ATLANTE

Pugile seduto, bronzo, originale di Lisippo e del fratello Lisistrato, 340 a. C. circa. Dal Quirinale, Terme di Costantino, scavo del 1885: Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme

 

Forse devo chiudere la porta.

Fuori fa freddo.

Il cielo è bianco, basso, una lastra che pesa.

C’è una sottile linea grigia a sorreggere quella volta, come una lama di spuma, elastica, che, incredibilmente, qualcuno ha messo a protezione del mondo.

Assorbendo l’insopportabile peso di quella lastra ghiacciata, il sottile strato di grigie nubi scure si intromette tra la vita di ogni giorno, che abita la terra da basso e le visioni dell’infinito, che quaggiù non trovano spazio a sufficienza per restare in mezzo a noi.

Devo ciudere la porta.

Entra il freddo, da fuori.

Agile come un gatto, strisciante come un serpente, mi accarezza le gambe con la sua coda gelida.

Brividi violenti come scosse mi scuotono nell’intimo, lo fanno tintinnare, fragile, come campanelle di vetro.

Il demonio.

Con alito sibilante, giunge da mondi che ci sforziamo di dimenticare ma che restano incastrati dentro di noi come le forme sghembe di certe periferie del mondo.

Noi abitiamo da un’altra parte.

Siamo cittadini di un altro mondo

In questa casa siamo arrivati per caso.

Avevamo deciso di trovare fortuna.

La nostra terra era una terra nera, che sanguinava, quando l’accoltellavamo con l’erpice, ne zampillavano messi e frutti e grappoli concimati da sudore e fatica.

Eravamo sempre affamati, e sporchi ed in cerca di un destino, magari uno qualunque, magari anche usato.

Non avevamo una casa, un focolare, un letto, un tavolo, posate.

Solo un bicchiere, sempre pieno di sangue rosso, sempre pieno, sempre caldo; ci sosteneva, quel vino rosso sangue, quando lo inghittivamo, quando andava giù nello stomaco. Riscaldava il cuore.

Sangue, o vino, perdìo, che differenza fa al cuore ?

Devo chiudere la porta.

Passa l’aria.

Ho le ossa spezzate.

Il peso del mondo è davvero insostenibile per un uomo solo.

Ho lasciato i miei compagni in mezzo a un lago di fuoco.

Il cielo intero si era incendiato.

E sotto di esso, la terra.

E la linea che di solito stà lì, contrapposta, a separarli, anche quella era tutta una lingua di fuoco.

Una palla ardeva di vampe nel cielo e bruciava negli occhi.

Ero rimasto quasi accecato.

Qualcuno piangeva, qualcuno pregava, qualcuno malediva.

Con le mani a proteggere gli occhi feriti, finestre che dolevano, mi sono accasciato sulla nuda terra, sotto un albero, aspettando la fine dell’incendio, che si consumasse la sua furia bestiale e, finalmente, il manto frusciante, profumato, di seta nera, della notte è sceso a coprire le nudità invereconde del mondo, nudo sotto gli occhi insanguinati degli uomini, inginocchiati, carponi, proni, sotto le immani fatiche del giorno.

Devo chiudere la porta.

Fuori fa freddo.

Il gelido cubo mi si apre davanti.

Occupa intero lo spiazzo davanti alla casa, la stanza di nera aria ghiacciata che, fuori, si apre sull’universo.

Il gelo sembra venire dalle profondità di un pozzo dove sprofonda il calore del sole.

La casa è prigioniera in quella bocca glaciale.

Le fauci del pozzo sembra vogliano ingoiarla, i denti, neri e storti, urlano, si accalcano, affollati per masticarla e sprofondarla, triturata, ridotta in umido boccone, nelle viscere di una vita senza calore, più, nè forza.

Sono rimasto da solo.

I compagni sono andati.

Spariti, si sono perduti tra le vampe dell’incendio che ha tinto di rosso l’orizzonte per ore, per miglia, che ha arso le profondità dello spazio che incombe su montagne e pianure e oceani e fiumi e mari e nebbia e lava e …

Sono rimasto solo sotto questo cielo che sembra affamato.

Sono rimasto da solo, sotto questo cielo fatto di bianco e di nero, di vita e di morte.

Sono rimasto solo, e annego in un mare di silenzio.

In bocca mi entra, lento, e ingoio e mentre ingoio senza deglutire mi sento annegare e il mare di silenzio si innalza intorno a me e si trasforma nella liquida massa dell’oscurità densa, informe, fredda, come pietra da bere, o acciaio da tracannare, come il nulla da ingoiare.

Devo chiudere la porta.

Potrebbe entrare qualcuno.

Mentre nuoto in questo mare senza fine mi sento felice.

Ho attraversato le Colonne d’Ercole per giungere in questa terra che mai nessuno, prima aveva conosciuto.

Il fuoco mi ha risparmiato.

Il gelo mi ha trascurato.

Il buio non mi ha visto.

La morte mi è passata accanto indifferente mentre andava in cerca di nuovi compagni di viaggio.

Quando sono entrato in questa casa non ho pensato ad altro che a riposare le mie stanche membra dalle fatiche di un viaggio infinito.

Mi è sembrata una casa accogliente, una tana, un rifugio, un nido.

Un sarcofago, una tomba, una bara.

Il gelo fa capolino dalla porta, lo vedo.

Devo chiudere quella maledetta porta, prima che sia ancora una volta troppo tardi.

Il cielo grava sul tetto e il solaio mi schiaccia.

Bianco e nero.

Rosso.

Il peso del mondo sulle mie spalle mi schiaccia.

Mi faccio sottile, un’ombra nell’ombra.

Il mondo si è fatto troppo pesante.

Gli occhi non tengono.

Il sogno mi prende prigioniero.

Poggio la sfera troppo gravosa, ormai, solo per me.

Alzo al cielo uno sguardo, senza troppa speranza.

Lascio cadere nel vuoto quel globo di roccia che grava, incurvando le mie spalle, come la condanna da espiare per una colpa troppo pesante.

Io, Atlante, non sopporto più il peso del mio faticoso destino.

Devo chiudere la porta.

Nascondermi nel buio.

Il gelo giustiziere non mi deve trovare.

6 thoughts on “ATLANTE

  1. Mi sembra come la condizione dell’uomo, continuamente in balia dei suoi sogni, delle sue utopie e nello stesso tempo delle disilllusioni e delle consapevolezze che si rifiuta di accettare perchè forse è nella sua natura continuare a lottare.
    Il destino che trova non è mai quello che si aspetta ed allora si lascia andare ai momenti di euforia e a quelli di stanchezza quando sembra che nulla sia possibile. E poi riprende in mano la vita e poi la depone e si nasconde… E quel rifugio…mio dio…quanto è consolatorio e rassicurante quel rifugio…
    Ciao Piero🙂

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  2. Grazie, Minù.
    Forse è meno perfetto di come dici, ma mi fa piacere che ti sia piaciuto, ti sia sentita vicina a questo povero cristo, che pure se era un gran titano, alla fine è sfiancato dalla fatica e inseguito … dal gelo giustiziere.
    Un abbraccio,
    Piero

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  3. Mi fa piacere, cara Patrizia, il tuo commento, che porta in terra i dolori del titano.
    Io lo girerei così: essere uomini, o essere dei, non è mica molto diverso.
    Sempre soggetti ad un proprio destino, ad un proprio compito, ad una propria fatica.
    E, accettare tutto questo, o fuggire, o lottare per liberarsi, fosse la scelta.
    E’ come se la lotta contro lo sfruttamento (termini che oggi non si usano più, ma a me sembrano molto chiari e carichi di verità) riacquistasse il suo potere metafisico.
    Non si tratta solo di sottrarsi al furto della propria vita, lottare contro lo sfruttamento, vuol, dire costruire il mondo, fabbricare l’uomo libero.
    Uomo o dio, è lo stesso.
    Libertà per tutti loro.

    Ma Atlante, qui, è stanco.
    Sfiduciato.
    Ira non ne sente.
    Fugge.
    Si nasconde.
    Ansima.
    Impreca.
    Maledice.
    E’ nudo nella sua debolezza.
    E’ il dio fabbricato dall’uomo per sottrarsi all’immane fatica di essere vivo.
    Un servo.
    Mansueto.

    Ma suonerà, prima o poi, anche per lui la tromba della riscossa!

    Un bacio, Pat,
    Piero

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