma i suoi racconti, la sua voce, la sua espressione di bambina che  viveva la guerra, quell’esprezzione che le tornava sul viso quando raccontava degli anni di guerra, quelli me li ricordo e mi mancano molto.

Una bambina negli anni di guerra.

E’ una contraddizione in termini.

La purezza esposta alll’oltraggio del dolore.

E’ l’immagine più cruda del dramma della guerra.

Dovremmo averla sempre ben presente davanti agli occhi.

Io, davanti agli occhi, ho quella bambina, mia madre, negli anni di guerra.

Eccola, poteva essere così.

Nick UT – Phan Thi Kim Phuc – Vietnam – AP

Ci sono immagini che si portano addosso le ferite della guerra. La guerra, per questa nostra generazione che concepisce la realtà solo attraverso le immagini, è qualcosa che offende solo se offendono le immagini che la rappresentano.

E questa bambina, Phan Thi Kim Phuc, nuda davanti alla crudele brutalità del napalm come è nuda l’anima davanti alla tragedia della guerra, questa bambina, nel lontano Vietnam, l’8 giugno 1972, era solo una bambina, come era bambina mia madre, nel 1944, quando le bombe cadevano sulla vicina Cassino.

Phan aveva 9 anni, nel 1972.

Mia madre 8, nel 1944.

Mia madre era di Minturno ed abitava in quel piccolo verde paese di collina, a pochi chilometri dall’epicentro di quel terremoto, allora, nel 1944.

Mia madre mi raccontava spesso, quando ero bambino, della casa nel suo “giardino”, a Scauri, frazione in pianura di Minturno.

Il “giardino”, una parola magica, che riecheggia di significati antichi, di miti ancestrali, dell’età dell’innocenza dell’uomo, del l’eden bagnato dal fiume della vita e arricchito dagli alberi della conoscenza e dell’abbondanza.

La casa nel “giardino” era in campagna, nella frazione fuori paese. Lì si rifugiavano, mia madre e la sua famiglia, per sfuggire ai bombardamenti, agli atroci dolori della guerra.

Il video che ho messo per questo racconto ha il sonoro di quei giorni del 1944, il suono sordo che rimbombava in quel giardino, durante quegli anni di guerra.

Sono quelle terribili esplosioni la base sonora che ha accompagnato nei giorni di tragedia le due lontane bambine che, nude, fuggivano dagli stessi atroci dolori.

Bambine.

Mia madre è nata nel 1936, e quindi, nel 1944 aveva solo 8 anni, quasi gli stessi di Phan Thi.

Gli stessi, forse, di quest’altra bambina.

Mc CURRY – PORTRAIT – AFGHANISTAN – A GIRL

 Queste bambine hanno conosciuto la straziante voce della guerra.

Bambine.

Non bisognerebbe mettere delle bambine tra le rovine della guerra.

Bambine, giardini, alberi, frutti.

Parole che sono sinonimi, metafore, parole che si portano addosso, dentro, lo stesso significato.

La bambine sono giardini fioriti, campi di margherite, bocciuoli di rose.

Fiori che nei giardini germogliano, fioriscono, profumano, e, maturi, poi, al mondo elargiscono i frutti.

Le bambine sono fiori, portano in grembo i frutti che donano al mondo la vita.

Frutti che si fanno grappoli.

Grappoli che si fanno vite di uomini.

Vite che si fanno fiori.

Fiori che nessuno dovrebbe cogliere.

In un giardino.

In quel giardino, alle falde del Monte Cassino, ai piedi della millenaria Abazia pieni di libri, amore e sapienza, in quel giardino giungevano gli urli delle bombe, che si confondevano con quelli delle bambine.

Mia madre qando mi raccontava di quei giorni di bombe, non aveva il terrore nella voce, forse lo teneva nascosto negli occhi, di sicuro ce l’aveva sepolto nel più profondo all’anima.

Come la bambina di Mc Curry.

Non si può cogliere il terrore in quello smeraldino splendore,  nel lago verde che scintilla in quegli occhi afghani, in quei raggi di luce che penetrano diritti nell’obiettivo che scatta la foto.

Così, io non ho mai visto il terrore negli occhi di mia madre mentre mi raccontava dell’esplosione che ha scaraventato sua sorella in una botte e l’ha spinta fino al corso del fiume che scorreva poco lontano.

Lo sgomento, si, quello lei me lo raccontava. Era chiara la sua voce, era spezzata, quando mi diceva che non la trovavano più,  quella sorella, Maria, e che ormai la credevano morta.

E poi l’esplosione di gioia, le urla, la voce, il richiamo, lontano, dalla corrente del fime che si portava la botte.

E con quella, Maria.

La battezzarono una seconda volta, Maria, rinata, dopo la morte che le bombe le avevano risparmiato solo nel corpo.

Così la bambina Afghana.

E come lei, Phan Thi, la bambina vietnamita.

E così tutte le bambine che le guerre hanno conosciuto.

Di questo racconto ricordo i colori, il verde, l’arancio, il giallo della riva del fiume, l’intenso odore di umido spinto dalla corrente che ungeva di fango l’erba grassa in fondo al giardino.

Vedo le case e i mattoni e la tenera erba.

Sento l’odore acre della polvere, dei muri sbriciolati dai calci prepotenti dell’aria che tenta di sfuggire alla devastazione della violenza, sento il boato della polvere che esplode.

Mia madre ha dimenticato dentro di me una parte della sua memoria, quando un’alchemica divisione ha separato le sue carni dalle mie.

I sensi di mia madre battono ancora dentro di me.

Io vorrei che anche le carni di mio figlio conservassero una traccia così viva della mia memoria.

Anche se io non ho storie di guerra da raccontare.

Non ho dolori così devastanti da lasciare in eredità.

Ma questo è solo un dettaglio.

Un dettaglio che, peraltro, non riveste alcun significato per la memoria che si riproduce per partenogenesi.

La guerra ha lasciato tracce profonde in mia madre, ne sono sicuro, nel fondo della sua dolce anima di delicata bambina mai maturata.

E la vita non le è bastata, finora, a curare quelle ferite, che si porterà dentro per sempre.

E neanche le altre bambine potranno guarire.

Ma spero che anche loro, come mia madre, abbiano avuto, almeno, la gioia, di donare ad un figlio la vita, ad uno, almeno, se non a tanti.

MIA MADRE, GIUSEPPINA

6 pensieri riguardo “BAMBINE

  1. Grazie Piero, grazie davvero…
    E lo vedi, questa catena di ricordi continua. Il tuo scritto, l’immagine della tua mamma e il raccontoche fai della sua vita che ancora vive in te, mi hanno fatto ricordare un’altra cosa. Di fronte ai miei nonni, ormai stabiliti a Verona nelle case volute dagli americani per i profughi, (anche su questo si potrebbe fare un bel post, ma è un altro discorso) abitava una coppia proprio di Montecassino, fuggiti anche loro dalla disperazione. Il loro cognome era Canale, lei si chiamava Carmela, il nome di lui non lo ricordo al momento..mi pare avessero tre figli. .Io ero piccola ma ricordo che la signora Carmela e mia nonna trascorrevano pomeriggi interi sedute in cucina. Mia nonna,era persona abbastanza asciutta e dal fare un po’ burbero, poco incline alla conversazione.Carmela invece parlava molto ma esclusivamente in stretto dialetto montecassinese (si dice così?🙂
    Non si capivano se non per poche piccole cose. Eppure stavano insieme, tutti i giorni…una a parlare, l’altra ad ascoltare ed assentire ogni tanto.
    Mi son sempre chiesta il perchè di questa amicizia strana. Ora forse lo comprendo. Forse era quel filo che le univa, quel filo di dolore, sofferenza, esperienza comune.

    Sai Piero, non è da molto che ho recuperato l’interesse verso i ricordi dei miei genitori. Quando ero più govane li ascoltavo ma non riuscivo a percepirne l’esatta dimensione. A volte quasi mi annoiavano. E’ dopo che comprendi, è dopo che dai valore a quei ricordi. E la tua proposta dà respiro ad un’idea che già mi girava per la testa. Dedicare una pagina a quei ricordi che sono le mie radici.
    Mio padre ha 80 anni e devo, voglio farlo prima che sia tardi. Lo coinvolgerò in questa idea chiedendogli di rinfrescare i miei ricordi sui suoi racconti e andando più a fondo nei suoi.
    Ti scriverò per quel discorso degli scritti.
    Un grande abbraccio e grazie ancora

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  2. Grazie a te, invece.
    Raccontare, forse, significa tenere in vita le cose, come ho scritto or ora da te. Il modo per sconfiggere il tempo.
    La proposta si arricchisce della tua adesione e del tuo contributo, dico di tuo padre.
    Io potrei fare lo stesso con mia madre, anche se lei è lontana, vive dalle tue parti, a Vicenza, insieme alla famiglia di mia sorella (mio cognato ed un nipotino).
    Ma sarebbe bello anche dare vita ad una catena più lunga… chissà che non ci si riesca…
    Intanto, un bacione,
    Piero

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  3. …finale a sorpresa, dolcissimo e tu lo sai Piero che assomigli tanto a tua madre, chissà quanti te lo hanno detto.
    Ciao…noi siamo sommersi dalla neve, la Romagna è stremata.

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  4. Emozionante leggere questo post, insieme a quello di Patrizia avete trattato quest’argomento con una sensibilità unica, le vostre righe mi arrichiscono ogni giorno, vi ringrazio.
    Auguri alla mamma Giuseppina!🙂

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  5. Grazie, Paolè, si me lo hanno detto molte volte, assomiglio a lei.
    E’ bello, fa sentire qualcosa di profondo, sottotraccia.

    Per la neve, qui a Roma, hanno fatto tanta cagnara – il sindaco, a dire il vero, è stato proprio sguaiato e infantile – ma di neve vera se n’è vista davvero pochina.
    Il freddo no, invece, quello è stato davvero notevole!

    Un salutone,
    Piero

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  6. Cara Lucia, le storie vere hanno qualcosa di speciale, vanno oltre la scrittura, entrano nel circolo della vita in un altro modo.
    Si sente il morso di quegli avvenimenti. Si sente ancora oggi, ance se sono passati tanti anni.
    E, forse, raccontarli, tenerli vivi, è la piccola battaglia civile che possiamo fare, no?

    Grazie, poi, per gli auguri… a Giuseppina. A lei faranno senz’altro piacere.
    Sei davvero cara,Lucia. Posso dirtelo, si?

    Piero

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