ISTANTANEE

BANCHINA

La luce nubina del giorno malato è grigia.

Svogliati, stanchi, distratti, torniamo a casa.

Mezza giornata, questo il lavoro, oggi.

Maledetto traffico.

La folla.

Il capo, le urla, la maledizione del demonio, i tetti delle case, i triangoli delle chiese, gli angeli atterrati come caccia, i gabbiani che cercano spaesati il mare, sbadigliano, i volti, annoiati, rughe che scendono diritte nell’anima, lame, ferite del cuore.

Cappotti bagnati.

Pochi colori.

Grigio fumo, rosso spento, marrone mattone, molto nero, l’argento smorto dei finestrini.

Niente giallo, niente luce, niente calore.

Noia silenziosa e noia disperata.

In questo mare di niente  nuotano pesci senza branchie, sordi, ciechi, sporchi.

Un bambino zingaro viene messo dalla madre zingara sul vagone piombato degli zingari di città.

Un bicchiere sfondato fra le ditine.

L’espressione infangata del mio paio di scarpe.

Il volto arrugginito del povero bombo.

Due anni e mezzo, al massimo tre.

Quelli che la giustizia senza moneta darebbe alla madre senza monete.

Amore senza amore.

Giustizia senza giustizia.

Incerto, forse una bimba.

Scarpine rosa, scivolano sull’impiantito bagnato.

Pioggia.

Tirchie lacrime risparmiate.

Un musetto sporco, un naso moccioso, due occhietti spenti.

Una mano.

Un involto.

Una carta bianca come un lenzuolo.

Un telo puro.

Una veste candida.

Un panino, penso io.

Una pizza, dice lei.

L’angelo nero.

Capelli ricci di donna vissuta.

Occhi profondi, dietro gli occhiali lucidi come il piano del cielo bagnato.

Una cornice nera d’occhiali racchiude il mondo, ne sfugge fuori una carezza, ne spunta un lembo di paradiso.

Angelo nero, madre amorevole, generosa madonna senza nome.

Ho visto in silenzio la vita scorrere.

Goccia a goccia.

a

Il treno si ferma.

Salgo.

E’ sera.

E’ sempre sera, quando non capita niente.

La noia del giorno si è consumata.

Il tavolo pieno di carte si è spento, nella stanza è piombato il buio, quando ho messo giù l’interruttore.

L’ascensore mi ha depositato vomitandomi fuori dal circuito delle cose che hanno un valore di mercato.

Io non so se andrò al mercato.

Domani è sabato.

Pane, latte, verdure e frutta.

Ma non so se andrò al mercato.

La città mi abbraccia come una puttana che mette in mostra i tondi seni prosperosi.

Una ninfa dal sorriso d’oro e d’argento mi fulmina con un dardo di fuoco.

Cade ai miei piedi e implora un mio gesto d’amore che mai le concederò, io, cho ignoro cosa sia un gesto generoso.

Il marciapiedi immediatamente mi trascina lontano e si porta via il mio sogno erotico con la vita infuocata ed il volto di madonna.

Una nuvola alta sorvola il cielo basso.

Il giallo vira al rosso.

L’arancio dà sul marrone.

Il marmo del cielo si stende come una lastra scura sul mondo.

Un fiume di gente mi scorre accanto.

M’ingorgo nella corrente ed entro in un vortice che sfila alla velocità del sogno.

Uno sbadiglio.

Uno sbuffo.

Un sussulto, una spinta, un calcio, mi scusi, che cazzo.

Il giorno passato corre alla velocità del treno.

Il vortice mi frulla in un mare di corpi che s’ammassano nel vagone  piombato mentre la notte delle gallerie viene uccisa dai proiettili traccianti dei neon elettrici.

Tutto si scuote, quando il treno si ferma.

Sussulta il binario.

Trema il portello.

Il finestrino traballa.

Il nuovo vagone centra la vecchia stazione.

La trapassa.

La schiaccia come una mosca noiosa, un tafàno, un vecchio pensiero fastidioso.

La mucca arriva al nuovo pascolo con la sua mandria.

Il gregge si muove, in uniforme, quando i freni stridono un pò e la porta si apre.

Veniamo vomitati sulla banchina.

E torniamo ad essere uomini.

Per poco.

Prima che un nuovo elettrodomestico ci rapisca per renderci vivi in un polmone d’acciaio con la presa staccata.

a

In treno viaggia un intero pianeta.

Specialmente la domenica pomeriggio.

Ci sono popoli interi, tutti i popoli di tutti i continenti.

Ci sono uomini di ogni paese.

Si potrebbe disegnare un atlante geografico completo.

Tutti quelli che viaggiano hanno il loro pacchetto in mano.

Pieno di poche cose.

Così piccolo che non si vede.

Lo portano nascosto dietro i loro occhi, confuso fra i vecchi ricordi. Lo richiudono ben  bene a quattro mandate dietro la serratura della loro memoria sbarrata.

I loro volti sono interessanti.

La domenica pomeriggio non viaggiano in treno i soliti uomini  d’affari, con valigette preziose e insignificanti, coi loro vestiti tutti uguali grigio fumo senza interesse nè colore, coi loro profumi  tutti uguali di colonia o after shave.

Neanche le impiegate con le loro idee prefabbricate  per la testa si vedono, sul treno, la domenica pomeriggio.

Quelli che mi mancano sono i ragazzi, chiassosi, rumorosi, invadenti, fastidiosi, ma belli, dolci, puri, maleducati, svergognati.

Cerini che si stanno già spegnendo, in quest’atmosfera senza ossigeno che si respira sul treno nei giorni feriali.

Presto porteranno l’abito grigio scuro senza colore e indosseranno quelle idee in minigonna che le impiegate sanno portare così bene, sotto a quelle pettinature da coiffeur del centro.

Borse e borsette di marca non ce ne sono, la domenica pomeriggio.

Molti volti sono stanchi.

Hanno una stanchezza millenaria.

Hanno ferite che non si possono rimarginare.

Hanno pensieri e ricordi.

La domenica pomeriggio è come viaggiare in mezzo ad un cinema acceso che proietta in quelle paia di occhi luminosi storie mai viste, o che forse abbiamo già voluto dimenticare.

Si, perchè per essere benestanti bosgno saper dimenticare.

E invece, la domenica pomeriggio, i viaggiatori del treno non sanno dimenticare.

Noi si, invece, quelli del lunedì, o del martedì. Noi, dal mercoledì al venerdì non abbiamo altro che un lungo vuoto presente davanti, disperato, grigio, come i vestiti che indossano i dirigenti sfortunati senza macchina di servizio.

E’ un mare, quello dei ricordi, che sommerge i vagoni.

Sgorga da quegli sguardi persi ma ben vivi.

I volti sembrano intagliati nella pietra, nel legno, nella calce.

Niente gessi, marmi, tenui sfumature, maquillages, massaggi e silicone.

Qualcuno porta abiti orgoglisi, interessanti, vanitosamente fuori moda.

Messaggi d’amore, messaggi presuntuosi, messaggi disperati, ma assai ben vivi.

Quelle che mi piacciono di più sono certe signore senza età, senza bellezza, senza futuro, ma con un grande passato in corso, in un grigio villaggio, nelle campagne di un lontano paese dell’est.

Non hanno odore, e poi io non sento gli odori.

Ma hanno una gran vita.

Anche se non hanno pensieri da impiegate e minigonne da segretarie.

Anche se loro non lo sanno.

a

Sul treno, spesso, salgono a suonare poveri musicisti senza alcuna speranza.

Chiedono quattro soldi, uno spicciolo, che quasi nessuno gli dispensa, per passare in qualche modo un’altra serata.

Non sono bravi, quelli che suonano sul treno.

Fra una fermata e l’altra, sul treno della metro, sono più che altro degli equilibristi.

Si tengono in precaria stabilità fra una vita che non è vita ed una morte che non li può accettare troppo presto.

Suonano volini, rimbe, chitarre.

Non sanno suonare, per lo più, forse fanno finta, forse non sono mai neanche voluti salire.

Una madre ed una bimba ancora piccola per essere signorina sono saliti alla fermata di Piramide.

Vestiti sudamericani.

Corpi rotondi, goffi, tozzi dentro le gonne large, uno più grande, l’altro perso, minuscolo.

Occhi intensi, profondi, che si voltano, un mare agitato.

Fra una fermata e l’altra passano solo pochi secondi di corsa ed  io, distratto e infastidito, non sono neanche stato ad ascoltarli.

Non sanno suonare.

Voci che disturbano, rumore, confusione.

Speriamo che arrivi presto San Paolo.

Non il santo.

La stazione.

Un pezzo, una voce, una bimba che canta e guarda negli occhi la sua mamma, catturata.

Una madonna ed una piccola crista.

Ma chi lo ha detto che il Cristo doveva essere per forza un maschio.

Io li ho visti.

Il vangelo che andava per strada, chideva l’elemosina con un piccolo violino stonato e quattro occhi neri stregati.

Una madonna che forse aveva trovato molti clienti per strada.

Fuggiti da un Egitto che si trova dall’altro lato dell’ocenao infinito.

Un dio non può dimenticare i suoi figli lontani.

Un dio non può essere come una star che si mostra solo ai suoi fans più accaniti.

Il treno è arrivato stanco a San Paolo.

Siamo scesi, tremanti.

Il caldo si è trasformato in freddo.

La povertà in ricchezza.

La banchina in passerella.

La stazione in cappella.

Il quartiere in paradiso.

La manina si è stesa, minuta, un pò tonda.

E’ entrata nel cavo tiepido della madre.

La mano si è fatta forte, come il cuore di una madre, duro come la pietra, per ingoiare il bicchierino rimasto vuoto, senza monete.

Aveva le spalle curve ed era bassa.

Sembrava portare il peso del mondo sulle spalle.

Il tiepido grembo della sua mano nutriva il feto di quella manina.

La placenta d’un amore amniotico circondava quei due poveri cristi che si perdevano scendendo piano piano le scale, trascinati dalla corrente del mondo, ingiottiti in chissà in quale altro treno, vomitati in qualche altra stazione.

Ma mi piace pensare potranno salire la lunga scala che conduce al paradiso degli uomini.

Li c’è posto per tutti, ance per due mani che si stringono, sotto due spalle curve co portano il peso della fatica di essere vivi.

4 thoughts on “ISTANTANEE

  1. Questo tuo racconto è strano ( nel senso positivo del termine) E’ una valanga di flash, come se tu avessi rovesciato uno scatolone di fotografie e ne avessi poi rallentato il tragitto dall’alto al basso, osservandole.
    E’ una cascata, una valanga. Mille foto tutte diverse, ma che scorrono con estrema fluidità a raccontare un’unica vita.
    Bello!

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  2. E’ la vita di tutti i giorni, cara Patrizia.
    Mille fotografie, come dici tu.
    Mille ogni secondo.
    Che retano impresse dentro di noi, nei nostri occi, nella nostra cpu (memoria? coscienza? scegli tu. Io mi fermo prima, alla cpu).
    Questo racconto è come fosse scritto con il programma PICASA, quello delle foto.

    Un abbraccione forte,
    Piero

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  3. Si, anch’io leggendoti ho avuto la stessa percezione…hai scritto questo post con gli occhi,registrando tutto quello su cui posavi lo sguardo.E’ un miscuglio, un accavallarsi di personaggi, di luoghi, odori e colori, pensieri, ricordi, sensazioni, caldo e freddo, buio e luce..sofferenza e superficialità, tristezza e allegria, dolore e sacrificio..scelta e non scelta..anche se alla fine sono tutte non scelte…E i tuoi occhi guardano, registrano, si domandano… E’ la realtà nel suo divenire, nel suo scorrere, varia e mutevole che gli occhi colgono, senza fili conduttori..almeno, apparentemente, sembra, questo saltellare da un tema all’altro, un pò come i discorsi dei vecchi che passano con velocità incredibile da un argomento ad un altro..ma solo apparentemente non c’è filo..il filo c’è, il filo è dentro la testa, ed è sempre quello dell’uomo, dell’umanità nel suo affanno di vivere la vita che tu sai cogliere perfettamente grazie alla tua sensibilità e al tuo bisogno di capire e interpretare ciò in cui sei immerso.
    E’ bello leggerti😉 vado via sempre con qualcosa nel cuore.

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