LA FABBRICA – LUNARE ATMOSFERA

TRALCI DI VITA

E’ di cristallo quest’atmosfera lunare in cui siamo immersi, vivi che non sanno bene cosa voglia dire essere vivi.

Respirare, respiriamo.

Inaliamo quell’aria liquida e brillante che è fatta dello splendore dell’argento, della forza metallica del mercurio, della durezza adamantina del primo mattino.

Eppure non sappiamo dove va a finire, quando la inaliamo, tutta quella grazia miracolosa che la Natura ci dispensa milioni e milioni di volte, quanti sono gli atti del nostro respirare durante la vita che ci spetta. E ciò avviene per miliardi e miliardi di volte, tanti quanti sono gli esseri umani che compiono agni momento quell’atto straordinario di respirare a pieni polmoni quella miscela miracolosa e impalpabile che chiamiamo aria.

Non abbiamo idea della forza chimica e nucleare che arde dentro di noi e che mettiamo in moto, come mantici motori universali, per trasformare in vita, in puro rigoglio vitale, la rarefatta massa ineffabile che spingiamo nella fornace oscura e inesplorata dei nostri polmoni. Ed è là che si genera l’energia, là, in ognuno degli innumerabili cicli respiratori di cui si compone il nostro, più ampio, ciclo dell’esistenza, è là che avviene la straordinaria reazione che scatena le nostre forze, là, è là che che non sappiamo cos’è che ci rende corpi caldi, carne viva, magma incandescente.

E là, in quell’antro vulcanico, in quell’officina di Efesto, dove si incanalano le più potenti energie della nostra centrale umana, là, avviene la reazione che trasforma in feconda scintilla di vita la massa di informe cristallo liquido che abbiamo appena inghiottito, o inalato, o, come dir si voglia, respirato, ma sempre inconsapevolmente, inconsciamente, ineluttabilmente, invariabilmente… improbabilmente… e tutto ciò lo chiamiamo vita, dandogli un senso che non riusciremmo a comprendere se solo volessimo provare a cogliere il più piccolo grumo di senso, di significato concreto, materiale, pratico.

Non basta la spiegazione scientifica, fisica, chimica, di ciò che avviene in quei recessi che chiamiamo il nostro corpo, i nostri apparati vitali, i nostri organi.

Non basterebbero, non bastano a sè stesse, e neppure a noi, tutte le nozioni che spiegano quelle reazioni.

Non sono sufficienti, non bastano, non servono a spiegare il perchè di ciò che avviene, non sono in grado di dare ragione del verificarsi di un numero di atti necessitati che sfuggono ad ogni numerazione, atti obbligatori, atti necessari, atti che danno vita alla vita, atti che trasformano l’inesistenza in esistenza, la marcescibile materia, in vita viva, la putrescenza in potenza, in vita in atto, la bellezza in esistenza, la morta, morta, materia in Natura Naturans.

E’ questo il miracolo che avviene in noi, è questo il miracolo che noi siamo. E’ questo il miracolo che è il mondo che i nostri sensi costruiscono e sanno costruire dando il senso alle cose inanimate che stanno dentro di noi e fuori di noi e che chiamiamo, le prime, corpo, e universo, le seconde.

E’ un miracolo che non ha nulla di divino.

E’ un miracolo che ha molto più di un miracolo divino, chè, se ciò fosse, un miracolo divino, altro non implicherebbe che un dio che se ne sta lì a tenere in moto il moto perpetuo, per tutti i tempi dei tempi, a tenere in equilibrio l’equilibrio delle forze che dentro di noi, dentro ognuno di noi, si scatenano potenti, prepotenti, sovrane, tiranne e che, come tutti i voleri dei tiranni, sono soggette al mutevole cangiante umore della volontà dei tiranni.

Ed è così che, allora si muore, perchè una tirannica volontà che è in noi, o fuori di noi, volubilmente, ha mutato il suo volere ed ha fermato quell’inesauribile fabbrica di energie e forze superatomiche, rigirando in freddo il caldo desiderio di vita, in gelo l’ardore che arde in noi, in buio la luce del liquido cristallo lunare che ingoiamo goccia a goccia, in caos disordinato l’amore ardente che tiene in ordine il nostro esser vivi, in irrefrenabile desiderio di morte, l’inconsapevole forza della vita.

E subentra, allora, la decomposizione, che altro non è se non l’innestarsi della retromarcia in quel complesso articolarsi di movimenti, reazioni a catena, spinte e controspinte, legami e dissolvenze che, muovendoci, si muovono al nostro interno.

E’ di cristallo quest’atmosfera lunare in cui siamo immersi, vivi che non sanno bene cosa voglia dire essere vivi.

Respirare, respiriamo, come automi che non hanno coscienza dei propri movimenti, eterodiretti, soldatini obbedianti ad un destino che porta i gradi di generale.

Respirare respiriamo, come baciare, baciamo.

Le lingue che sentono il sapore della vita quando la incontrano sul loro percorso sono come le antenne che indicano la via dell’esistenza a certe bestie senza occhi.

Respirare, respiriamo e amiamo.

E così, come vivi che non sanno bene cosa voglia dire essere vivi, amiamo e non sappiamo perchè quella forza che chiamiamo attrazione, quell’energia che chiamiamo amore ci tiene in vita, ci fornisce il carburante per mettere in moto e tenere acceso il motore ipernucleare che spinge la pompa del nostro cuore.

Amare, amiamo.

Ma amiamo le cose, come poveri ottusi che siamo ed ignorando ciò che siamo, senza conoscere le forze immani che ci tengono insieme, senza sapere che le reazioni che avvengono dentro di noi trasformano l’inerte materiale chimico di cui siamo composti in vitale materia che sanguina e soffre oppure gioisce ed ama.

Certo, per amare, amiamo.

Ma amiamo inconsapevolmente, senza sapere.

Oh, se fossimo coscienti di quel che siamo, di quali potenze siamo capaci, di quali miracolose azioni siamo autori responsabili!

Quale immensa superiore forza assumerebbe il nostro atto d’amare!

Sarebbe il moltiplicarsi all’ennesima potenza delle nostre infinite forze.

Sarebbe l’amore della vita per la vita.

Sarebbe il miracolo del miracolo.

Sarebbe la nascita di un nuovo superiore essere che oltrepassa l’inane dimensione dell’essere che è senza sapere di essere.

Sarebbe la venuta al mondo di quell’essere che, al contrario di quel che non sappiamo di essere, saprebbe ben essere l’Assoluto, ciò che fa essere l’essere per sè stesso e, per il proprio tramite, fa essere il tutto, ciò che è, ciò che è dentro di sè, ciò che è fuori di sè e anche tutto ciò che potrebbe essere se solo quell’essere lo volesse.

Non è un fatto di scienza.

E’ un fatto di coscienza, di autocoscienza, di conoscenza e di dominio, attraverso la conoscenza, sui vettori delle proprie forze, sui vortici delle proprie dinamiche più profonde, sui legami delle particelle più elementari.

Sono quelli che tengono unite le cellule del nostro corpo, che producono il calore del nostro sangue, che mantengono liquido il plasma dei nostri fluidi.

Ah, se solo volessimo avere conoscenza di questa così piccola cosa che siamo, si, di questa infinitesima parte dell’universo in cui siamo parte, di questa molecola elementare d’atmosfera lunare cristallina in cui siamo immersi, noi, che, invece, siam solo vivi che non sanno bene cosa voglia dire esser vivi.

Respirare, respiriamo.

Oh, si, respiriamo.

E poi, quando giunge il momento che una parte del nostro essere, capricciosamente non vuol più fare ciò che semre, da sempre, ha fatto, incosapevolmente e senza alcuna cognizione di causa, senza emozione e senza merito, allora, semmai, abbiamo, per un attimo, un barlume di coscienza di quell’eternità che abbiamo sprecato e allora, in quell’attimo eterno in cui si sospende ogni nostra attività vitale, restiamo a rimirare, piangendo, quell’immensa potenza che siamo stati, da sempre, per sempre, e che, ormai, non vogliamo esser più, che, ormai, stiamo abbandonando, senza neanche un perchè, senza neanche un motivo, senza neppure una ragione, o una giustificazione.

Sarà per stanchezza?

Per gioco?

O per disaffezione alla vita?

Sarà una malattia dell’essere a toglierci di mezzo, oppure una volubile scelta del caso che ci volle così volubili?

Chi mai potra dirlo?

E intanto, sull’orlo di quella scogliera in cima alla quale ci troviamo, in quell’attimo in cui ci sporgiamo, per un’unica, ultima, volta a guardare nel fondo del baratro, dell’abisso, dell’ignoranza, in cui siamo vissuti, ecco, da lì, in quel momento che non può aver fine perchè non ha una misurabile durata, ci coglie il desiderio di cominciare a conoscere il mistero della nostra esistenza, del nostro essere stati vita, corpi, materia animata.

E proveremo, ma solo per quell’estremo attimo infinito, la meraviglia di vedere quel che siamo, o siamo stati, o avremmo potuto essere.

Ecco, quella meraviglia.

E’ quella meraviglia, o l’ombra del suo desiderio più prossimo, è quello che ci tiene in vita, ci fa guardare intorno, respirare, baciare, amare.

E’ quello il miracolo.

E’ quello che fa brillare il cristallo della nostra atmosfera lunare, anche se solo per l’esistenza senza fine di un solo ttimo.

ALLA SERA

(Ugo FOSCOLO)

Forse perché della fatal quïete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

 

4 pensieri riguardo “LA FABBRICA – LUNARE ATMOSFERA

  1. Un post come una lunga poesia di vita di respiro e di bacio…Le lingue che sentono il sapore della vita quando la incontrano sul loro percorso sono come le antenne che indicano la via dell’esistenza a certe bestie senza occhi.
    Respirare, respiriamo e amiamo… la frase che mi è piaciuta di più è questa perchè forse per assaporare la vita occorre il fiuto di una bestia e un po’ meno di ragione.
    Ciao Piero.

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  2. Si, hai ragione, mi piace quello che dici, per assaporare la vita occorre il fiuto di una bestia.
    E quando io dico, qui sopra, di conoscere quelle energie, mica parlo di libri o di scienza, io dico della nostra introspezione, della nostra autocoscienza, della nostra consapevolezza.
    Il che ci fa molto diversi dalle bestie in quanto tali, ma, cionostante, per quella conoscenza è proprio il fiuto della bestia quel che ci serve.
    La ragione è uno strumento delicato, come una bussola, che ci orienta.
    Ma uno strumento resta uno strumento. Come quell’energia che noi siamo resta un’energia. Cose diverse.

    Un bacione, Paolè.
    Piero

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  3. “vivi che non sanno bene cosa voglia dire essere vivi.” Che stolti che siamo! Ci vorrebbe un’altra vita, visto che alla fine “sull’orlo della scogliera riusciamo a provare meraviglia di vedere quel che siamo, o siamo stati, o avremmo potuto essere.?”
    E’ un capolavoro questo pezzo!
    Vera

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