ARRIVEDERCI

.WISLAWA SZYMBORKA. Nata a Kórnik (Polonia) il 2 luglio 1923, se ne è andata oggi, 1 febbraio 2012.

 

6 pensieri riguardo “ARRIVEDERCI

  1. Anche io.
    Ma la poesia può combattere pure questa guerra.
    E’ questa in fondo la sua vera natura.
    Soldatessa.
    Senza paura.
    Guarda in faccia la morte senza abbassare lo sguardo.
    E’ immortale.
    Neanche la morte può nulla contro di lei.
    E’ la vera natura della poesia.
    I poeti, che sono i suoi sacerdoti, le poetesse, che sono le sue vestali, sono fatti di carne che si consuma.
    Ma i loro corpi non sono vuoti, come quelli degli altri uomini.
    Sono templi.
    E la poesia, che abita là dentro, è il loro dio.
    Dio guerriero e impavido.
    Vincitore.

    Una lacrima può scorrere, stasera, Patrizia.
    Mi piacevano le sue poesie, anche se le avevo scoperte da poco.
    Ora non ne scriverà più di nuove.
    Ma restano, quelle, quelle poesie.
    Ogni tanto ne sentiremo qualcuna, la metteremo sul blog, l’ascolteremo o la leggeremo.
    E sarà come se a quel dio avessimo innalzato la nostra preghiera.
    Il nostro… requiescat.

    Ti abbraccio,
    Piero

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  2. Buon volo, Poetessa…
    Mi piacciono tante delle sue poesie..vi lascio questa:
    Il cielo
    Da qui si doveva cominciare: il cielo.
    Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
    Un’apertura e nulla più,
    ma spalancata.
    Non devo attendere una notte serena,
    né alzare la testa,
    per osservare il cielo.
    L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
    Il cielo mi avvolge ermeticamente
    e mi solleva dal basso.
    Perfino le montagne più alte
    non sono più vicine al cielo
    delle valli più profonde.
    In nessun luogo ce n’è più
    che in un altro.
    La nuvola è schiacciata dal cielo
    inesorabilmente come la tomba.
    La talpa è al settimo cielo
    come il gufo che scuote le ali.
    La cosa che cade in un abisso
    cade da cielo a cielo.
    Friabili, fluenti, rocciosi,
    infuocati e aerei,
    distese di cielo, briciole di cielo,
    folate e cumuli di cielo.
    Il cielo è onnipresente
    perfino nel buio sotto la pelle.
    Mangio cielo, evacuo cielo.
    Sono una trappola in trappola,
    un abitante abitato,
    un abbraccio abbracciato,
    una domanda in risposta a una domanda.
    La divisione in cielo e terra
    non è il modo appropriato
    di pensare a questa totalità.
    Permette solo di sopravvivere
    a un indirizzo più esatto,
    più facile da trovare,
    se dovessero cercarmi.
    Miei segni particolari:
    incanto e disperazione.
    Wislawa Szymborska

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  3. Scusate, la malinconia alle volte è anche dolce compagna di una serata.
    Un’altra poesia della Szymborska.
    Poesia dove la vita si fa dolore vivo.
    Tortura.
    E quindi, lotta.
    Perchè c’è sempre la lotta dura, vera, l’uomo che si oppone.
    E c’è la risposta violenta della vita, repressiva, militare.
    La tortura.
    Ma, allora, vivere è lottare e lottare è vivere.
    E la tortura è un segno della vita, come il dolore.
    E l’uomo che sceglie di vivere sceglie di fare la resitenza.
    E così, Vivere, vuol dire fare la resistenza.
    E, fare la resistenza, allora, vuol dire scegliere di vivere.
    E’ la sola strada per sconfiggere la tortura.

    Torture di Wislawa Szymborska

    Torture

    Nulla è cambiato.
    Il corpo prova dolore,
    deve mangiare e respirare e dormire,
    ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
    ha una buona scorta di denti e di unghie,
    le ossa fragili, le giunture stirabili.
    Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

    Nulla è cambiato.
    
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
    
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
    
le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
    
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

    Nulla è cambiato.
    
C’è soltanto più gente,
    
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,

    reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
    
ma il grido con cui il corpo
    ne risponde
era, è
    e sarà un grido di innocenza,
    
secondo un registro e una scala eterni.

    Nulla è cambiato.
    
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
    
Il gesto delle mani che proteggono il capo
    
è rimasto però lo stesso,

    il corpo si torce, si dimena e si divincola,

    fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,

    illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

    Nulla è cambiato.

    
Tranne il corso dei fiumi,

    
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.

    
Tra questi paesaggi l’anima vaga,

    
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,

    
a se stessa estranea, inafferrabile,


    ora certa, ora incerta della propria esistenza,

    
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è

    
e non trova riparo.

    (da: http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=94255 )

    Piero

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  4. Lascio una delle poesie che amo di più:

    Ogni caso (di Wislawa Szymborska)

    Poteva accadere.
    Doveva accadere.
    È accaduto prima. Dopo.
    Più vicino. Più lontano.
    È accaduto non a te.
    Ti sei salvato perché eri il primo.
    Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
    Perché da solo. Perché la gente.
    Perché a sinistra. Perché a destra.
    Perché la pioggia. Perché un’ombra.
    Perché splendeva il sole.
    Per fortuna là c’era un bosco.
    Per fortuna non c’erano alberi.
    Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave,
    un freno,
    un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
    Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
    In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
    Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
    a un passo, a un pelo
    da una coincidenza.
    Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
    La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
    Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
    Ascolta
    come mi batte forte il tuo cuore.

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