TRAGEDIA

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Sarà difficile cancellare queste voci dalla mia memoria.

Non si tratta dell’umana voce che chiede aiuto e concede asilo, assistenza, solidarietà, calore umano.

Non si tratta di normali fasi concitate durante una tragedia. 

Non si tratta della disumana paura, della disumana vigliaccheria, della disumana voglia di scappare.

Non si tratta del richiamo all’ordine, imperioso, marziale, definitivo.

Alla legge, alla legge del mare, a quella dell’onore, a quella del cuore.

Alla legge dell’uomo.

Alla legge che stabilisce cosa si deve o non sideve fare.

No.

In quelle voci c’è qualcosa di più proondo e di più terribile.

In quelle voci c’è la tragedia, la tragedia vera, nel più vero senso della parola.

Non la tragedia umana del dolore: che, pure, in questa tristissima storia di naufragio e di morte, il dolore è il fosco sentimento che annebbia sentimenti e valutazioni.

Qui si tratta della tragedia nel più pieno senso del termine.

In quelle voci, in quella sequenza di voci così contrastanti, mai più distanti tra loro, ci si trova di fronte agli estremi dell’animo umano.

Nella distanza che separa quelle voci si trova tutta la distanza possibile, quella distanza incolmabile fra la speranza e la sconfitta, la distanza che separa dall’abisso, la distanza in cui affondano tutte le speranze, la distanza in cui sprofondano, in cui precipitano i tentativi di fare, di fare quel qualcosa che si può fare per raddrizzare una situazione, una situazione qualsiasi, che si tratti di salvare una nave che sta morendo, oppure una balena ferita e arenata, sia che si tratti di un relitto umano, sia che si tratti di impedire la morte di un qualcuno caro.

Nella richiesta di soccorsi del cittadino sull’isola c’è raccolta tutta la speranza, tutta la forza che anima la volontà di agire, di ribellarsi al male, c’è, intero, il desiderio di bene, c’è racchiuso tutto l’amore per il prossimo.

E tutto questo nucleo, questo nocciolo pesante, questa massa densa e dura, non è espresso in termini di auspicio, di esortazione, di invito, di comandamento o di sollecitazione.

No.

Tutto ciò ha la forza assoluta e disperata della volontà di evitare che il male si compia.

In quella voce, in quell’implorazione tanto dignitosa, c’è l’Uomo, insomma, con tutte le sue qualità più alte, con tutto ciò che lo innalza e lo rende artefice del destino proprio e di quello altrui, di quello dell’intero genere umano, insomma, c’è tutto ciò che rende legittima quella volontà di potenza che lo ha portato a dominare sul pianeta.

Se quella volontà di potenza, quella sua primazìa, sul pianeta, che lo ha portato ad evolversi e a dominare su tutte le altre specie animali, fosse stata determinata solo dal desiderio di diventare padrone del mondo, come  molti penasano, senza questa voce che batte nel petto dell’Uomo, se questa voce non si fosse udita, nè ora, nè mai prima, allora l’Uomo, anzi, l’uomo, sarebbe, sì, solo una belva, solo una belva feroce, la più feroce di tutte, la più carnivora e assassina e l’unica assassina di suoi simili.

Ma quella voce di solidarietà c’è, si è fatta sentire, possiamo ascoltarla da una registrazione straziante ma chiara.

E’ lì e ci parla dell’amore dell’uomo per l’uomo.

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Poi ci sono le altre voci.

Le Voci che scavano come lame, che tagliano e feriscono, fanno sanguinare la mia anima.

La voce del comando, dell’ordine militare, dell’annullamento della volontà altrui.

Ma quel comando, qui, la perentoria intimazione, resa più aspra, amara e disperatamnte dolorosa dalla tragedia che si sta svolgendo, dal mostro che sta divorando le sue prede, ecco, quella potenza, quella coercizione è impotente, viene vanificata dall’indolente indifferenza, dalla distante lontananza, dal nichilismo umano.

E niente può fare la voce del comando per trasformare in fattiva azione la frustrante inazione che l’altra voce trasmette quando decide di non fare. O quando non decide di fare.

Ma anche questa, l’inazione.

Come facciamo a giudicarla?

Non la vediamo in azione, non si può.

Non sappiamo se è verità o menzogna.

E’ la vita che si svolge nel buio e che afferma sè stessa lontano dalla luce.

E’ la vita, come quella che si svolge indifferente davanti alla tragedia, come quella dei pesci che mangiano indifferenti, al massimo un pò spaventati, mentre intorno il mostro marino divora il suo pasto ferale.

E’ la vita, quella che continua a scorrere, sangue che resta caldo, pulsazioni del cuore che continua battere, respiri, ansimi … indifferenza … e cecità.

Questa voce, meschina, vigliacca, codarda, questa voce della vita che vive nel mondo dei morti, questa voce sembra sgorgare dalle viscere del mostro marino, dal mondo delle Ombre, dalla bocca del demone che abita nell’uomo come un parassita infetto.

Mentre l’altra voce, stentorea, perentoria, ha in sè l’eco del comando divino che ordina al nulla di farsi creazione.

Ma quella voce ordina impotente, è incapace di tradurre in vita la morte contro la quale sta combattendo una battaglia fatale.

Tuttavia è da questa voce, che sa ordinare di agire per il bene e la giustizia, che siamo attratti come i pesci dalla luce della lampada.

Non possiamo non essere catturati da quel comando che, lo sentiamo, lo sappiamo, vuole redimere, non solo un uomo, ma l’Uomo, dal peccato più immondo, dal peccato rappresentato dalla fuga vigliacca davanti al dovere che l’uomo deve compiere verso il proprio simile.

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Ecco, non possiamo non sentire tutto il peso della tragedia umana conchiusa in questo terzetto di voci.

Il Desiderio di Bene, cui è rivolto un lato dell’anima, si scontra con la durezza dei fatti, ed i fatti altro non sono se non uno scontro, lo scontro fra la Volontà di agire per trasformare il Mondo, da una parte, e l’Inazione, dall’altra, che è la resistenza opposta dal Mondo nel farsi trasformare secondo il Volere dell’uomo, nel piegarsi alla sua volontà.

Uno scontro eterno, senza fine, che non prevede un vincitore, ma solo un’infinita, interminabile lotta senza fontiera.

Non c’è nulla, qui, che si può giudicare in termini di morale o di giustizia umana.

Per queste ultime basterà aspettare.

Sapremo se il comandante della nave è davvero un pusillanime come viene dipinto e se il comandante della Capitaneria di Livorno è l’uomo della coscienza come appare, oppure se la voce che chiedeva solidarietà ed aiuto è quella di un uomo pio come pure sembra.

Questi sono i fatti o quello che sembrano adesso.

Io parlo della lotta.

Della lotta eterna fra le correnti che annodano le viscere dell’uomo come quelle del mare.

Non si può sfuggire a questo vortice.

Il gorgo in cui ci precipitano queste voci è quello che mischia la vita e la morte, è l’eterno confronto fra entità che si fanno gioco del desiderio tutto umano di esistere.

Perchè, qui, la lotta in atto, trasforma l’umile vita in VITA e la povera tenebra della morte in REGNO DEI MORTI.

E noi, ognuno di noi, che abbiamo navigato o meno, su quella nave che sta affondando lentamente ai margini dell’isola della vita, piantata al centro del nero oceano dell’oblìo, e noi siamo, ognuno di noi è una vittima di questo scontro.

Nessuno lo cerca, nessuno lo vuole, quello scontro.

Non lo voleva il comandante della nave, che correva come fanno tanti giovani il sabato sera quando vanno a schiatarsi contro un albero, o fuori di strada in una nera curva della morte, o contro il muro di quello a cui non sappiamo neanche dare un nome.

Non lo voleva, ne sono sicuro, il comandante Di Falco, che mai  e poi mai, varebbe pensato nè desiderato di trovarsi, un giorno, in una situazione come questa.

Non lo volevano le vittime, nè i superstiti, nè il pietoso soccorritore che ha chiesto aiuto per tutti.

Ed anche l’epilogo è il contrario di ciò che ciascuno voleva o avrebbe voluto.

Ecco.

Ecco, allora, la tragedia vera, la vera tragedia, il velo nero che avvolge queste voci che mi sembrano così dure da essere scolpite nella pietra più dura e spigolosa.

Graffiano, urticano, feriscono, tagliano … no, non trovo le parole … fanno male, maciullano, stritolano, strappano, lacerano …

Così, la mia anima di povero uomo si trova di fronte ai segni della tragedia insanabile e di fronte ad essa si ripiega e si accascia, colpita, ferita, sanguinante.

Non doma.

Non rassegnata.

Ma impegnata nell’unico, umile, inutile, tentativo di ribellione che un uomo, eroicamente vivo, ha a disposizione per strappare, nella strenua lotta contro la Tragedia di vivere, lo stendardo della vittoria in quello scontro fatale.

11 pensieri riguardo “TRAGEDIA

  1. Va tutto bene? Quando me lo sento chiedere non so se è una domanda o una provocazione perentoria perché sempre deve andare tutto bene. Poi davanti alla minima difficoltà si sfugge.
    Dell’abbandono della nave l’ho sentito subito al tg del mattino, delle telefonate, come quella alla mamma (santi, navigatori e mammoni) anche. Poi queste ultime su you tube, riprese da tutti i tg e dalle radio. Sentivo anche del fatturato annuo delle compagnie navali, e delle assicurazioni. Certo che se quella in sottofondo si dimostrerà che è la voce del pusillanime, l’assicurazione comincerà a tirare un sospiro di sollievo. E’ così vile il gesto che in fondo spero in una rettifica dei fatti, altrimenti la mia domanda se siamo figli di Caino o fratelli di Abele avrebbe una dolorosa risposta affermativa.

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  2. Carissimo Piero,
    si potrebbe parlare per ore di quanto hai scritto.

    Una tragedia nel più pieno senso del termine, rileggo le tue parole.

    Ma non è inutile questo tentativo, umile, sì, ma mai inutile, anzi, ‘è essenziale’.
    E’ l’unica possibilità d’arginare lo sciaguarato tradimento dell’Uomo,
    di quanto più vero c’è in lui.
    In te.

    Un abbraccio, caro amico.
    Minù

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  3. Siamo figli di Caino ed anche fratelli di Abele.
    Il nostro sangue è il sangue di tutti e due.
    Ha la crudeltà dell’uno e la stolida fede dell’altro.
    Ma crudeltà, bada bene, amico mio, non tanto per il gesto fratricida – al quale Caino, predestinato, non poteva sottrarsi senza contraddire la volontà di un dio, lui, si, molto crudele – ma crudeltà proprio per l’essere obbligatoriamente soggetto a quel destino, senza avere la possibilità di sottrarvisi.
    Ed ha la stolida fede – che non è la fede in quel dio così assetato di sangue – nella possibilità di sottrarsi alla propria condanna. Una condanna inferta senza una colpa. Una condanna che forse prevede la pena della morte. Oppure la pena della vita?
    Neanche io so rispondere, come vedi.
    E’ per questo che la tragedia vera si invera, perchè se è vero che non ci sono domande alle quali non sia possibile dare risposte, è altrettanto vero che ci sono domande alle quali si possono dare solo risposte sbagliate.
    Un caro saluto, Pop!
    Piero

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  4. Grazie, Minù.
    Il calore della tua amicizia mi fa piacere, perchè questa storia mi mette in testa pensieri troppo tristi.
    La tragedia è la vita, nel senso dello scontro infinito, come ho cercato di dire nel post.
    Uno scontro senza speranza di vittoria.
    Ma mai inutile!
    Già, ma quale utilità si ritroverà il mio povero corpo fra qualche anno, quando deciderà di rinunciare alla sua lotta?
    Ma lo sai, io non sono un pessimista.
    Io amo la lotta!
    Io vivo per questo!
    Bevo luce e tenebra e ne assaporo il gusto, con voluttà.
    Dolce quello della prima, acre l’altro.
    Ma noi questo siamo: e lo dico al plurale pensando a te ed anche ad ognuno di noi, ognuno degli uomini, perchè ancora devo trovarlo uno, coerente, che, pessimista decide di farla davvero finita.
    Al massimo si crogiolano nelle lagne e nei lamenti. Fanno i pusillanimi e si nascondono.
    Io dico che è un dovere vivere, sereni, per quel che si può, quando la vita ci grazia del suo dono.

    Ma questa storia terribile di mare, mostri marini d’acciaio che giacciono spanciati e sanguinanti sulle rive dell’isola, di uomini e capitani, caporali e disertori, ha una potenza evocativa davvero straordinaria, che mi cattura e mi trasmette i suoi misteriosi messaggi d’inconscia metafora della tragedia.

    Un bacio,
    Piero

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  5. Già, ma quale utilità si ritroverà il mio povero corpo fra qualche anno, quando deciderà di rinunciare alla sua lotta?

    Non sei forse tu il tuo corpo? Non l’hai scritto male, forse non ho letto bene, forse è meglio che … a smettere di lottare sia io. Piero, forse ho scritto io qualcosa di male. Forse è meglio se la smetto di scrivere. Forse è meglio per tutti.

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  6. Tu non hai scritto niente di male.
    Non devi smettere niente.
    Perchè dici così?

    Tu sei straordinaria, sono io che uso parole confuse.
    Prendimi, almeno ogni tanto, con un pazienza e tolleranza.
    Concedimi di sbagliare e concedimi il perdono.

    Piero

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  7. Non ti perdono perchè non sbagli mai, Piero.
    Più volte ti ho detto che se non ci fossi stato tu, insieme ad altri, non avrei mai potuto capire quelle cose che per me ora sono così importanti.
    Ma non voglio diventare il problema di nessuno.
    Non ha nulla a che vedere con te, scusami.
    Perdonami tu.

    Tua,
    Mina

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  8. Ho letto e ascoltato mille pagine su questo argomento..tutte identiche!
    Solo tu hai saputo dare un taglio e una chiave di lettura diversa..aldilà dei giudizi di colpa o innocenza, dei se e dei ma, degli invece e oppure..tu ti sei soffermato sulle fragilità umane, su quelle imponderabili e invisibili presenze che muovono le nostre azioni. Riproducendo alla fine l’immagine di uomanità che arranca tra le difficoltà della tragedia del vivere.
    Ti abbraccio con il cuore

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  9. Vera, io ringrazio, ovviamente, perchè mi riempie di orgoglio quello che hai detto.
    E’ vero, troppi giudizi uguali e un pò scontati, ci sono in giro.
    Però come non giustificarli?
    Quella nave così spiaggiata, come una balena morta, davanti alle coste di un paese spiaggiato … sembra una metafora perfetta.
    Ma in realtà, per me, non lo è: come ho detto a Popof sul suo blog, ci sono delle differenze, legate al fatto che una nazione ha sempre il su destino in mano, fino alla fine, non è determinato neanche quando avviene l’invasione del nemico…
    Una nave no. Invasa dal nemico … è finita.

    Ma al di là di questo aspetto, che può sembrare sofisticheria o giustificazione, poco importa, al di là di questo è che mi hanno colpito poprio quelle voci. E mi sono interrogato sul perchè, sul senso, sul cosa era a colpirmi…

    Un abbraccio,
    Piero

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