27/1 – GIORNATA DELLA MEMORIA

FANTASMA (by pierperrone)

La casa della memoria è abitata da fantasmi.

Muri, pareti, solai, vetri, non servono a fermarli.

Vengono da un mondo che non c’è più, non esiste più, per loro, ed entrano, chissà come, in un altro mondo, del tutto sconosciuto, dove il confine fra la vita e la morte si confonde, si perde, come ingoiato da una fitta nebbia.

Lì cominciano a danzare, a muoversi, a vivere un’altra vita, in quella casa, in quell’altra dimensione, come se avessero abitato lì da sempre, anche se, ad interrogarli, non sanno dire dove.

Sono fantasmi che vengono da lontano, hanno l’aspetto un pò ridicolo di quelli che vengono da un altro posto, portano vestiti di strane fogge superate, hanno facce emaciate, volti sottili, guance smunte, sorrisi consumati, come fossero stati rosi dal tempo che scorre, graffiati dal vento che viene da  lontano, morsi dal dolore che batte dentro.

Parlano lingue che non sappiamo comprendere più, fatte di suoni e parole che hanno perduto il significato. E’ dimenticato, ormai, il senso che loro gli avevano affidato per traghettare dal mare dell’ignoto il sentire del vivere quotidiano.

Parlano e cercano di dire sempre qualcosa.

Cercano, si vede, animatamente, si agitano, per comunicare con gli altri qualcosa, per trasmettere agli abitanti di quella casa un loro misterioso messaggio, oscuro, indecifrabile, incomprensibile.

Ma loro provano, tentano e ritentano con tutte le loro forze.

Battono forte, strepitano, si agitano.

Tutte le loro energie sono dirette a quel voler dire, a quel qualcosa che gli altri cercano disperatamente di non capire.

Fantasmi.

Giochi duri di fantasmi.

Destini che si incrociano senza parere, senza volere.

Segni di qualcosa che un giorno fu qualcosa del reale, qualcosa che fu vita, che fu dolore, oppure gioia, o disperazione, o speranza.

Fantasmi che si portano addosso ancora gli stessi stracci che avevano quando la morte li ha abbracciati.

Ombre che sanno disegnare sui muri della casa forme che sono le forme del tempo in cui erano stati qualcosa, qualcosa che loro chiamavano reale, qualcosa che i loro cari chiamavano vita, qualcosa che noi, forse, se potessimo conoscerla, chiameremmo essenziale.

Il tempo è il loro vero nemico.

Il grande fiume che scorre infinito, è quello il loro vero nemico.

Quando potevano attraversare la corrente infinita di quell’eterno fluire schiaffeggiando le acque con le energiche bracciate della vita, sapevano dar vita e vigore ai loro sogni, ai loro desideri, alle loro speranze.

Allora erano uomini, uomini come noi, uomini che avevano occhi per amare e per accarezzare, occhi per guardare e per piangere, occhi per odiare e per uccidere.

Lo sguardo sapevano infiggere, lo sguardo, acuminato come una spada, fino in fondo all’anima dell’esistenza.

E avevano bocche. Bocche per parlare e per bestemmiare, bocche per gridare e per maledire, bocche per raccontare e per costruire.

E come avevano bocche, avevano abilità e forza nelle braccia, nelle mani e nelle dita, per fare, costruire, modellare.

Erano pellegrini, viaggiatori, esploratori.

Sacerdoti, re, imperatori.

Eroi, vittime, carnefici.

Ma erano uomini.

Uomini, soprattutto.

Uomini di carne e di sangue e di fiele e di umori amari e aspri, o dolci e profumati.

Quando invece l’impetuosa corrente li ha portati via, quando li ha spezzati come povere canne secche, quando si sono perduti in quel flusso che trapassa la coscienza umana, la loro materia si è fatta più leggera, la loro consistenza ha perso sostanza, la trama del loro essere si è strappata e sono diventati opache ombre, oscure, eteree, insignificanti.

Maledicono quel fiume, ora, ora che vorrebbero parlare, che vorrebberodirci la loro storia, dirci della loro vita, del loro destino, dei loro errori, della loro gloria.

Come erano devoti al dio delle acque, un tempo, quando riluceva la loro fulgida scintilla di vita, così, ora, bestemmiano contro quella  freddo palude in cui annegano.

Si vestono di un manto scarlatto, bruno, incolore, lo indossano come una toga, abbigliamento che richiama la saggezza dei vecchi saggi che furono, un tempo, ma che ora ha perduto il colore, la tinta, come loro hanno perduto la materiale durezza della vita, la calda tempra dei corpi.

a

In quella casa c’è una stanza che ha una funzione precisa, un significato particolare.

Al centro di quella stanza c’è un altare.

Piccolo.

Ma proprio al centro.

Ha delle macchie.

Lì, proprio nel centro della piatta fredda lastra che poggia su due piedini, sollevandosi dal grigio pavimento di pietra.

Sono piccole macchie rotonde.

Lacrime, forse.

O sangue.

O rosso vino.

Le ha versate l’officiante di un rito che sa restituire la vita a quei fantasmi.

Un rito che scatena le forze che strappano alle braccia della morte quei fantasmi.

Un rito che si celebra ogni giorno.

L’officiante, solo, cambia ogni giorno.

Si altrenano, a quell’altare, ogni giorno, ad officiare quel rito, uno per volta, tutti gli uomini che hanno ricevuto dalla vita i voti sacri della vita stessa.

Loro, invece, non cambiano mai, anche se ogni giorno il numero di quei fantasmi si accresce, aumenta il numero di quelle loro facce smarrite, sempre più smarrite ogni giorno in più che passa, facce sperdute, facce che non vogliono rassegnarsi ad un destino di oblìo, facce che si accalcano dinanzi a quell’altare in cerca di un barlume, di un bagliore, del lampo di candela che arde al centro del centro di quelle macchie.

Al centro di quell’altare che si alza al centro di quella stanza.

Centro della casa della memoria posta al centro del mondo.

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4 Replies to “27/1 – GIORNATA DELLA MEMORIA”

  1. Fantasmi che vengono uccisi ancora una volta dall’oblio…
    Purtroppo su quell’altare al centro della “casa della memoria posta al centro del mondo” ogni giorno si compiono sacrifici, ogni giorno vengono immolati agnelli.
    Grazie Piero, il tuo è un omaggio, un inno, un urlo, alla memoria.
    Grazie e ancora grazie.

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  2. Si, ogni giorno vengono immolati agnelli, che, come fantasmi si aggiungono a quei fantasmi che si affollano davanti all’altare.
    Loro vogliono dire, raccontare, avvertire…
    … un pò come noi, cara Vera, su queste pagine bianche, sulle quali graffiamo il nostro sentire.
    La nostra piccola comunità che si è formata piano piano ha questo valore, per me.
    Nessuna verità da trasmettere, nessun assoluto al quale immolare la nostra libertà.
    Solo un luogo, uno spazio, nel quale uomini e fantasmi possano tornare a capirsi, accettarsi, anche se e quando pensano in maniera differente.
    Detta così mi dà un grande orgoglio.
    La repubblica indipendente, tanto per fare un pò di memoria, ormai ha più di tre anni, anzi, quasi 4, più di 500 post e più di 22mila pagine visitate…
    Per me, che ricordo ancora bene i primi spaesati passi nel mondo dei blog… un vero incredibile record.
    Adesso però torno con i piedi per terra.
    Ecco, un abbraccione,
    Piero

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  3. Sai Piero, ne ho parlato oggi con i miei bimbi di quarta. Nove anni…
    Qualcosa sapevano, vedono la tv. i genitori spiegano. Ciò che mi ha fatto bene è stato vedere il loro interesse, le loro domande, i perchè. Le abbiamo cercate insieme le risposte e nella loro semplicità di bambini hanno compreso. Ecco vedi, sono questi momenti qui che mi fanno credere ancora nel mio lavoro. Abbiamo letto la poesia della farfalla e da lì sono partiti tanti ragionamenti, tante riflessioni, tanti pensieri. Erano i loro pensieri, piccoli, pensieri di nove anni ma importanti spero per il loro essere uomini domani.
    Un caro abbraccio e grazie per questo scritto, così intenso, così forte…

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  4. Cosa possiamo fare noi, carissimo Piero, per quei fantasmi..? Ne ho dato una lettura veloce e oggi non so che mai potrei fare. Si sarebbe potuto fare qualcosa allora per loro forse, ma anche oggi che è domenicanon è tardi? Voglio dire se sai come sia possibile .. lo sai, dimmelo subito! -se puoi-
    Tua
    Minè

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