COSE MAI DETTE

http://it.wikipedia.org/wiki/Trittico_del_Giardino_delle_delizie

HIERONYMUS BOSCH - Trittico delle delizie (click-on).

Ci sono cose mai dette.

Ci sono cose che nessuno ha mai detto.

Ci sono cose che non hanno mai conosciuto la gioia di venire al mondo.

Ci sono cose che sono, esistono, anche se nessuno le ha mai dette.

E c’è una casa, là, la casa dove abitano tutte le cose del mondo.

Ci sono molte stanze, in quella casa, stanze molto belle, stanze con ampie finestre, stanze luminose e  molto ospitali.

In quelle stanze le cose stanno, abitano, si mettono comode.

Le cose amano vivere negli agi ed amano una vita decorosa. Sono così, le cose del mondo.

E la loro cosa è proprio una casa come uno se la immagina,  una casa agiata, una casa costruita su solide fondamenta, una casa ornata, di stile, una casa dalle forme decise ma mai appariscenti, una casa squadrata, una casa concreta, come, concrete, sono le cose che abitano in quella casa, una casa reale, una casa senza fronzoli, una casa senza… voli di fantasia, ma ben piantata per terra.

Nessun architetto ha caricato di segni e ornamenti quelle casa che, vista di sfuggita, senza attenzione, sembra una casa senza pretese. Certo, è grande, ampia spaziosa, nessuno ha mai contato le stanze, in quella casa, ma si racconta che ci siano più stanze di quante siano le cose che ci abitano, là, dentro, stipate fra quelle mura. Ma resta una casa senza eccessi, benchè sia di dimensioni enormi. Una casa dalle forme regolari, una casa dalle forme ritagliate giuste giuste sulla sostanziale forma delle cose, che, poi, sono gli abitanti di quella casa, la forma di quella cose, di tutte le cose del mondo, che, poi, sono le padrone di quella casa…

Ci sono cose mai dette, cose mai dette e che nessuno ha mai sentito.

Quelle cose, anche quelle cose, quelle che nessuno ha mai detto e che nessuno ha mai sentito, anche loro abitano in quella casa.

E queste, si sa, sono tante.

Forse, queste, le cose mai dette, le cose che nessuno ha mai sentito, le cose a cui non è mai stato dato un nome, le cose dimenticate, le cose mai scoperte, forse, queste, sono, forse, le cose più numerose. Non si sa con certezza, ma, forse,  è proprio così.

Loro, si vede, le cose senza nome, stanno più a loro agio negli spazi nascosti di quella casa. Lì si sentono più comode, proprio lì, dove abitano senza rispettare nessuna convenzione.

Loro, lì dentro, si muovono libere, si librano nell’aria,  fluttuano leggere, vagano senza una meta precisa. Un pò a mezz’altezza, si spostano, nella casa, da un corridoio all’altro, passano da un’ala all’altra della casa dalle mille stanze, senza dare nell’occhio, senza apparire, senza sembrare.

Ma vanno e sanno dove andare.

Si badi bene, loro sanno sempre, perfettamente cosa fare, dove stare, dove andare. Loro, si sa, hanno sempre in mente, ben chiara, la loro destinazione, ben definita, il luogo del loro permanere, ben in evidenza. Ma nessun altro lo sa. E, quindi, per tutti, il loro vagare assomiglia al fluttuare dei fantasmi, all’apparire di spiriti, al vagolare di anime.

E invece, quelle cose, le cose mai dette, sono cose molto concrete, sono reali, cose materiali.

Le cose mai dette sono come le cose a cui, una volta, magari tanto tanto tempo fa, qualcuno, una volta, un nome glielo aveva, in effetti, poi dato.

Solo che, successivamente, dopo, poi, col passare del tempo, quel nome, le cose, devono averlo perduto.

Oppure, tutti, poco a poco, quel nome dovono averlo dimenticato.

Non c’è, perciò, poi, tanta differenza fra le cose che non sono mai state dette e le altre, quelle che un nome ce l’hanno avuto da sempre.

Queste qui, però, queste ultime, le cose che un nome ce l’hanno da sempre, quelle cose che il nome ce l’hanno ed è conosciuto da tutti, ecco, quelle, loro, quelle cose, da sempre, ora, sembrano stanche.

Sono sempre state coperte da una coltre di polvere ed ora, dopo che gli anni sono passati, gli anni, i secoli, millenni a volte, sono quelli che sono passati, ecco, ora, quelle, le cose che un nome ce l’hanno e ce l’hanno da mille millenni, ora quelle cose sono sporche, incrostate.

Hanno sempre avuto un aspetto dimesso, ma ora sono proprio consunte.

Erano stropicciate fin dall’inizio, si sa, ma ora, col passare del tempo, con lo scorrere dei giorni, le loro vesti si sono poco a poco stracciate, ridotte a brandelli.

Coperte di povere lo sono state da sempre, si sa, ma ora si vede che si sono trascurate davvero, sono vecchie, stantìe e molto, molto, trasandate.

Ormai.

Ormai è come se fossero spente, buie, disperate, disilluse, perse, buttate, sprecate.

Sono sfatte, come certe donne di vita, che conoscono tutto, ma proprio tutto della vita e degli uomini. E ne portano, addosso, per sempre, i segni indelebili.

E così, queste, le cose che si portano il nome cucito addosso come il carapace di una tartaruga, sono tutte raggrinzite, come certe vecchie rugose, a cui la vita ha consumato la carne, seccato il sangue, appassito la bellezza.

Sono come carne sfiorita dal tempo.

Rattrappite, si trascinano nella nostra sintassi adattandosi con rigore alla grammatica più articolata.

Con quella grammatica noi costruiamo parole, frasi, discorsi.

Con quelle parole e quelle frasi e quei discorsi noi costruiamo l’immagine visibile e superficiale del mondo, con quelle dipingiamo la facciata della realtà, con quelle, con i prevedibili colori del quotidiano, dell’abitudine, dell’ovvio.

Non che non siano importanti, quei quartieri delle nostre città.

Sono pieni di vita, formicolano, pulsano, vibrano.

Ma ormai nessuno più si ricorda cosa batte lì dentro, nessuno, più, ci guarda da quella parte, nessuno più s’interessa a quella vita così normale che, forse, neanche si è mai saputo il perchè di quell’esistenza così impegnativa.

E così, quelle cose che si tengono il nome incollato addosso, quelle cose che, pure, si sentono fiere di avere, da sempre, attaccata addosso l’etichetta di un’identità ben riconoscibile,  inconfondibile, ecco, quelle cose che un nome ce l’hanno da sempre se ne vanno in giro come certi vecchi professori che si portano appresso la loro scienza vetusta e obsoleta come una stampella, e vanno, fin verso la bara, senza mai dimenticare neanche un solo nome di quelle parole, neanche una di quelle vecchie conoscenze, neanche una di quelle formule anchilosate che qualcuno si ostina anche a chiamare cultura.

Ma ci sono dei buchi, in quella vecchia tela a cui vien dato un nome così altisonante, imponente, superbo.

Cultura.

La CULTURA.

!

Quei vecchi professori hanno dei buchi nel fondo dei pantaloni logori e consumati che si portano addosso.

Li portano e basta, senza neanche domandarsi cosa e come è accaduto, o del loro perchè. E sì, che sono domande inquiete, che non stanno mai ferme.

Quei buchi sono come le cose che non sono state mai dette.

Perchè ci sono cose che non sono state mai dette.

Sono pieni i nostri occhi di cose meravigliose, cose che ancora nessuno ha scoperto, cose che nessuno ha battezzato, cose che aspettano noi, cose che nessuno ha già benedetto, che nessuno s’è già annesso, cose che ancora non si sono sottomesse a un padrone, cose che nessuno ha conquistato, nessuno ha sfruttato, nessuno ha consumato…

I nostri cuori, i nostri cervelli, i nostri polmoni sono pieni di quelle cose che nessuno ancora, finora, ha mai detto.

Possiamo creare dei nomi, per quel mare di cose che nessuno, ancora, finora, ha mai detto e ridetto, fino alla noia.

Ci sono, ancora.

Ci sono, a migliaia.

Ci sono, ci sono ancora cose il cui suono sarebbe ancora caro per noi, prezioso, ancora. Solo che, ancora, nessuno, ancora, le ha, ancora, mai dette!

Le incontriamo che se ne vanno per strada, quelle cose mai dette.

Orgogliose come femmine vergini, che vanno fiere di sè, pure della purezza più pura, gigli di giliale candore.

E non potremmo, mica, incontrandole,  non potremmo, dico, mica confonderle con le vecchie cose che battono i marciapiedi dei nostri ormai frustri discorsi.

Ci accompagnamo con quelle, alle volte, con quelle parole mai dette, con quelle parole così candide che sembrano la faccia d’argento della verginea luna.

Andiamo con loro quando i nostri pensieri si distaccano dalla risaputa riva del fiume già noto e risaputo.

Stiamo con loro quando la nostra mente si distrae, divaga, quando dentro di noi la meraviglia ci sorprende.

E loro stanno con noi volentieri, alle volte.

Quelle parole che un nome non l’hanno ancora mai avuto,  alle volte, stanno con noi con vero piacere.

Ci succede e non ce ne accorgiamo neanche.

Quelle stanno con noi quando, distratti, viviamo sospesi nel mare infinito di quell’attimo in cui tendiamo teneramente la mano per accarezzare qualcosa.

Potrebbe essere, forse, una di loro.

Potrebbe essere una di quelle cose mai dette, che si è avvicinata, pudìca, all’antenna che punta, fremente, in punta alle nostre sensibili dita.

Quante mai sono le cose mai dette!

Quanto e quante e quante!

Migliaia e migliaia, e milioni e miliardi.

Nessuno potrebbe contarle.

Nessuna voce mai, prima, ha serrato un lucchetto per rinchiuderle in una rigida forma.

Nessun secondino le vigila, imprigionate, nella cella ristretta di un significato angusto come una triste segreta.

Esse volano libere.

Si posano, come leggere farfalle, sulla superficie del mondo.

Poi, si alzano, e, volteggiano lievi.

E vanno, sospinte nel vento dal soffio volubile che spira in direzione della nostra libertà inconsapevole.

Se solo approfittassimo più spesso di questo nostro straordinario potere !

Magia, incanto, sorpresa, sarebbero.

Sarebbe la meraviglia.

Sarebbero queste !

Questa sarebbe la regola del nostro pensiero, questo, questo sarebbe il nutrimento dell’anima nostra e non, invece, la noia, l’abitudine, la convenzione … la regola fissa, il quadrato perfetto…

 … Ci sono ancora cose mai dette.

Ci sono ancora tante cose da dire.

Ci sono cose che palpitano nell’abisso del mare profondo, nel mare della vita che batte, che scorre, che muta, che libera spazia per il mondo universo.

La vita.

Un mare di cose che non sono state ancora mai dette e che, pure, sono pur vive da sempre.

E si vive e si muore per quelle cose mai dette.

Si gioisce o si soffre, per delle cose mai dette.

Ci sono cose che sfuggono.

Ed inafferrabili cose, altre, ci sono. Mondi.

Ci sono cose che ci lasciano e cose che vanno.

Cose vagabonde.

Cose mai dette.

Cose in libertà.

8 thoughts on “COSE MAI DETTE

  1. Bellissimo questo pezzo..lo hai scritto con la tecnica emotiva, così di getto,a cascata..sembra, senza voler dare troppo affidamento alla razionalità, al costruito, rendendo visiva la simbiosi tra il tuo sentire e le cose che hanno un nome e di quelle che un nome non ce l’hanno.
    Un pezzo scritto in libertà per la libertà, quasi ad areare e infondere vitalità e coraggio a quelle creature costrette a vivere come fantasmi, creature solo apparentemente sconosciute. E lo sconosciuto spaventa, impegna e mette in discussione..ecco perchè spesso vengono privilegiate le certezze acquisite.
    Non c’è nulla di più costrittivo, paralizzante, della prigione delle certezze. Zavorre alle ali, catene ai passi, blocchi di cemento ai pensieri, nebbie agli occhi, ghiaccio sul cuore…ecco cosa sono spesso le certezze…arrendersi non è debolezza!!!.
    Se ci concediamo però…si apre un mondo.
    Chissà dove andiamo, chissà cosa veramente vogliamo, chissà cosa è veramente giusto, nessuno lo sa veramente, e noi pensiamo che siamo noi con i nostri pensieri, con le nozioni acquisite come verità, con la nostra razionalità e volontà a decidere, no, no…è la nostra anima che decide; la nostra anima che vive nel senza tempo e che se ne infischia delle nostre decisioni o delle regole che ci siamo imposti. Le decisioni che prenderà la nostra anima le prenderà ascoltando il nostro mondo interiore, i nostri desideri, i nostri bisogni, le nostre emozioni….e stiamo tranquilli, ci condurrà sempre x luoghi felici, inondati di luce, dove è la nostra vera essenza..basta lasciarsi trasportare docilmente senza resistenze o pensieri stanchi e frenanti. Un mondo sconosciuto sarà a nostra disposizione regalandoci nuove prospettive e nuovi luoghi dove trovare la felicità, dove non si era mai pensato o cercato…
    ci prende per mano accompagnandoci in quella dimensione che è il nostro universo interiore, acquietandoci, abbracciandoci con i suoi silenzi dove i soli rumori percepibili sono il battito del cuore e il respiro della nostra anima. In queste atmosfere noi come cercatori d’oro cerniamo dalle scorie le emozioni più belle salvandole.
    L’abbraccio di sempre

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  2. Si, Vera, hai letto dentro di me.
    Come dire.
    Le certezze, si sa sono rassicuranti, sono come il molo per la barca, l’attracco sicro.
    Ma se non ci fosse l’ignoto la barca neanche servirebbe a qualcosa.
    Se quel mare non fosse così vasto da infondere anche timore, soggezione, paura…
    Se l’avveura del viaggio non presentasse rischi così alti…
    Se non ci fosse dell’altro ancora da scoprire…
    beh se non fosse che ancora ci sono delle cose non dette…
    … forse non varrebbe neanche la pena di vivere.

    Un abbraccio anche da me
    Piero

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  3. Questo tuo, è scritto nel cuore dall’anima, ed abbraccia tutte le motivazioni della tue ricerca interiore, passata presente e futura, con comprensione per le “immacolate incertezze” delle quali nessuno di noi è scevro e vuole/può astrarre dalla sua vita. Visioni fantastiche con senso vero, che catturano.🙂

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  4. Grazie, Insenseofyou, o Mafalda, se preferisci (sono passato dal tuo blog).
    Se ti farà piacere, ritorna quando vuoi e lasciami sempre le tue impressioni. Mi faranno piacere e ti ringrazierò sempre.
    Piero

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  5. Com’è arioso questo tuo scritto…arioso sì…pulito, leggero eppure forte di una certezza che mi ridona il respiro…
    Anche queste che hai scritto, sono parole nuove, parole mai dette…
    Grazie Amico caro…
    Un grande abbraccio🙂

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  6. Grazie davvero a te, Pat.
    Però, permettimi una correzione: non di parole, si tratta, ma di “cose”. Anche io sono caduto più volte nello stesso errore.
    Ma il soggetto sono loro, le cose.
    Se poi hanno bisogno delle parole per essere evocate, quelle cose, si tratta di un rapporto strumentale, di un rapporto fra fine e mezzo.
    Il fine sono loro, le cose, il mezzo, le parole.
    C’è differenza, anche se non pare.
    Tu lo sai bene, cara amica mia, perchè le parole le sai sare, nei tuoi versi, così scavati nelle cose da confondersi con quelle, con le cose, e nel tuo mestiere, nella tua missione con i bambini, ai quali porgi le cose che gli saranno utili da grandi con le tue parole di ogni mattina.
    E… quindi, se ci pensi, è ancora più straordinario che esistano ancora tante cose da dire, da scoprire, da inventare, da creare … non si tratta di sole parole, ma di qualcosa di più….
    E se le tue emozioni, come quelle di Vera, più sopra, e della visitatrice Mafalda, sono state intense, se attraverso quelle emozioni si è potuto toccare col cuore la vastità delle cose da dire… allora vuol dire che … ho fatto bene il mio compito, no mia cara maestra?

    Un caro abbraccio,
    Piero

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  7. Hai ragione, assolutamente ragione. Sono cose, reali, concrete, vive…e come tali le possiamo vivere. Le cogliamo o le coglieremo per poi…raccontare con le parole, cercando di mettere in quelle parole tutta la concretezza e la vita che saremo riusciti a cogliere
    Le parole sono il mezzo, certo, un grande mezzo. Ma non sono il fine, non possono esserlo da sole.
    A che servirebbe se io parlassi ai bambini di rispetto ma non li rispettassi, di comprensione se non li comprendessi quando ne hanno bisogno. Se non cercassi di mostrare loro cos’è il rispetto e la comprensione. Sarebbero appunto, solo parole…Ecco perchè ho grande rispetto delle parole, ecco perchè mi fa male quando le vedo usate in modo banale, anche nel rapporto con gli altri. In amore, in amicizia, in semplici conoscenze si oltraggiano spesso le parole, si usano senza rispetto per quello che significano. Per noi tutti credo, le parole dette da chi amiamo e per amore intendo qualsiasi sua forma, prendono la consistenza e la realtà delle cose che rappresentano. In una parola vediamo, tocchiamo, viviamo la cosa reale che è il suo significatro. E quando scopriamo che chi le ha usate lo ha fatto in modo superficiale, senza tener conto di questo…finiamo per odiare le parole. E invece le dovremmo amare ed imparare ad averne rispetto, proprio per quello che sono.
    Ho detto un sacco di cretinate? …
    Un abbraccione🙂

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  8. Neanche una.
    In na frase tua dici: … le parole dette da chi amiamo e per amore intendo qualsiasi sua forma, prendono la consistenza e la realtà delle cose che rappresentano …
    E’ bella questa cosa, perchè mantiene la differenza fra il dire e le cose dette, ma aggiunge il valore del dire, la responsabilità, l’importanza, che assume il dire.
    Voglio dire che le parole sono sempre, restano sempre dei totem, delle controfigure, dei surrogati, dei sostituti della realtà. Non confonderemmo mai la parola di un sacerdote con quella del suo dio. Eppure la parola del ministro del sacro può colpire, può essere dura come una pietra.
    Ed è qui che entra in gioco la tua intuizione: le parole dette da chi amiamo… prendono la consistenza e la realtà delle cose che rappresentano.
    Ecco, l’accento cade su quell’amore, che … consustanzia (!) la realtà delle cose con il suono delle parole.
    Ecco.
    Così il cerchio si chiude, attraverso quell’amore, che rappresenta il punto di congiunzione fra la realtà e il suo racconto.
    Ecco, ti confesso, è con quell’amore noi osiamo scrivere, raccontare.
    Grazie per averlo detto.
    Un bacio,
    Piero

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