GIORNATA DELLA MEMORIA

A

A

LA MATTINA DEL 15 MARZO 1939 (Milena Jesenska)

 Come sopraggiungono i grandi avvenimenti? Inaspettati e improvvisi. Una volta verificatisi, tuttavia, constatiamo immancabilmente che “non” siamo affatto sorpresi. In noi sonnecchia come un presentimento, una prescienza dell’avvenire, soffocata però dalla ragione, dalla volontà, dal desiderio, dalla paura, dalle preoccupazioni di tutti i giorni, dal lavoro. Ma quando ci sbarazziamo di tutto e non restano che le nostre sensazioni più profonde, di colpo ci rendiamo conto: lo sapevo. Non per niente oggi si sentono tanti ripetere: “io lo immaginavo, io l’avevo detto”. Io credo loro. Tutti lo avevamo presagito e se avessimo dato ascolto alla voce del nostro cuore, quando eravamo soli a casa o al nostro stanco risveglio all’alba, se avessimo saputo tradurre in parole le nostre sensazioni – le sensazioni sono più vere dei ragionamenti spesso distorti – allora avremmo detto:noi ce lo aspettiamo. Ma la logica delle cose nasconde in sé al tempo stesso il proprio contrario. Ognuno attende durante la vita un evento eccezionale: la fortuna, la miseria, la malattia, la fame, la morte. Ma quando sopravviene egli non lo riconosce. Sa soltanto che questo evento si è impadronito completamente di lui senza lasciargli il tempo o la possibilità di agire.

         Quando il telefono ha squillato, martedì, alle quattro del mattino, quando amici e conoscenti hanno telefonato e la radio ceca ha cominciato le trasmissioni, la città sotto le nostre finestre aveva il solito aspetto di tutte le notti. I lampioni in fila formavano lo stesso disegno, i crocevia la stessa croce. Solo che, a poco a poco, già dalle tre, hanno cominciato ad accendersi le luci: dai vicini, di fronte, di sotto, di sopra, infine in tutta la strada. Noi stavamo alla finestra dicendoci: anche loro l’hanno già saputo. Abbiamo svegliato altri per telefono: lo sapete già? Si, lo sapevano. Un’alba sbiadita sopra i tetti, una pallida luna dietro le nubi, volti di chi non ha dormito, una tazza di caffè caldo e gli annunci dati dalla radio a intervalli regolari. E’ così che giungono i grandi eventi: piano, in punta di piedi, senza preavviso….(https://repubblicaindipendente.wordpress.com/2009/02/18/68/ )

Milena Jesenska è morta nel campo di Ravensbrück il 17 maggio 1944.

5 thoughts on “GIORNATA DELLA MEMORIA

  1. Per non farci sorprendere sprovvisti domani, lavoriamo oggi, con tutte le nostre forze per la libertà, per la dignità, il rispetto, l’uguaglianza, la giustizia, la legalità, lo stato di diritto…di TUTTI gli uomini..lottiamo senza appello e senza sconti tutte le prepotenze, le guerre, l’ignoranza, lo strapotere, le violenze, le ingiustizie, le disuguaglianze… domani avremo meno tristezze da commemorare.
    Commemorare fine a se stesso solamente non serve, si riduce alla banalità, come S.Valentino o l’8 marzo, etc.. se già da domani non ci si penserà..fino al prossimo 27 gennaio…la memoria va oliata tutti i giorni, annaffiata come i fiori.
    L’abbraccio di sempre

    Mi piace

  2. Non posso non essere d’accordo con il commento che precede. e’ vero, i grandi avvenimenti arrivano sempre piano, ma non sono silenziosi. Parlano, eccome se parlano…si annunciano…solo che noi siamo troppo ottenebrati dall’incapacità di pensare, aiutati in questo da subdoli politicanti e da mass-media asserviti e apparentemente innocui. Non lo sono! Ti sei mai soffermato Piero a dare un’occhiata a quei piccoli innocui programmi del pomeriggio? Probabilmente sì, ma se non l’hai fatto provaci, di tanto, in tanto, in particolari momenti politici nostrani, in concomitanza con certi avvenimenti. E’ incredibile la capacità che hanno di far passare certi messaggi mascherandoli da informazione..Si “capiscono” un sacco di cose. Incredibile vero? Eppure è così… E questa situazione che mi fa paura…

    Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
    e fui contento, perché rubacchiavano.

    Poi vennero a prendere gli ebrei
    e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

    Poi vennero a prendere gli omosessuali,
    e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

    Poi vennero a prendere i comunisti,
    ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

    Un giorno vennero a prendere me,
    e non c’era rimasto nessuno a protestare.

    E’ questo che respiro oggi, forse perchè vivo qui, nella bassa pianura veronese, fossa della lega e di quel pensiero che mi ha sempre fatto paura, istintivamente, perchè ne riconosco i tratti.

    Mi piace

  3. Care concittadine, passatemi oggi questo titolo, amiche, i vostri sentimenti sono i miei.
    Per come vi conosco, le vosrte parole sono le mie, sono le stesse, abbiamo la stessa voce.
    Vera, non immagini quanto sia condiviso il pensiero che mi dice che denunciare non basta. Non basta solo ricordare. Non basta solo piangere, o urlare o stringere i pugni o buttare tutto all’aria o dire che tutto è perduto, che è un altro modo per dire che tutto è uguale, tutto è corrotto, marcio, che il sistema va combattuto dal di fuori, che bisogna disobbedire, combattere, sparare.
    Cara Vera, il difficile è FARE.
    E’ difficile anche solo dare un senso a questa poltica, perchè quel modo di dire ce lo hanno rubato. Ricordi, il capocomico con la sua corte di nani, ballerine e lacchè (definizione assolutamente neoclassica, verista, neorealista) ? Erano la politica del fare: i cazzi loro!
    Lo stesso, ci rubarono, ad Auschwitz, l’ Arbeit macht frei. Il lavoro, la nostra unica possibilità di innalzarci oltre il destino bestiale, si spezzare le catene classiste. E loro ci rinchiusero in un campo di sterminio, mettendo alla berlona l’uni vero strumento di democrazia, violentando i corpi, le menti, le speranze, il futuro di tutti noi.

    FARE, sporcarsi le mani, rischiare, ferirsi, farsi male, ma tentare e vincere.
    Questo è FARE.
    Richiede abilità, acume, intuito, fortuna, capacità, merito, culo.
    FARE, chi fa, fa anche con le parole, perchè le parole, come quelle che tu, amica Patrizia, mi hai regalato, le parole di Brecht, quelle parole le conosco, e non sono parole, sono pietre, sono verità, sono fatti.
    Le abbiamo sotto gli occhi.
    Se hai voglia, cerca nel blog Brecht, troverai ciò che ne penso e quanto volte le sue parole sono state le mie.
    FARE.
    Ti capisco, Patrizia, perduta, nella tua stessa terra, nella terra che credo tu ami fortemente, una terra forte, orientata per secoli verso il lato lontano del mondo, aperta ad oriente, stesa al mattino per farsi baciare dal primo sole, quella tua terra oggi viene svergognata da quattro cafoni arriccchiti, parvenu, mezzosangue, venduti al dio denaro che ruba le anime, vampiri dediti al satanico rito dell’arricchimento che ha trasformato il duro lavoro che costa lacrime e sangue in merce del demonio, utile a trasformare la terra fertile in cemento sterile, la natura generosa in proprietà arida, lo stesso sangue in fiele amaro.
    Le loro parole, le loro trasmissioni televisive le conosco, anche se non le vedo spesso. Basta poco per capirne il senso e la strumentalizzazione.
    E così vediamo che la famosa macchia RAISET lavora per produrre scheletri, zombi, fantasmi.
    Ma non gli basta, non gli è bastato.
    Il mondo è grande enon si ferma davanti allo schermo di una tv. Entra dalla porta, dalle finestre, dai buchi delle orecchie, da quelli al centro degli occhi.

    In tutto questo non è tanto la vittoria che mi piace, o la sconfitta che mi addolora.
    E’ la vista del vergognoso sputtanamento del popolo italiano che mi fa male. In questi ultimi 15/20 anni è stato lui a mettersi a nudo, impudicamente, mostrando i propri recessi più lubrichi.
    E’ questa sensazione di sporco che mi offende.
    Ma parlare di popolo, qui, non è più preciso.
    Forse quella parola oggi non è più in grado di tenersi stretto il suo contenuto, o forse è quello, il contenuto che dovrebbe entrare in quella parolo, che invece si è allargato.
    Forse come si è aperta una dimensione più grande, quella europea, che deve essere riempita ancora di contenuti, sentire comune, contenuti sociali e politici, così si sta restringendo l’altra dimensione più vecchia, che si fa vetusta, quella di popolo.
    Sta cambiando tutto, intorno a noi, e così cambia anche quello, il senso che si deve dare alla parola POPOLO.
    E in questo guado, in questa traversata in mezzo alle acque di un mare rosso di paura, di sangue, di ignote profondità da scandaliare, in questo difficile passaggio del nostro tempo, non abbiamo un leader, un dio che che ci guidi, che ci spinga, ci diriga, ci ordini, ci imponga di gradare avanti, di avere fiducia, di credere.
    E così meschini personaggi da osteria,guitti con la camicia verde, nani con la bandana ed i miliardi, accompagnati come tutti gli eserciti di Francischiello da uno stuolo di marioli e puttane, possono offrirsi come guide, come timonieri, come capitani.
    Ma vendersi a loro, noi, mai!
    Salire sulle loro scialuppe bucate, mai!

    Volevo regalarvi anche io una poesia… accompagnata da un commento… lo faccio su un nuovo post (che è poi anche vecchio, visto che la posia l’avevo messa già tanto tempo fa).

    Un abbraccio,
    Piero

    Mi piace

I COMMENTI SONO GRADITI

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...